giovedì 23 agosto 2018

DAGLI INIZI ALLA FINE: BELISARIO

Salve a tutti, eccomi di ritorno dopo più di due anni tribolati piuttosto che no, con uno dei miei sproloqui storici su Roma. Stavolta, un racconto - che agli Dei piacendo potrebbe essere il primo capitolo di un eventuale romanzo - sulla fine della Romanità piuttosto che sui suoi inizi.
Belisario, ancor più che i Goti, è forse il vero responsabile del famoso "taglio degli acquedotti" che chiuse definitivamente l'epoca classica di Roma per dare avvio al Medioevo: in questo racconto mi interessava più che altro cominciare a tratteggiare un ritratto di Roma subito prima di quella temporanea fine.
Sempre a disposizione per annotazioni, domande e critiche.
Ben trovati a tutti, e buona lettura sperando la possiate considerare piacevole...


BELISARIO A ROMA

Il 9 Dicembre 536 e.v. (1289 a.U.c.), lo Strategos Autokrator Magister Militum Utriusque Militiae per la Pars Occidentis dell’Impero Romano, il consolare Flavio Belisario, entrava in Roma dalla porta Asinaria con circa settemila soldati imperiali, in gran parte arcieri Traci a cavallo, mentre dalla porta Flaminia dal lato opposto della Città, i Goti che ne erano stati fino ad allora la guarnigione sfilavano con tutta calma, in buona parte a piedi o con carri pieni di un ormai alquanto scarso bottino.
La porta Asinaria, per quanto potentemente fortificata, inizialmente non era stata altro che una posterula daziaria inglobata nella prima cinta di Aureliano, poi potenziata con due massicce torri circolari per rafforzare la linea di difesa fra la Prenestina e l’Appia, che ne facevano una sorta di imponente fortezza incistata nelle mura aureliane.
Il sole era calato già da tempo, e tanto la porta quanto il corteo all’esterno erano illuminati da una miriade di torce fumanti, i portoni già spalancati quando Belisario giunse di fronte ad alcuni militi del Pretorio fermi ad aspettarlo.
“Chi comanda la guarnigione qui?” chiese in un latino chiaro, piano ma gutturale, dirigendo lo sguardo su quello davanti a tutti, che oltre alla corazza di cuoio e all’elmo leggero, portava un paio di patere appese alla cintura.
“Sono il Tribuno Majus dei Vigiles Tiberio Aniciano Prepugnano, Duce!”
“Sarebbe Strategos, Tribuno Tiberio, ma lasciamo perdere: in effetti Duce Supremo è quel che ci assomiglia di più. Ho concordato con te l’ingresso per stanotte? Dove sono i Goti?”
“Ho mantenuto io le trattative, dietro istruzioni della Prefettura del Pretorio e su mandato del Senato, Duce. – confermò con tono piano ma autorevole Tiberio – I Goti hanno cominciato a defluire dalla porta Flaminia stamattina all’alba. Pare ce ne siano alcuni gruppi ancora intenti a saccheggiare quel poco rimasto fra Oppio e Celio, ma se ne andranno appena passata la sbronza, credo.”
“Speriamo non appicchino incendi – brontolò Belisario – e non provochino tafferugli all’interno di Roma che poi si trasformino in rivolte, che non ho voglia di usare la mano dura contro i cittadini Romani come ho dovuto fare a Neapolis e…”
Alla sospensione di Belisario, tutti i presenti andarono immediatamente con la mente alle descrizioni di come avesse sedato la rivolta di Nika nell’ippodromo di Costantinopoli, quattro anni prima, e tutti si augurarono fervidamente che i cittadini Romani non dessero problemi ai soldati imperiali.
“Bene! – disse cambiando di scatto tono – Dove si può allestire un centro di comando? Voglio la situazione dello stato delle mura entro domani mattina, è possibile?”
“È possibile se vi fidate delle mie indicazioni, Duce. Se volete verificarle attraverso i vostri mastri, a piedi ci vuole una giornata intera per fare il circuito intero, che però è in gran parte praticabile anche a cavallo. Eccetto là dove sono troppo rovinate, appunto.”
“Quindi? Dentro questa sorta di palazzo fortificato c’è una sala dove si possa programmare l’allestimento della difesa di Roma?”
“Qui, no. Gli spazi ci sarebbero pure, ma erano previsti per i collegamenti di difesa locale. In realtà, ci sarebbero quattro postazioni, cinque contando anche quella del Gianicolo, in grado di comunicare con la massima celerità sia con l’anello murario che con il centro di comando generale della Prefettura…”
“Dove sta la più vicina?”
Il Tribuno indicò alla sua sinistra, verso un punto nascosto nell’oscurità e oltre il muro.
“Al Palazzo Sessoriano, un migliaio di passi da qua.”
“Andiamoci, dunque. Per le mie truppe, soprattutto quelle a cavallo, che avete predisposto?”
“La maggior parte possono accasermarsi al Castro Pretorio: c’era la cavalleria dei Goti fino a ieri, ma temo si siano portati via tutto il foraggio. Per un paio di centinaia di cavalli c’è posto anche nell’anfiteatro Castrense annesso al Sessorium dove stiamo andando, poi ci sono una quantità di stalle lungo le mura.”
“Nel convoglio abbiamo anche foraggio sufficiente per una nundina, poi arriveranno i rinforzi di Giovanni Vitaliano, nel frattempo riapriremo le linee di rifornimento a tutta Roma. Andiamo a questo Sessorium, dunque!”

