mercoledì 25 febbraio 2026

Lavorare alla macchinetta del caffé

Recentemente ho letto di nuovo sulla stampa del dibattito sulla fine dello smart working. Francamente pensavo che fosse ormai una fase superata, nonostante quanto si scriveva nell’immediato post-Covid: questo dimostra soprattutto quanto io sia poco informato. Visto il traffico dell'ora di punta, avevo l’impressione che la questione fosse stata accantonata da tempo e, in special modo negli Stati Uniti, alla luce delle dichiarazioni per esempio di Elon Musk che già nel 2022 aveva spinto per il ritorno in ufficio.

Ciò che mi ha colpito, però, è un aspetto su cui vorrei capire meglio (senza pretendere di aver approfondito davvero l’argomento). Da un lato, mi sembrano evidenti i benefici per gli impiegati: meno tempo perso negli spostamenti, soprattutto nelle ore di punta, e un impatto ambientale potenzialmente positivo. Ho anche letto che l’aumento di produttività con il lavoro remoto non è sempre significativo quanto ci si potrebbe aspettare. Tuttavia, ciò che mi ha sorpreso è la posizione di molti manager, in grande maggioranza fortemente contrari al lavoro a distanza, con motivazioni che appaiono quantomeno discutibili: 

  • «La vera collaborazione nasce davanti alla macchinetta del caffè»,
  •  «Le conversazioni informali nei corridoi generano idee»,
  • «Serve presenza per mentorship e innovazione»

Davvero sono queste le ragioni decisive per imporre a tutti di tornare in ufficio cinque giorni su cinque? 

Non voglio avventurarmi in ipotesi complottistiche o parlare di licenziamenti mascherati. Piuttosto, penso a un dato di fatto: con la globalizzazione/delocalizzazione anche il semplice lavoro di back-office di una media azienda non si svolge più entro le quattro mura di una sola sede. Oggi è normale interagire quotidianamente con sedi, fornitori e consulenti remoti, spesso in fusi orari diversi.

È difficile immaginare che una media/grande impresa abbia tutti i propri collaboratori nello stesso edificio, nello stesso Paese o addirittura nello stesso continente. Di conseguenza, molte organizzazioni si sono già strutturate per gestire gran parte delle attività da remoto, senza dover convocare riunioni in presenza per ogni questione. Per questo, quando un manager sostiene che sia necessario lavorare sempre in ufficio, la posizione mi suona un po’ stonata e ingiustificata. Più che una scelta ideologica, il lavoro distribuito sembra ormai una necessità strutturale: catene di fornitura globali, professionisti che seguono più clienti, team internazionali che non possono semplicemente spostarsi da una sede all’altra.

Pur non avendo esperienza diretta, mi sembra che il lavoro remoto (non necessariamente o esclusivamente da casa) sia già da anni una realtà consolidata, anche per ragioni economiche come la riduzione dei costi immobiliari. Le grandi sedi centralizzate sono sostenibili solo per poche megacorporazioni e in contesti molto specifici (direi americani).

Allo stesso tempo, è evidente che lo smart working possa offrire benefici anche sul piano della sostenibilità (meno pendolarismo, meno traffico, meno emissioni) e su quello sociale e demografico, favorendo categorie come genitori, caregiver o lavoratori più giovani e più anziani. Posso comprendere, però, che molte aziende non avvertono un vantaggio economico diretto e, di conseguenza, non abbiano investito abbastanza per renderlo un modello strutturale, preferendo mantenere paradigmi organizzativi basati sulla presenza e sul controllo visivo.

Ciò nonostante, le motivazioni che oggi sembrano giustificare un ritorno massiccio alla presenza mi danno l’impressione di una certa miopia manageriale: più che guidare il cambiamento, si rischia di rallentare una trasformazione del lavoro che appare non solo possibile, ma sempre più necessaria. Se davvero le obiezioni principali riguardano la perdita di interazioni informali, forse la risposta dovrebbe essere opposta: progettare modelli di lavoro remoto più maturi, affrontando consapevolmente criticità reali come la sicurezza dei dati, l’isolamento, la creatività e la collaborazione asincrona, oltre alla necessità — sempre attuale — di valutare le persone per obiettivi e risultati, non per ore di presenza.

In altre parole, serve formare i dirigenti alla gestione di team distribuiti.

Semplifico sicuramente troppo, ma le dichiarazioni recenti che ho letto, mi danno l'impressione di provenire da organizzazioni ancora legate a modelli novecenteschi, più vicini alla fabbrica del dopoguerra che a un’economia globale e digitale. Pretendere di riportare stabilmente tutti i dipendenti entro quattro mura, per favorire le chiacchiere quotidiane alla macchinetta del caffè, è un po’ come voler tornare dal sistema delle email al fax: tecnicamente possibile, ma economicamente inefficiente e culturalmente regressivo. Il futuro, probabilmente, non è né “tutti in ufficio” né “tutti da casa”: perchè già ora il lavoro è, in larga parte, distribuito, organizzato per obiettivi e capace di essere gestito — anche umanamente — a distanza.

Non è che i manager stanno parlando di quelle mansioni che saranno a breve sostituite dall'intelligenza artificiale per cui serve che gli impiegati tornino stabilmente in ufficio per discutere alla macchinetta del caffé su come cambiare modo di lavorare?

martedì 17 febbraio 2026

AUGURI, JUHAN!


 Oggi è il compleanno di Nino - Juhan, il creatore di questo blog.

A parte gli auguri, che gli ho già fatto, non trovo altro modo per festeggiare che dedicargli un post. In realtà l'avevo già scritto tempo fa, l'ho ritrovato casualmente, ho controllato di non averlo già postato, l'ho limato dove occorreva ed eccolo qua.

