venerdì 8 settembre 2023

Vendemmia, finalmente!


 

Sono felice.

La settimana scorsa, dopo anni nei quali per un motivo o per l'altro non abbiamo vendemmiato, abbiamo fatto quella che con tutta probabilità resterà la nostra ultima vendemmia.  

Il fatto è che stiamo finendo il nostro aceto, resta quasi solo la "madre" ma non vogliamo aggiungere vini "estranei" per farne altro, per cui è stato giocoforza tornare a fare il vino.

A dire il vero abbiamo approfittato del fatto che quest'anno, a differenza di altri anni in cui l'uva o non c'era o era in ritardo o era malata (e per questo avevamo rinunciato) l'uva, per lo meno la nera, era bellissima e sana. Noi ce ne occupiamo più meno nello stesso modo tutti gli anni, ma la riuscita dipende da molti fattori, in primis quelli meteorologici. 

Parlo di uva nera perché al contrario quella bianca innanzi tutto era in gran ritardo, in pratica i primi grappolini di fiori (pochi, oltretutto) sono spuntati quando i grani dei grappoli della nera erano quasi, come si dice qui, "tamaño guisante" ovvero della dimensione di un pisello. Anzi, pensavamo che non ne venisse in assoluto, invece poi abbiamo visto che qua e là qualche grappolo c'è. 

Avevamo già iniziato a mangiarne un po' : l'uva da vino ha il "difetto" di essere piena di semini o "vinaccioli", ma in compenso è molto più dolce di quella da tavola, visto che dovrà produrre alcool che nasce dalla trasformazione degli zuccheri.

Fatto sta che ne abbiamo colta una certa dose, quanta abbiamo valutato bastasse, ovvero 4 "capazos" ben colmi. Un "capazo" è un contenitore con manici, un mastello insomma, della capacità nominale di 40 litri, che usiamo per molte attività diverse, ma ne teniamo sempre da parte qualcuno pulito per la vendemmia. 




Anzi, un tempo ne avevamo molti di più, ma ora l'età ci costringe a limitarci.. Mentre un tempo ne coglievamo 9-10 capazos per ogni vendemmia (separatamente la nera - che matura prima- e poi altrettanta per la bianca), questa volta ci siamo accontentati della dose che eravamo sicuri di poter processare nell'arco della giornata.



Alla fine, scegliendo la più bella e sana e matura, in un'oretta abbiamo potuto (con fatica, magari portandone a casa metà cesta per poi aggiungerne altra "in loco" -le forze non sono più quelle dei 70 anni!) raggiungere la dose prefissata.

A questo punto abbiamo preparato lo scenario per lavorare comodamente: una bella plastica in terra per non sporcare troppo il patio con gli eventuali schizzi zuccherini di succo, vicino al palo cui mi sostengo per non scivolare, e tutti i contenitori pieni e vuoti occorrenti. 

Previo accurato lavaggio dei miei piedoni (SENZA sapone profumato!), asciugatili e infilato calzini puliti per trasferirmi fino all'uva (avevo già indosso i pantaloncini corti che uso all'uopo), tolti i calzini sono entrata direttamente nel  grande catino in cui schiaccio l'uva, dove mio marito aveva già preparato uno strato di una ventina di centimetri di uva già parzialmente deraspata. Un poco di raspo lo lasciamo sempre perché aiuta, facendo contrasto, alla rottura degli acini, che faccio diligentemente pestando bene finché si vedono acini interi.  A mano a mano (anzi, a piede!) che l'uva viene ben pestata si trasferisce in un altro "capazo" e si sostituisce con altra da pestare. In pratica, passando da un catino all'altro, mi son fatte 2 ore di "marcia sull'uva".  Non male per la mia età.

Il risultato: 3 capazos pieni per 4/5, non di più perché il mosto ribollendo non corra il rischio di traboccare, né io possa far disastri al momento della mescolatura. E sì, perché il mosto va rimestato almeno una volta al giorno con un cucchiaione di legno, per far affondare nel liquido lo strato di bucce e raspi che affiora, e far sì che le bucce cedano colore al mosto stesso. Questo per l'uva nera, mentre l'uva bianca, una volta schiacciata, viene direttamente torchiata e il processo di fermentazione lo lasciamo iniziare direttamente nelle damigianette (anche queste non riempite totalmente).



Il giorno dopo, alla prima rimescolatura, ho avuto il piacere di vedere il mosto che frizzava vivacemente.  Abbiamo un piccolo torchio, per uso familiare, da 45 centimetri di diametro, una piccolezza, ma ci è sempre stato sufficiente anche quando facevamo le due vendemmie più sostanziose.

quante belle bollicine...








Vedendo il risultato ottenuto e guardando la vigna,  ci siamo pentiti di esserci limitati tanto, vista la quantità di uva stupenda che rimaneva. Per cui abbiamo deciso, il giorno dopo ancora, di preparare altro mosto: un altro mastello e mezzo abbondante, che ha prodotto un capazo pieno per 4/5, per cui il risultato totale è stato: 6 mastelli vendemmiati da cui 4 di mosto. E sulla vigna resta ancora molta uva, protetta dall'avidità dei merli mediante il sistema... dei CD appesi: a ogni rèfolo di vento si agitano, producendo anche barbagli di luce, che spaventano un poco gli attentatori... 


Dopo una settimana di rimescolature (nel frattempo il primo mosto aveva già preso un sapore "vinoso", il secondo ancora un po' dolce) ieri abbiamo torchiato. Una volta torchiato si passa il mosto nelle damigianette, cui applichiamo un tappo speciale, che serve a far liberamente gorgogliare fuori il gas che si sprigiona dalla fermentazione. 

tappo "gorgogliatore"


Dal primo mosto abbiamo ottenuto 4 damigianette (garrafones) di vino "fiore" (solo sgocciolato) più un'altra mezza che abbiamo aggiunto al secondo mosto, ottenendo quindi un'altro garrafón di vino misto anche di torchiatura e un altro pieno per più di metà di solo mosto torchiato. Per ora non è ipotizzabile quanto vino si otterrà, dopo i due travasi previsti (dipende dalla quantità di feccia che si poserà sul fondo).

vino 1
                                 
vino 2 (separato per riconoscerlo)



Si può vedere che non torchiamo eccessivamente, il residuo appare, nel torchio smontato, ancora molto bagnato.


Le damigianette  che si usano qui sono da 16 litri nominali, con sottomultipli da 8 litri e da 4 litri. Del resto, anche se si trovassero le damigiane da 50 litri o più che vendono in Italia, non potremmo comunque usarle perché mio marito (figuriamoci io!) non potrebbe sollevarle.  

Mi sono chiesta più volte il perché di queste misure, magari risalgono a quando gli inglesi hanno avviato l'industria vinicola nelle Canarie... Infatti queste isole, che neppure Nelson riuscì a conquistare, sono però state di fatto "conquistate" economicamente dagli inglesi che ne hanno sfruttato la feracità e il buon clima, ancor prima di farne una meta turistica. Ancora adesso si riconosce l'antica presenza inglese: per esempio la peronospora qui si chiama míldiu (cfr. l'inglese mildew = muffa), una varietà di patata molto comune -oltre alle moltissime venute direttamente dall'America latina- si chiama chinegua per corruzione del nome originale King Edward eccetera.


Be', non so come verrà questo vino e conseguente aceto, però ho avuto almeno la soddisfazione di rifarmi dopo la delusione di tanti anni fa, di cui  ho già parlato qui