La lunga teoria di cavalli e cavalieri, torce, carri trainati da buoi, s’incuneò sotto l’unico arco incorniciato di travertino, s’allungò oltre la controporta che formava un piazzale all’interno, e piegò a destra lungo una specie di larga cavedagna polverosa che sfilava lungo l’interno delle mura, mentre a sinistra costeggiava una sorta di boscaglia punteggiata di ruderi.
“Questo sarebbe in effetti il viale che conduce dal Patriarchio al Palazzo Sessoriano – spiegò Tiberio, che era salito su un mulo e procedeva in testa alla colonna affiancando Belisario – o almeno quel che ne resta dopo l’incuria dell’ultimo secolo. Al tempo di Costantino, o meglio di sua madre Elena che progettò tutto il complesso Sessoriano-Laterano, era un susseguirsi di fontane e larari cristiani dedicati agli Apostoli.”
“Sei un buon conoscitore di questa città, pare. Di dove sei? Pensavo che i Goti non lasciassero responsabilità di comando agli italici.”
“Sono, in effetti, un dipendente civile della Prefettura: il Tribuno al comando dei Vigiles, un subordinato alle più alte cariche civiche. Tuttavia, senza di noi, che siamo circa duemila, l’Urbe non si mantiene. Per quel poco che si può mantenere, comunque. Io sono nato a Roma, come quasi tutti gli altri Vigiles, anche se in genere di estrazione più modesta della mia che sono di gens senatoria, per quel che vale ancora: in realtà, questo è il mio ultimo incarico di comando operativo, poi dovrei seguire il cursus honorum per scalare i livelli di Edile e Questore, poi chissà… chissà se ci sarà ancora per molto la Prefettura, per non dire Roma stessa…”
“Roma esisterà sempre! – esclamò Belisario, ma poi ammise – La Prefettura dell’Urbe in effetti non so. Roma mantiene ancora delle prerogative comuni solo a Costantinopoli, ma in effetti che città è, dopo un settantennio di dominazione erula e gotica?”
“Per quel che ne posso capire io, sta tornando quella di prima che i Cesari la trasformassero in città di marmo da legno e mattoni che era… e che è poi comunque sempre rimasta. Solo che s’è grandemente spopolata ad macula leopardi: in un certo senso è tornata l’agglomerato di villaggi che era al tempo di Romolo, giusto divisi da orti fra macerie e rovine, e circondati da questa potente cinta di mura che comunque non l’ha salvata da ben tre saccheggi negli ultimi centoventi anni, e gli ultimi due particolarmente pesanti. I Goti, perlomeno, hanno sempre rispettato Roma, a parte quest’ultima, comprensibile, razzia.”
“Ne parli con comprensione mi pare, infatti…” insinuò Belisario, con un certo veleno che Tiberio comprese immediatamente: nella prossima distribuzione di cariche e incarichi sotto l’amministrazione di nuovo Imperiale, la precedente lealtà a quella Gotica avrebbe segnato un discrimine.
“È inevitabile: ho avuto sempre a che fare con loro da quando sono nato. – disse in tono sincero – Ho quasi quarant’anni anni, e per essere arruolato nei Vigiles, per quanto di gens senatoria la mia candidatura quindici anni fa ha dovuto essere esaminata a Ravenna, anzi proprio perché di famiglia senatoria! È rimasta ferma per quasi quattro anni, e sono comunque un Magistrato minore, ma per iniziare il cursus honorum ho dovuto recarmi fino in quel tugurio malsano solo per perorare la mia causa di fronte ai consiglieri latini di Teodorico.”
“Sei stato a Ravenna prima della morte di Teodorico, quindi?”
“Sì. Un viaggio non troppo brutto, nonostante tutto, lungo la Flaminia. Lui non lo vidi, già ne parlavano come di un matto. Parlai con Severino Boezio, ma più che altro di filosofia. Il mese dopo il mio ritorno a Roma, Teodorico lo fece torturare e decapitare, ma nessuno dei Goti della guarnigione ne fu lieto, questo te l’assicuro.”
Belisario scosse il capo: per quel che ne sapeva lui delle intenzioni di Giustiniano, o meglio dei suoi consiglieri, nei confronti dei collaboratori italici dei Goti, Tiberio non avrebbe avuto una grande carriera, per quanto capace e competente fosse.
“Avremo tempo di parlare della politica dei Goti. Quanto siamo ancora lontani?”
“Dietro quel bosco di lauri.”
Pochi istanti dopo, la testa del convoglio sbucava in un’ampia piazza lastricata ma sconnessa e ampiamente inerbita, dominata sulla destra dal muraglione convesso di un anfiteatro a tre ordini cui erano state murate gran parte delle arcate ma lasciate le modanature in marmo, collegato tramite diversi edifici addossati gli uni agli altri ad una bianca facciata porticata i cui alti contorni si perdevano nel buio, a sua volta unita dallo stesso portico ad una facciata più bassa ormai quasi completamente illuminata dalle torce che via via s’affollavano nella piazza. Il portico pareva deviare ad angolo ottuso per fare da ingresso ad altri alti palazzi, e dopo un’altra ampia apertura fra bassi edifici chiaro indizio di una larga strada, si concludeva in una edicola che pareva avere avuto una corrispondente addossata all’anfiteatro ma ora ridotta a rudere, come a segnare l’inizio o la fine del percorso che avevano appena in parte seguito.
“Quindi, se ho capito bene – disse Belisario – questo è il Palazzo Sessoriano, laggiù alle nostre spalle c’è il Patriarchio di Roma, questo è il dismesso anfiteatro Castrense divenuto accasermamento per le truppe di guarnigione alle mura, quando ci sono…”
“E non ci sono state spesso, almeno negli ultimi quarant’anni. – confermò Tiberio – Vedete, ai Goti non piacciono le mura. Non gli piacciono nemmeno le città, se per questo, se non per saccheggiarle e fonderne quanto più bronzo possibile vi trovino. Ad altri barbari piace vivere nel marmo delle città, ai Goti no: preferiscono di gran lunga la vita da possidenti terrieri in villa.”
“Con i tempi che corrono, è forse più comodo e sicuro” riconobbe Belisario, cominciando a capire la comprensione di Tiberio per i Goti.
“Si sentono comunque prigionieri, in città. Si sentono mancar l’aria, dicono loro. Non possono nemmeno sopportare l’idea di esser tenuti sotto assedio in una città: per questo se ne sono andati al vostro arrivo. Preferiscono essere loro a metter sotto assedio Roma, o qualsiasi altra città, piuttosto che trovarcisi assediati dentro.”
“Questo al di là di ogni considerazione sull’efficacia della possibile difesa?”
“Sì. Il problema con Roma però, non gotico ma romano, è proprio quello: da un assedio serio non può essere difesa.”
“Noi non gliela faremo riprendere! Anzi, ci riprenderemo tutta l’Italia, a scorno loro…”
Tiberio tirò un sospiro più triste che paziente.
“Non intendevo questo. Forse avrei dovuto usare il termine protetta: Roma può anche essere resa imprendibile, ma non difendibile, non proteggibile, da un assedio serio. Come quello che avete fatto voi a Neapolis, per esempio…”
Belisario trasalì. Fino a quel momento aveva avuto ben altro a cui pensare, ma ora che il centro dei problemi diventava il mantenimento di Roma, il trucco di Neapolis risultava effettivamente un’arma che gli si poteva rivolgere contro.
Si scosse. La piazza, per quanto imperialmente ampia, si stava affollando di cavalli, carri e buoi, e troppe torce sballottate potevano provocare prima o poi un incendio fra tutte quelle sterpaglie.
“Duecento cavalieri nell’anfiteatro, gli altri proseguano per i Castra Pretoria. – ordinò a un attendente - Quanto a questa stanza di comando, dov’è?”
“Da questa parte – rispose Tiberio – e portate pure i cavalli, ma a mano: ci sono scalinate adeguate ai carri, però per i cavalli sono infide.”
Belisario fece segno ai suoi più stretti ufficiali di seguirlo e di stabilire la catena di comando, smontò dal cavallino poco più alto del mulo di Tiberio, e lo seguì dentro al portico.
Entrarono per un androne voltato nella giunzione fra Castrense e Sessoriano, presero a salire per un largo corridoio ad ampia rampa che si distaccava poco a poco dal muraglione dell’anfiteatro e presto si trasformò in un muro intonacato sul quale le torce facevano emergere fantasmi di pitture, dorature, stucchi, crepe e chiazze.
Sbucarono in un ancora più lungo criptoportico in piano dalle rade finestrelle, che seguirono alla loro sinistra per un centinaio di passi, fino a giungere ad una grande porta lignea cui erano stati strappati i rivestimenti in bronzo, e ai cui due lati il corridoio si restringeva biforcandosi, ma sempre in maniera da poter far passare almeno un cavallo alla volta.
“Eccoci.” Annunciò con semplicità Tiberio, aprendo il portone e facendo loro strada in un grande stanzone esagonale, assolutamente vuoto se non per un pilastrino al centro, reggente qualcosa che pareva un leggio.
Belisario fece qualche cauto passo verso il pilastrino, mentre fuori dalla porta ufficiali e attendenti cominciavano ad ingorgarsi con i cavalli e il mulo di Tiberio.
“Questa cosa sarebbe?” chiese, dubbioso se non si trattasse di un agguato, se dalle altre cinque porte non si potessero precipitare orde di Goti…
Ma quel timore che lui stesso sapeva essere una stupidaggine, venne subito sciolto dalla spiegazione di Tiberio.
“Questa era la camera di manovra dei carceres del circo Variano, prima della costruzione delle mura. Qui in effetti non c’è nulla, se non una mappa di Roma e sei porte, che conducono direttamente alle linee di collegamento delle altre centrali di controllo e di comando, con la Prefettura e fra se stesse.”
Belisario socchiuse gli occhi, infastiditi dal fumo che le torce stavano accumulando nella pur ampia sala con la volta a crociera, annuendo.
“Quelle linee di collegamento che ci saranno ancora, grazie a voi Vigiles, immagino.”
“Dopo il Ubi dolor ibi Vigiles fondante il nostro Corpo, Celeritate Conficiendi è il nostro motto. Chiunque difenda e protegga Roma, noi siamo al suo servizio.”
Belisario stavolta guardò decisamente negli occhi il Tribuno Tiberio dopo questa affermazione di stupefacente lealtà solo a Roma, e anche per rimandare la questione ad altri tempi urlò, a casaccio attorno a se, in greco:
“Per tutti gli accidenti! C’è una finestra da aprire qua? No? Aprite tutte le porte allora!”
Poi tornò di botto su Tiberio.
“Che mappa?”
“Questa.”