Come spesso accade, sono un po' polemica... 

*****

Qualche giorno fa su Facebook ebbi uno scambio di idee con uno dei miei "contatti" (non uso la parola "amici" anche se alcuni di loro in effetti li considero tali, e magari non ci siamo mai incontrati in persona).

L'argomento principale era la censura -continua, costante, ossessionante- che Facebook esercita sui post/condivisioni/commenti degli utenti. Accessoriamente si parlava del diritto o meno ad esprimere pubblicamente le proprie opinioni, cosa che secondo Andrea - il mio contatto di cui sopra- non dovrebbe esistere (e quindi, è giusta la censura) per chi esprime opinioni contrarie all'accettazione dei più ("consensus"), anche e soprattutto in ambito scientifico.

Riprendo qui questi temi, per due motivi: il primo è che i post su Facebook necessariamente hanno una dimensione limitata, altrimenti nessuno li leggerebbe. Il secondo è perché da troppo tempo il nostro Tamburo se ne sta qui da solo, derelitto, e mi fa piacere farlo rivivere di tanto in tanto.

Per quanto riguarda la censura mi riservo di scrivere un post, anche con esempi, c'è troppo da dire!

Mi limito qui a confutare la censura basata sul "consensus" generale.

Ora, non voglio strafare ricordando il lungo cammino della "scienza" -tutto di volta in volta supportato dai "DATI" conosciuti all'epoca- dall'indivisibilità dell'atomo alla fisica quantica...

Ma sono abbastanza vecchia da poter ricordare quante volte e quanto è cambiata l'opinione degli "scienziati" in proposito a svariati argomenti più legati alla vita quotidiana delle persone.

Spiccano fra tutti la medicina e a seguire la farmacologia, considerate erroneamente come Scienza, mentre al contrario sono prassi consolidate...fino alla prova contraria! (in altri ambiti verrebbero chiamate mode)

Per esempio, noto che solo recentemente -in termini storici- si è riconosciuta l'importanza dell'igiene nella prevenzione delle malattie infettive, illustri sconosciute fino a poche generazioni fa, mentre per vari millenni vennero attribuite a cause variabili: dal volere degli dei a stregonerie o a cause contingenti ben diverse dai microrganismi patogeni, all'epoca sconosciuti.

Molto più recentemente, al punto che posso farne fede io stessa, all'epoca ero bambina, la medicina ufficiale sosteneva che la pressione sanguigna di una persona sana potesse essere determinata dall'età della stessa (in soldoni, una persona ventenne doveva avere la pressione sistolica non superiore a 120 mmHg, una sessantenne poteva arrivare anche a 150-160, era visto come un normale invecchiamento delle arterie), al giorno d'oggi ti imbottiscono di farmaci se osi avere più di 120!

Una sessantina d'anni fa il più apprezzato pediatra della città dove vivevo -credo fosse anche docente nella locale Università- sosteneva che NON si può avere un'allergia verso un antibiotico... e questo per poco non costa la vita a mio figlio, allergico alla Chemiciclina che probabilmente ora non esiste più (ovviamente cambiammo pediatra e antibiotico, l'Eritromicina non gli procurava allergia). Ma all'epoca le allergie erano poco note...

Così come -sempre la medicina ufficiale- sosteneva che le uova fossero quasi un veleno perché "aumentano il colesterolo" (*). Questa faccenda del colesterolo è stata una della maggiori e più diffuse baggianate, oltre che una bazza per le case farmaceutiche. Studi più recenti dimostrano che innanzi tutto il colesterolo viene prodotto da ogni organismo sano essendo indispensabile al suo funzionamento, in secondo luogo le uova in particolare non hanno alcuna colpa e i medici specialisti più aggiornati affermano che quello che più conta nei confronti del rischio cardiaco è il rapporto tra colesterolo totale e quello HDL (formula di Friedwald) nonché i trigliceridi.

C'è stato un periodo, nei primi decenni dello scorso secolo, in cui le sostanze radioattive venivano considerate dalla medicina - e pubblicizzate tra i consumatori - come molto benefiche per l'organismo! Addirittura erano alla base di creme per il viso, cioccolato, bibite...

 Ricordo al proposito un articolo del famoso chimico Bressanini



Così come per il colesterolo, oggi viene demonizzata la CO2, l'anidride carbonica che emettiamo anche solo vivendo, ovvero respirando, e che viene al contrario utilizzata per il proprio metabolismo dalle piante, qual più qual meno, a cambio della produzione di ossigeno, a noi indispensabile. Anzi, la sua presenza è così importante che se non ci fosse probabilmente non ci sarebbe vita! non dimentichiamo che la biologia terrestre è basata sul Carbonio...

Eppure, sarebbe così semplice regolarizzarne la presenza semplicemente capovolgendone il rapporto, estendendo la presenza di alberi invece di diminuirla con disboscamenti, cementificazione, adesso anche coprendo vaste aree verdi con i pannelli solari (che invece andrebbero installati su tetti e tettoie!).

Ecco, questa della produzione dell'elettricità è una questione assai spinosa, su cui si affrontano almeno due opinioni contrapposte, supportate entrambe dalla scienza ufficiale! Non so se Andrea sarebbe in grado di trovare una quasi coincidenza di pareri in un senso o nell'altro.




(*) la medicina ufficiale in generale ha da sempre avuto scarsissime nozioni di fisiologia (la scienza della chimica applicata alle funzioni vitali dell'organismo vivente - un amico medico una volta mi disse che nel corso di laurea era un esame "complementare", non obbligatorio!) e di dietologia (che studia il metabolismo degli alimenti in funzione della fisiologia). Uso definizioni approssimative, scusate, non sono una "scienziata"...