Tiberio invitò con un leggero tocco sul gomito Belisario ad avvicinarsi al leggio.
Con una inclinazione di quarantacinque gradi, un quadrato in bronzo aureo di tre piedi per lato portava incisa una mappa, che Belisario individuò immediatamente come quella di Roma.
Ma era una mappa ben più netta, precisa, dettagliata di qualsiasi altra reperita negli archivi di Costantinopoli, consultata e ripassata tante volte con il suo stato maggiore prima e durante quella campagna.
“Arinteo! Una mappa di Roma, subito! – sbraitò ad uno dei suoi attendenti, che si precipitò a cercare nelle sacche dei cavalli del seguito, parcheggiati nei corridoi che abbracciavano la sala, poi si rivolse a Tiberio – Chi l’ha fatta?”
“Venne incisa al tempo di Probo, dono della socìetas degli Agrimensori. Questa, come le altre quattro nelle altre centrali di comando. Quali officine le abbiano materialmente incise, non lo so di sicuro, ma probabilmente quelle del Templum Pacis, dove ci sono gli archivi della Forma Urbis e dove risiede la Prefettura, fin dal tempo di Adriano pare. Le successive annotazioni incise sono state aggiunte man mano che la cinta si rafforzava, da Stilicone in poi.”
“Non importa – borbottò Belisario, nel frattempo fornito dei vari rotoli di papiro richiesti, che confrontava con la mappa incisa nel bronzo – più o meno tutto corrisponde con quel che ho io, ma qui è… maledettamente più… dettagliato… Immagino che le proporzioni delle distanze siano esatte.”
“Sono esatte le proporzioni degli edifici illustrati all’interno, e quindi la proporzione delle distanze in uno a diecimila. Se guardate da vicino, questi puntini sono disposti con ordine geometrico…”
“Ci credo! – sbottò Belisario – Voglio solo essere sicuro che questo reticolo di filamenti incisi siano strade percorribili.”
“Sono strade, che siano percorribili è da vedersi quali, e come. Al tempo in cui venne incisa quella mappa, Roma aveva mille, forse millecinquecento migliaia di abitanti. Adesso ne ha un decimo, e buona parte delle case abbandonate sono ormai collassate su tante di quelle strade, minori o maggiori, e altre i Goti le hanno ostruite…”
Belisario annuì ancora: era ovvio che per controllare una città così vasta, che per quanto spopolata fosse risultava ancora essere la più popolosa dell’Occidente, la maniera più rozza fosse interromperne i collegamenti secondari interni e pattugliarne le sezioni principali. Se fosse stato nella situazione dei Goti, avrebbe fatto lo stesso.
“Le mura, piuttosto – tagliò corto – sono tutte percorribili a cavallo?”
“Teoricamente sì, praticamente no. Dai Castra Pretoria fino al Tevere, sì. Spesso anche nell’ambulacro inferiore che in origine erano gli spalti, prima della ristrutturazione di Stilicone… dovrei dire Onorio, lo so…”
“E farai sempre meglio a ricordartene… insomma, dimentica Stilicone! È in damnatio memoriae da sei generazioni, e non penso verrà mai riabilitato… Comunque, dai Castra Pretoria fino alla Porta Salaria?”
“Là è più difficile. Roma riceve da sempre i suoi principali attacchi da nord, l’unico sacco che nella sua Storia abbia subito da est è stato con Silla dopo la battaglia di Porta Collina, l’unico da sud quello dei Vandali sbarcati a Ostia più per le mene di Genserico che per incapacità delle forze Romane di resistere: al tempo il corpo dei Vigiles aveva in organico ancora diecimila militi, ma non vennero adeguatamente armati.”
“Terrò conto di questo vostro spirito di lealtà verso Roma, ti assicuro!” non riuscì a trattenersi dal dire Belisario, fra l’ironico e il commosso.
“Grazie, per quel che potrete, Duce! – decise di cogliere solo il secondo Tiberio – Comunque, le mura fra i Castra Pretoria ed il Pincio non solo sono quelle più sottoposte agli attacchi diretti, ma proprio per questo…”
“I Goti le hanno sabotate. Ho capito.”
Nella confusione di subalterni in cerca di ordini, tenuti a faticosa distanza da ufficiali che per parte loro volevano saper cosa fare che in quei pochi minuti aveva continuato ad addensarsi, Belisario pose un dito sul centro della mappa bronzea dorata, e guardandola scorrendo lo sguardo lungo tutto il perimetro, chiese:
“Dove mi consigli di porre la mia residenza e quartier generale?”
“Non lì dove avete il dito, Duce. Lì in effetti c’è più o meno la Prefettura, o anche il Palatino, se volete. Ma considerato il settore della Salaria quello principale da cui arriveranno i Goti, la centrale di comando e la residenza più funzionale ad essa sono un po’ più su, un po’ più a sinistra…”
Belisario vagolò per un po’ col dito sulla mappa variegata dalla luce delle torce, poi sbottò:
“Non farmi perder tempo, Tribuno Tiberio! Dove? E perché!”
Tiberio istradò con il proprio indice il suo dito alcuni centimetri oltre le terme di Diocleziano dove era finito, fino a una sorta di testa di martello formata dal circuito delle mura.
“Qua. La Domus Pinciana. Perché la centrale di comando di quel settore è sopra il castellum acquae dell’Aqua Virgo incorporato nella villa, e perché l’Aqua Virgo sarà l’unico acquedotto che i Goti non potranno interrompere, se non entrando in Roma…”
Belisario fremette, a quella seconda insinuazione su quel che sarebbe potuto succedere a Roma in caso di assedio gotico, dopo il bell’esempio dato da lui stesso a Neapolis.
Fino ad allora, gli acquedotti erano stati considerati quasi sacri, fondamento della civiltà stessa contrapposta ai barbari che i Romani combattevano dai tempi di Caio Mario, come le terme e i balnea del resto. Ma dopo Neapolis, dopo il taglio dell’acquedotto per utilizzarne lo speco come penetrale lasciando tutta la città a secco in piena estate, e dopo il massacro che – questa volta contro la sua volontà, non come per Nika – le sue truppe ausiliarie mercenarie, efficienti ma alquanto raffazzonate soprattutto come disciplina, avevano commesso su Goti e non Goti, di sacro pareva non esser rimasto più nulla, da nessuna parte.
Belisario ne era consapevole, ma era prima di tutto un soldato che doveva raggiungere ad ogni costo un risultato con forze di gran lunga inferiori a quelle del nemico. E doveva essere ben sicuro che quel nemico fosse soltanto goto.
“Va bene. Andremo lì. Anastasio! Dov’è sta mentula…”
Con stupito sgomento di Tiberio, Belisario cominciò a inanellare comandi in greco intervallato da frequenti termini postribolari latini, poi posti i termini di come si sarebbe dovuta intersecare la catena di comando in attesa che le truppe avessero il loro giusto riposo prima di prendere l’effettivo controllo dell’Urbe, tornò a rivolgersi a lui, facendo scorrere il dito su le linee della mappa bronzea.
“Andiamo a verificare lo stato dei camminamenti fino al Tevere, o almeno fino alla Porta Appia. Questa parte di mura non dovrà forse sopportare la parte maggiore dell’assedio, dato che da questo lato li potremmo prendere alle spalle salendo con le riserve da Anzio, ma una volta lì voglio attraversare il centro di Roma, per arrivare a questa Domus Pinciana. Voglio rendermi conto di quanto in effetti sia grande questa città.”
Tiberio sorrise, con malinconia.
“È tanto inutilmente larga ora quanto è stata utilmente grande nella Storia, Duce et Stratega Orbe! Come nella famosa Ode di Gaio Prepuzio Sottalnaso…”
“Mai sentita, né conosciuto questo poeta” commentò asciutto Belisario.
“E’ un criptico dei tempi di Eliogabalo, temo famoso solo a Roma…” non provò nemmeno a spiegare Tiberio.

 Il piccolo drappello costituito da Belisario, Tiberio con un suo attendente anch’esso dotato di mulo e dodici Traci della guardia personale dello Strategos (tutti provenienti dal villaggio natio di sua madre), recuperò le cavalcature, ripercorse il criptoportico fino al suo sbocco sui camminamenti ottenuti dalla summa cavea dell’anfiteatro Castrense, e qui si rimise in sella.
Oltrepassarono per angusti corridoi e lievi rampe la porta Asinaria, e dopo qualche centinaio di passi cauti e scanditi dallo zoccolio negli ambulacri del livello originale delle mura, aperto verso la Città ma occluso dai muraglioni di Onorio verso la campagna, e poi di nuovo nel largo camminamento sugli spalti, passarono a tergo di un grande complesso recintato, illuminato quasi a giorno da una moltitudine di fiaccole.
“Il Patriarchio Laterano” disse piano Tiberio.
“È fortificato, mi pare” osservò Belisario.
“È cinto da un muro, sì. Ma non la considererei una vera e propria fortificazione: il Patriarca Papa di Roma si difende più con la propria autorevolezza e con l’Auctoritas della Ecclesia Cattolica, che con mura o armi.”
Belisario archiviò la cosa fra le tante che avrebbe dovuto affrontare nei giorni seguenti, e non commentò.
La breve fila di lenti cavalieri sfilò oltre, e fra strette curve ad angolo e slarghi entro le torri intercalari, giunse all’ennesima porta stretta fra due massicci torrioni circolari.
“La porta Metronia – disse Asculpio, l’attendente di Tiberio – scendendo da qui in cinquecento passi si possono raggiungere direttamente le terme Antoniniane sull'Appia Vetus intra moenia, oppure se volete raggiungere la porta Appia per gli spalti ce ne servono ancora un paio di migliaia…”
Belisario annuì. Ne aveva avuto abbastanza di quel che si poteva vedere dalle mura di Roma andando avanti così: l’indomani i suoi ufficiali avrebbero saputo capir ben meglio di lui ora.
“Va bene qui. Scendiamo sull’Appia Vetus.”

Quando uscirono dal recinto della porta Metronia per imboccare una via dritta e in lieve discesa, uno spicchio di luna tanto basso da far capire che sarebbe scomparso presto illuminò la desolata distesa di cumuli scheletriti di insule colme di mattoni che l’affiancava.
“Opera dei Goti, o dei Vandali? – chiese Belisario – O del sacco di Ricimero?”
“No, dei Romani stessi. Questo è l’effetto della spopolazione di cui vi ho parlato: se c’è un decimo degli abitanti di un tempo, è inevitabile che se ne vedano gli effetti, nei quartieri meno serviti almeno, diciamo così…”
“Serviti da cosa?”
“Eccovi la spiegazione…” interloquì Asculpio
Trottando finalmente liberi dalle strettoie degli ambulacri delle mura, in pochi minuti erano passati fra gli orti e frutteti che attorniavano una piccola basilica cristiana avvolti in una lieve foschia, che giunti quasi al piano si era trasformata in ventate di nebbia che si confondeva col fumo delle loro torce.
Nascondeva e svelava una immensa recinzione addossata alle dune più basse del Piccolo Aventino, un muro in laterizio spogliato, alto una ventina di piedi, prospiciente ad una sorta di palude fangosa, alimentata da una mezza dozzina di fontanelle gorgheggianti marmoree allineate fra lastre di peperino lasciate qua e là, chissà perché, da evidenti lunghe razzie.
“Ecco cosa?” sbuffò Belisario, sconcertato di fronte a quel miscuglio di selvaticità e imponenza, perché a metà del muro adorno di marmi in parte asportati, oltre il rado velo nebbioso c’era un triplice portale, e oltre ancora s’intravedevano cupole e gli strani culmi tipici delle terme sempre più offuscati nella tenue luce lunare.
“Le terme Antoniniane. Qui c’è acqua, pulita. Fluente sempre. Guardatevi attorno, quando attraverserete Roma: troverete tanti più Romani laddove quanta più acqua ci sarà.” spiegò Tiberio.
Belisario lo scrutò, perplesso.
“Mi stai dicendo che la popolazione di Roma si concentra ancora attorno alle deliziae termarum come riportano i testi antichi?”
Tiberio parve colpito dall’osservazione, come se gli avesse aperto un altro punto di vista su una situazione atavica ormai vetusta.
“L’abitudine al recarsi alle terme dei nostri antenati è divenuta altro. Le grandi terme augustane Flavie, Traianee, Antoninane, Dioclezianee e Costantiniane non sono più in uso dal tempo del sacco vandalico, le terme di Agrippa e di Nerone sono state devastate dal sacco di Ricimero, come la gran parte di quelle private. Ma il problema non è tanto il riattarle, se pur pare impossibile: è che non c’è più la legna per mantenere in funzione i forni e quindi gli ipocausti. O magari ci sarebbe pure, ma non c’è più l’organizzazione che permetteva di approvvigionarsi quotidianamente…”
“Però l’acqua scorre comunque…” borbottò Belisario
“Infatti. Le piscine delle grandi terme, ma anche di tante medie o piccole, sono diventate essenziali fonti d’acqua per la vita quotidiana di chi, man mano sempre meno, continua a vivere in Roma. Qua alle terme Antoniniane, per dire, si abbeverano le mandrie ovine del Latius Vetus, a quelle di Diocleziano le mandrie bovine che scendono da Tivoli, nelle Traianee si sono attrezzati abbeveratoi per asini, muli e cavalli dei mercanti che ancora vanno e vengono per le vie consolari; subito sotto, in quelle di Tito, porcilaie che scaricano nelle vasche inferiori e nelle cloache dell’anfiteatro Flavio, come potrete constatare fra poco…”
Belisario sentì formicolarsi tristemente la nuca: aveva visto ridursi così terme in qualunque città fosse stato, ma che il Centro del Mondo si fosse trasferito da Roma a Costantinopoli non autorizzava Dio a ridurre l’Urbe così, come fosse una periferia qualunque…
“Questo è? Questo rimane delle terme di Roma, famose e copiate in tutto il mondo?” borbottò in dialetto tracio, che Tiberio comunque comprese.
“Questo è delle termae pubblicae che la Prefettura non è più in grado di manutenere. Continuano ad essere mantenuti in funzione i balnea privati, di chi ha ancora il denaro per approvvigionarsi di legna. Legni che vengono dalle insule abbandonate, spesso smontate più che abbattute. Bisogna anche avere gli schiavi capaci a manutenerli, poi…”
“Capisco. Andiamo avanti” tagliò corto Belisario, sempre più incupito.
Giunti sul piano del selciato dell’Appia, svoltarono a dritta e seguirono per qualche minuto al trotto il percorso a fuso, costeggiato da edifici innebbiati tanto più imponenti quanto sempre più fatiscenti, laghetti marmorizzati spogli dei loro boschetti, are abbandonate a se stesse, insule pericolanti probabilmente da quando erano state via via costruite (ed ora più o meno attentamente smontate), tagliato fra Celio e Piccolo Aventino da un arco trionfale ottenuto con le alte arcate dell’Aqua Claudia.
Lo spicchio di luna ormai tramontato aveva lasciato il posto a quella sorta di fosforescenza che precede la vera alba. Sulla loro destra incombeva la massa oscura del Celio coronata dallo spicchio traverso del culmo del tempio di Claudio, a sinistra una selva di edifici da cui emergeva la sagoma burbera del Piccolo Aventino.
Finché giunsero di fronte a una piccola porta severa, in basalto, con una arcata centrale anche più bassa del cimiero di un cavaliere, e le due posterule pedonali basse tanto da dover far chinare un gobbo. Era affogata fra sterpi e rovi in un boschetto di tigli, isolata dalla biforcazione del basolato che vi passava in mezzo per sparire oltre.
“La originaria Porta Capena” disse piano Asculpio.
Belisario assentì lentamente.
“Mio nonno materno venne a Roma nei primi anni del regno di Teodorico – borbottò – e mi raccontava spesso, quando ero bambino, della sua entrata dall’Appia. E diceva che quando passò sotto questa porta, che evidentemente al tempo era ancora agibile, comprese come avesse solo cominciato a vedere lo spettacolo più grande del Mondo…”
Sia Asculpio che Tiberio lo guardarono con curiosità rispettosa.
“Effettivamente, quando ero bambino io ci si passava ancora per quella porta, ma solo per gioco nostro, poi ci son state varie alluvioni ed è annegata nel limo – disse Asculpio – È in effetti stata una sorta di spartitraffico dai tempi di Caracalla, e al posto del bosco di tigli c’erano due archi, crollati nel terremoto succeduto di poco al sacco dei Vandali. Ciò che si vede passando oltre, è però più o meno lo stesso da più di tre secoli…”
E invero, quel che vide Belisario aggirando la porta e oltrepassando il boschetto, fu più o meno quel che aveva affascinato suo nonno.

Avendo seguito il basolato a destra, in quello che ormai era una sorta di sentiero fra stenti tronchi e scheletrici rami, il gruppetto sboccò giusto in asse con la via dei Cerchi, con la sua cavernosa perdita di archi nel buio sotto i Palazzi Palatini che cominciavano a fosforeggiare nell’aurora.
Gli archi mantenevano la loro spinta fra le ultime pendici rocciose del Palatino e il muro laterale del Circo Massimo, il cui lato curvo dominato dal maestoso marmoreo arco trionfale si svolgeva in una monumentale sequenza di arcate vuote, contraffacciate dagli edifici altrettanto imponenti del Piccolo Aventino.
Poco più in là, a fare da quinta alle sagome sempre più chiare dei culmini dei Palazzi Palatini, la mastodontica facciata composita verdazzurra del Septizodium, una cascata di fontane colonnate su tre ordini alti trenta piedi ognuno, scanditi verticalmente da tre nicchioni semicircolari e cinque facciate scolpite, un frastuono scrosciante sempre più assordante man mano che ci si avvicinava.
“Al tempo i cento piedi classici erano raggiunti con le statue sull’attico – precisò Asculpio, che aveva spiegato tutto ciò ai suoi compagni mentre si avvicinavano al passo, rassicurando i cavalli innervositi da quel fragore inatteso – ma sono state tirate in testa ai saccheggiatori del tempo di Ricimero. Non che sia servito a molto, oltre a frantumare statue di dubbia fattura, per i pezzi che ho potuto vedere…”
“Quattro anni prima della riconsegna delle insegne imperiali della Pars Occidentis a Costantinopoli da parte di Odoacre, mi pare…” borbottò Tursario, il capoturma della scorta di Belisario.
“Sì, una ventina prima dell’avvento di Teodorico. Brutti tempi, tutti mi han sempre detto. Speriamo non ce ne siano di peggiori…”
Il mala tempora currunt peius parantur ciceroniano, purtroppo scorse in vario modo consapevole nelle loro menti.

Lasciarono alle loro spalle lo scroscio del Septizodium, e si avviarono nella ancora fitta penombra della strada verso destra, stretta più che dalle pendici del Palatino e del Celio, dalla frotta di edifici che vi incombeva sul dritto percorso, tagliato dopo un cinquecento passi dalle slanciate arcate del prolungamento di Domiziano dell’Aqua Claudia per i Palazzi Imperiali.
“La Via Triumphalis! – esclamò con reverenza Belisario – Sapete che son stato il primo non appartenente ad alcuna Casa Imperiale ad essere stato onorato col Trionfo, dopo cinquecentoquarantaquattro anni? Ma è stata una buffonata, rispetto a quelli che son passati per di qui…”
“L’ultimo fu centotrentacinque anni fa quello di Onorio… – osservò mestamente Tiberio – e fu pure un Trionfo anomalo, incompleto, in un certo modo sacrilego: il corteo si formò al Colle Vaticano, di fronte alla basilica costantiniana, e terminò nel Foro Magno con una concione ai Senatori e al Popolo, senza salire in Campidoglio. Nove anni prima del sacco di Alarico…”
“Sacrilego? – esalò Belisario attonito – A Roma esistono ancora forme pagane idolatre?”
“Molte forme cerimoniali della stessa Ecclesia Cattolica sono mutuate direttamente e poco modificate da quelle rituali… idolatre – cercò di glissare Tiberio – e molte processioni spesso assomigliano a trionfi, o a spezzoni di trionfo mutuato dalle pratiche antiche.”
“Intendevo altro – bofonchiò Belisario – ma per l’amor di Dio ci mancherebbe solo mi infilassi pure in queste beghe…”
“Comunque – intervenne opportunamente importuno Asculpio – se viveste qui, in uno qualsiasi di questi tuguri sorti dove un tempo si erigevano i palchi per il pubblico dei Trionfi, non vi basterebbe dire che vivete in Via Triumphalis. Strata Triumphalis intra moenia ultra circus extra Palatium, se doveste indicare esattamente a qualcuno dove deve arrivare qui. Improbabile, comunque. Nei Palazzi Palatini non ci vive più nessuno dai tempi di Maggioriano. Ormai, al massimo ci vivono i discendenti degli antichi custodi che hanno impiantato orto, vigneto e olivi in ogni parco, giardino o peristilio gli sia riuscito farlo. Le domus addossate sotto il recinto del tempio di Claudio sono più popolate, ma molte hanno dovuto essere sgomberate perché questa parte del Celio è particolarmente franosa. Per secoli ci si è messo mano con sostruzioni di ogni tipo, ma ormai…”
“Sì, certo…” commentò con montante rassegnazione Belisario.
Passarono sotto le arcate dell’acquedotto domizianeo, maestoso diverticolo destinato solo al Palatino, il cui specus era già tinto di rosa, e trottarono nella luce azzurrata dell’ombra del Celio, che ormai si distingueva più scuro nelle sue insule dalle ormai rosee piantagioni di pino da pinoli degli orti attorno al tempio di Giove Statore, un tempo di Eliogabalo, ora in procinto di divenire Santa Maria in Pallara, l’ultimo sperone del Palatino prima di sfociare nella sella della Velia.
Lì subito sotto, cinquecento altri passi dopo il diverticolo del clivus Celimontanus, allo sbocco della via Triumphalis c’era l’Arco di Costantino, del quale si perdeva immediatamente l’interesse per via di quel che celava e rivelava, ostruendo parzialmente la vista con la sua muta supponenza…
“Vedete: a Costantino non sfuggì il colpo d’occhio che un arrivo improvviso qui, oltre il suo Arco, uno straniero avrebbe fatto di colpo suo…” disse Tiberio lasciando passare Belisario per primo sotto l’ampia arcata, e scorrere poi i suoi Traci, scambiando un’occhiata con Asculpio.

Per qualche istante di indeterminabile assenza d’ossigeno, la mente sempre ipercinetica di Belisario si bloccò, la nuca gli parve ingombra di formiche impazzite come quando si calpesti un formicaio, le orecchie presero a ronzargli come se mille api gli rimbalzassero fra le meningi, le pupille gli si dilatarono ancor prima che lo stupore gli divenisse percepibile attraverso i polmoni bloccati, poi sempre più gonfi.
E proprio mentre quella grandiosità incombente da ogni lato, profonda in ogni direzione, alta come il cielo di lapislazzuli gli inondava i visceri, un lampo improvviso venne a squarciare la penombra, e vi rimase finché non avanzarono ancora nell’ombra di quella piazza plasmata da giganti.
Da qualche parte, ovunque fossero i Colli Albani, il sole aveva cominciato a lanciare direttamente i suoi strali.
La cresta immensamente alta del più gigantesco anfiteatro del Mondo, con le sue orbe arcate qua e là punteggiate da statue o pezzi di statua superstiti come una gigantica chiostra sdentata, aveva appena cominciato a rifulgere, quando un raggio rimbalzò sulla cresta bronzea del Colosso, erto avanti a loro, alto quanto l’attico dell’anfiteatro e largo quanto tre colonne tortili, fissante il culmo del tempio di Venere e Roma, che sopra il muraglione dalle due scalinate, con il suo lungo, ampio e armonico colonnato, confinava in una stradicciola accostata ai pergolati degli orti Adonei del Palatino.
Oltre, a degno sfondo, le strutture apollodoriche delle terme di Traiano incombenti su quelle titaniche delle terme di Tito, a coprire interamente il Colle Oppio di chiaroscuri opachi e brillanti, man mano che il sole si alzava.
Belisario si avvicinò lentamente al Colosso, il cui piedistallo ancora per la maggior parte coperto da lastre di peperino era alto quanto una piccola casa.
“Ma ha le corna, o pare a me?” chiese a Tiberio, socchiudendo gli occhi nel guardare gli ultimi due raggi superstiti della sua originaria chiostra.
“Un paio d’anni fa un diacono, colpito dicono da eremitismo fanatico, si arrampicò fin sopra la testa del Colosso e buttò giù tutti i raggi, eccetto quei due. Ci mise tre giorni, poi urlò che il Diavolo è a Roma, e si scagliò di sotto pure lui.”
“Eremitismo fanatico?”
“Dicono…”
Belisario tornò a guardare in alto, verso la testa cornuta che un tempo era appartenuta ad Apollo ormai scintillante del pieno sole, erta sul piedistallo che l’anfiteatro Flavio ancora teneva in ombra.
“Beh, certo che è tanto bel bronzo. Stupisce stia ancora su.”
“Sta su perché è una rogna tirarlo giù! – grugnì Asculpio – Ci han provato in tanti, da Alarico in poi. Ma quando Adriano fece spostare il Colosso da dove era stato tirato su originariamente, cioè dalla sella della Velia dove Nerone l’aveva fatto mettere nell’atrio della sua Domus Aurea, per costruire il tempio a Venere e Roma come unione ideale fra Foro e centro effettivo dell’Urbe, i suoi mastri ritenettero di dover appesantire la struttura interna per evitare che gli scrollamenti dei terremoti facessero staccare le lastre di bronzo all’esterno. Per cui, provare ad abbatterlo tirandolo giù con corde e altri marchingegni, è rogna…”
Lo si doveva fare da dentro, concluse fra se Belisario, ma in sé se lo tenne.
Ormai l’umida notte s’era trasformata in una gelida mattinata di sole, complice un Garbino che aveva cominciato a soffiare sempre più insolente.
“Ebbene?” chiese Belisario, interrompendo bruscamente quel momento di estasi comune.
“Per raggiungere il Pincio, da qua è il caso di evitare i Fori – si scosse Asculpio – Roma è radiale, capite?”
“E noi la vogliamo tagliare trasversalmente, sì. Andiamo quindi. Dove?”
“Per di là – fu Tiberio ad indicare il vicolo invaso dai rovi fra il tempio di Venere e Roma e gli orti palatini – per la Via Sacra.”

Il gruppetto di cavalieri risalì il paio di centinaia di passi fra i rovi sul basalto nero fino all’arco di Tito, dove Asculpio disse:
“A sinistra c’è il Clivus Palatinus, si arriva nella corte palatina e c’è l’entrata principale del Palatium, dietro la facciata però…”
“Noi dobbiamo andar lì?”
“No, era per illustrare i luoghi…”
“Illustra pure” concesse Belisario dopo una breve meditazione sacramentale.
“A destra possiamo scegliere: o continuare la Via Sacra attraverso tutti i suoi diverticoli, o andar dritti e prendere la via Nova, a mezza costa del Palatino, arrivare direttamente nel Foro, e da lì attraverso tutti gli altri Fori…”
Belisario improvvisamente si chiese se si sentiva più stanco, più estenuato o più divertito da Asculpio e dalla situazione, ma si scrollò il pensiero di dosso in fretta.
“Ho capito. E lo chiedi pure. Certo, per illustrare i luoghi sei quel che ci vuole, Vigile Asculpio… Da che parte si piglia, questa via Nova?”

Come la più o meno parallela via dei Cerchi dall’altra parte del Palatino, anche la via Nova era stata dotata di costoloni per reggere da una parte il monte e dall’altra le più varie costruzioni, sotto la cui ombra alternata a sprazzi di sole che chiamavano fuori dalle case sempre più popolani, il drappello avanzava con aria curiosa ma indifferente allo stupore dei primi cives Romani, la plebe più mattutina o gli schiavi delle prestigiose domus private risparmiate dalle fabbriche imperiali, che si ergevano ripide e incombenti sopra le botteghe alla loro sinistra, mentre a destra, oltre le bancarelle e le rade tende che si stavano innalzando, una selva di tetti non nascondeva la cupa facciata della Basilica di Costantino.
All’altare di Aius Locutius, una vetusta edicola all’incrocio fra via Nova e le scalae palatine che la collegavano col più alto Clivus Victoriae, Asculpio si fermò di nuovo ad illustrare le alternative.
“Se si potesse passare per il Velabro, potremmo scendere sul Vicus Tuscus e aggirare il Campidoglio per passare di fianco al Teatro di Marcello e da lì raggiungere la Via Lata per i campi dei Saepta Julia. Disgraziatamente, il Tevere è in piena da alcuni giorni ed è esondato subito a valle dell’isola Tiberina. Per cui, ci è d’obbligo scendere al Foro ed attraversare il Foro di Giulio e il Foro di Traiano, Divi tutti e due, oppure…”
“Avanti!” fremette Belisario, frenando un ghigno.
Aggirando un piccolo edificio disadorno, con una sola piccola porticina oltre la quale si udiva un sordo scroscio d’acqua (“È la statio aquarum che alimenta le fontane del Foro e le domus lungo la Via Nova” rispose Tiberio alla domanda di Tursario), scesero per un ripido vicolo fino in un minuscolo slargo, fra alti muraglioni che inquadravano il colonnato circolare del tempio di Vesta.
“Immagino che quando spensero il fuoco eterno di Vesta, abbiano anche vuotato i suoi penetrali dagli oggetti che conteneva” disse Belisario girandoci attorno pian piano.
“Il Palladio, lo scettro di Priamo e il velo di Iliona? – chiese Tiberio – In effetti, vennero portati via prima che gli Editti di Teodosio venissero messi in atto. Pare in realtà che siano stati sostituiti con copie appositamente predisposte da molto tempo, come per gli altri Pignora Imperii, eccetto la Quadriga dei Veienti che venne rimossa dal culmo del Tempio della Triade Capitolina dopo il primo incendio del tempio, e se ne son perse le tracce da allora. E in parte gli Ancilia, dei quali l’originale, che solo il Rex Sacrorum e il Rex Nemorensis sapevano identificare, è stato rimosso e nascosto. Gli altri, distrutti in una sommossa al tempo di Papa Liberio.”
“Nascosti? Dove? E da chi?” chiese incuriosito Belisario, mentre passavano sotto il sobrio Arco di Augusto, a fianco del tempio di Cesare.
“Non si sa. Il Collegio Pontificale – o almeno quel che ne rimaneva, perché già ai tempi dell’ultima Censura di Giuliano trent’anni prima fu difficile trovare abbastanza candidati patrizi o plebei per completare i ranghi dei Flamines e dell’altro centinaio di cariche sacrali – probabilmente fece in modo di mettere al sicuro almeno i sette Pignora Imperii, ma per quanto le voci scorressero, anche magari sparse ad arte, il segreto del dove è sempre rimasto tale.”
Erano ormai al Tempio di Cesare, e Belisario volle fermarsi qualche istante di fronte al basamento che conteneva l’improvvisato a furor di popolo ustrinum dell’uomo più eponimo dell’intera Storia di Roma, assieme al nipote ovviamente.
Poi proseguirono a lento trotto in quella venerata piazza immersa, sommersa in una selva di colonne, colonnati e timpani marmorei tutti molto sporchi, spogli piedistalli, ripide scalee muschiose che portavano ai pronai muffosi del Tempio dei Castori come a quello di Saturno o alle aule insozzate delle basiliche, inoltrandosi oltre le imponenti colonne onorarie imperiali che limitavano il cuore del Foro fra la Basilica Julia sotto il Palatino e la Basilica Emilia che occludeva la vista ai Fori Imperiali e alla Suburra.
Proprio al centro, prima della Colonna (un tempo) Rostrata, vi era un piedistallo grande quasi quanto quello del Colosso, ancora impavesato di marmi ma spoglio d’altro.
“Era il basamento della statua equestre di Costanzo Augusto, secondo del Nome, fatta erigere durante la sua visita a Roma – disse Tiberio notando gli sguardi vaghi che vi si appuntavano – Non durò a lungo: era in bronzo dorato, fu la prima cosa che i Vandali spaccarono e portarono via, dato che i Visigoti l’avevano inspiegabilmente lasciata qui quarant’anni prima.”
“I Visigoti avevano qualche motivo di riconoscenza verso Costanzo, il secondo del nome? Alarico non doveva nemmeno sapere chi fosse stato quell’Imperatore di sessant’anni prima…”
“A quei tempi i Visigoti occupavano ancora la Dacia, e pare non avessero dei cattivi rapporti con l’Impero, almeno allora. Fu Valente a far gestire male il loro esodo sotto la pressione degli Unni con tutto quel che ne seguì, Adrianopoli compresa. Ma tutto ciò non c’entra: Alarico lasciò qui la statua di Costanzo perché aveva già razziato abbastanza di tutto quel che si potesse portar via senza far troppa fatica e troppi danni, come dagli accordi che gli avevano permesso di entrare nella Città. Fu un saccheggio concordato con Ravenna, con i ministri di Onorio, forse con Onorio stesso, limitato a pochi giorni. Quello dei Vandali fu invece un sacco ragionato, metodico, preordinato con acume da Genserico, organizzato per portar via il massimo di valori con tutta calma, comprese parecchie centinaia di cittadini Romani presi in ostaggio…”
Belisario sentì una sorta di malore diffuso in tutto il corpo, come un prurito impossibile da grattare, mentre faceva scorrere lo sguardo su quel fitto affastellarsi di colonne, scalinate, archi, trabeazioni, loggiati dominati a sinistra dalle facciate arcuate del Palatium rifulgenti di sole, avanti dalle rupi cornute del Campidoglio, emergenti dai timpani del Tempio della Concordia e quello di Vespasiano e dalla severa facciata del Tabularium, culminanti nelle rabbuiate sagome trasverse del Tempio di Giove sul Capitolium e del Tempio di Giunone Moneta sul Arx.
Erano in quello che per secoli e secoli era stato il centro del Mondo, sul Comitium, quasi aderenti all’Umbilicus Urbis – il collegamento diretto fra la Roma supera e quella infera – e al Miliarium Aureum, il tradizionale Centro del Mondo, che ormai era uno spoglio podio circolare di marmo sporco.
Asculpio li condusse fin sotto l’Arco di Settimio Severo, e li lasciò assorbire per qualche minuto la placida vita di ciò che le prime ore del mattino cominciavano a popolare il vetusto Foro Magno: mulattieri, carrettieri, bottegai ambulanti che con il loro fardello in spalla o diviso con un ragazzetto o due attraversavano lesti la piazza scendendo la Via Sacra o sbucando fra il Tempio dei Dioscuri e la Domus delle Vestali per arrivare ad occupare il loro posto nei portici dei mercati della Suburra e del Campo Marzio, mendicanti che infastidivano tutti, soprattutto i rari passanti che parevano essere oziosamente lì per la più antica e tradizionale occupazione Romana: discutere e scommettere su qualsiasi cosa.
“Quella è la vetusta Curia Julia, ma il Senato oggi si riunirà nell'aula usuale al Templum Pacis per discutere del vostro arrivo, e permanenza, Duce. – disse Asculpio – A fianco passa l’Argiletum, che dal Foro Transitorio sale in Suburra, ma attraverso il quale si possono discendere il Foro di Augusto e quello di Traiano, sempre attraversando quello di Cesare, comunque. Ma non è la via più breve.”
“No, eh? – sbuffò Belisario, spossato – E quindi, allora per dove si va?”
“Su per il Clivo Argentario, per iniziare. Per caso, avete bisogno di latrine?”

Rinfrancato come tutti i suoi dalla sosta nelle latrine del Foro Julio, Belisario diede solo un’occhiata di sfuggita alla piazza colonnata incentrata sull’ennesimo piedistallo vuoto, poi dal pieno sole che ormai scintillava di mezza mattina si trovò introdotto in un ambulacro improvvisamente buio, oltre quello che pareva un semplice arco.
Riadattando la vista alla penombra, constatò come fossero in un criptoportico già frequentato da radi passanti con sacchi in spalla o spingenti minuscoli carretti ingombri di poco identificabili cianfrusaglie, che dopo un po’ curvò in salita, addossato da un lato alla roccia del Arce Capitolino, dall’altro illuminato da ampie, alte feritoie nella muratura.
“Siamo in parallelo alla via Biberatica del Quirinale inglobata nei mercati traianei, a metà dell’altezza della Colonna Traiana – chiosò Asculpio – fra poco torneremo sul Clivus Argentarius e scenderemo nel Campo Marzio.”
Belisario grugnì, assorto in altri pensieri, ma quando il criptoportico si aprì nella stretta strada basolata addossata al colle e aperta sulla variegata, sfavillante colonna ancora sovrastata dalla statua dell’Imperatore forse più soldato di tutti dopo Caio Mario e prima di Diocleziano, non poté reprimere un singulto.
Come promesso da Tiberio, in poche centinaia di passi la strada scese di quella decina di metri da depositarli ai piedi del Arce passando sotto l’antica, minuscola Porta Fontinalis delle mura Serviane, in una ampia piazza incentrata sul vetusto mausoleo di Gaio Publicio Bibulo e dominata a destra dalle porte monumentali del Foro di Traiano, a sinistra dalle pendici affollate di insulae dell’Asilum, la vallecola innestata fra Capitolium ed Arce dove Romolo accolse i primi Romani esuli dalle loro città nel Ver Sacrum, e un po’ più in là, sopra i loro tetti sbilenchi, immanente l’attico del Teatro di Marcello. Davanti a loro, come scolpita fra edifici monumentali, ruderi ancora alti di insule e baracche più simili a capanne che a case, si stendeva dritta la Via Lata, perdendosi in una prospettiva di archi trionfali e complessi giochi di luci e ombre fra facciate e porticati inerbiti, più che alberati.

Era ormai una luminosa, gelida, ventosa media ora, e gli stomaci dei traci come quelli di Belisario e Tiberio ormai gorgogliavano più che borbottare, quando imboccarono quello che in origine era stato il primo tratto della Via Flaminia dominato dalla scalinata che portava al Serapeum del Quirinale.
“Temo che non ci sia da rifocillarsi molto, nelle taberne e caupone lungo la strada – disse Tiberio – In questo periodo ci sono solo minestre di cavolo e zucca, puls di farro e legumi secchi, farinate secche di frumento, solo raramente insaporite da qualche lucanica secca, o qualche costoletta marinata…”
“Quanto manca ancora a questa Domus Pinciana, che si spera ben fornita?” chiese Tursario, subito alle sue spalle.
“Poche migliaia di passi, anche se qualche centinaio in salita. Ma temo sia fornita solo di quel che han lasciato i Goti fuggendo…”
“Merda!” si sentì esclamare da qualche parte della piccola turma.
“I nostri carriaggi di salmeria ci saranno già arrivati, statevene tranquilli!” esclamò Belisario, che sulla sua personale petorrita aveva di ogni ben di dio trafugato fra Neapolis e Capua.
“Bene! – disse Tiberio, considerando fra se che probabilmente sarebbero arrivati ben prima loro che le salmerie di Belisario, impegnate nel non facile attraversamento radiale dell’Esquilino – Fermiamoci un attimo qua ad abbeverare gli equini, e magari pure noi…”
Erano appena passati sotto l’Arco Trionfale di Diocleziano e Massimiano, incuneato fra insule e magazzini fatiscenti ma ancora in uso, con parecchie botteghe di ogni genere ancora in funzione, che alla loro destra si aprì un ampio slargo, una piazza triangolare i cui portici ampi e robusti terminavano in una sorta di ninfeo scavato nel tufo del Quirinale, una roggia muschiosa da cui scendeva una cascata d’acqua limpida che gorgogliava in tombini a bocca di lupo.
“Siamo alla Statio della Prima Coorte dei Vigiles. Praticamente è casa mia. Portate i cavalli agli abbeveratoi, e poi venite con me.”

“Non mi è stupefacente che voi Vigiles abbiate una tale quantità e varietà di vivande…” osservò Belisario dopo un lauto prandium a base di coste di suino e puls di lenticchie annaffiato da un vinello ancora aspro, e dopo aver dato una digestiva occhiata in dispensa.
“Per nulla, infatti. Quando ci viene dato ordine di sequestrare questo o quel mercato gestito da un mercante abusivo, o comunque violante le norme daziarie per quanto varino, non sempre dagli Alti Loci dove governa chi comanda o viceversa, sono così rapidi nel reperire tutto da impedirci di trattenere qualcosa…”
“Spesso molto, suppongo…” insinuò Belisario, comunque distratto dal mulsum speziato invecchiato chissà quanti anni che sorseggiava dubbioso.
“Beh, ma spesso c’è roba che va a male in fretta! La carne di maiale, per esempio: siamo in giorni fasti per l’escussio suina, e non tutto può andare a far lucaniche e prosciutti. Però siamo in climaterio religioso pre natalizio, per cui alcune pratiche dell’escussio sono proibite proprio in questi tempi. Quindi, quando ci viene comunicato di eseguire un sequestro, probabilmente i motivi sono questi…”
“Non ho capito niente – affermò Belisario, sempre più distratto dal mulsum speziato – e niente me ne frega. A parte il fatto che, in caso ed occorrenza, se avrò bisogno di risorse interne a Roma oltre quelle che riuscirò a far affluire da fuori, conto su di voi.”
Tiberio cominciò a chiedersi se l’eccesso di confidenza non cominciasse ad essere nocivo, ma ormai…

Ancor più che Tiberio, furono gli addetti alla statio a rimanere allibiti dalle capacità voraci dei Traci, i quali tornando in sella borbottarono soddisfatti più o meno fino all’Arco di Claudio, bello cicciotto nella sua grezza sobrietà bugnata finto etrusca a mascherare l’arcata urbana dell’Aqua Virgo.
Poi, improvvisamente appena passato l’arco, la serie di portici cadenti dei Porticus Vipsania da una parte e le vie che fra le insule sdentate e gli horrea fatiscenti portavano all’Iseo Campense, ai Portici di Pompeo, al Teatro di Marcello e alla zona dei Saepta Julia dall’altra, cessò e si aprì.
Si aprì su un villaggio di rade casupole, poco più che capanne sorte attorno alla Colonna di Marco Aurelio, a quella di Antonino il Pio, all’Ara Pacis, agli altri robusti monumenti templari che attorniavano gli ustrina antonini, con pollai e porcilaie estese fino al fiume, e poco più in là l’obelisco gnomone della meridiana di Augusto al culmine della piazza marmorea ormai fittamente inerbita del quadrante, oltre il quale si stagliava l’enorme tumulo spoglio del primo Imperatore.
Dall’altro lato della strada, a chiusura della vallecola fra Quirinale e Pincio, compresa fra l’Arco di Claudio e quello di Marco Aurelio, si ergeva la fronte imponentemente colonnata del Templum Solis Invicti.
“Quanta gente vive qui, in Campo Marzio dico?” chiese Belisario.
“Circa un terzo della popolazione di Roma. – rispose Tiberio - Ci sono degli addensamenti al Velabro e al Foro Boario ed Olitorio. Ci sono ovviamente grosse concentrazioni attorno e vicino alle terme dove scorre l’acqua e ai balnea ancora funzionanti, ma soprattutto dove ci sia una fontana, e quindi degli orti. Stiamo parlando di poche migliaia di abitanti, fra Cittadini e schiavi. Schiavi che del resto durante il giorno innervano la Roma abbandonata come sciami di formiche, alla ricerca delle insule abbandonate da abbattere appositamente comprate dal loro padrone. Per avere legna, soprattutto, poi mattoni ancora solidi, poi marmo da calcificare.”
“Così finisce la Roma degli Augusti…” mormorò Belisario, citando un poeta che conoscevano bene entrambi.
“Così finisce, con onore, virtù e coraggio! – provò a scuoterli Asculpio – Ormai siamo quasi al Clivus Pincius.”
“Bene. Facciamo pure quest’ultima salita” borbottò Belisario, ormai veramente stanco, satollo e insonnolito, tanto da ignorare con rassegnata atarassia l’ennesimo volo pindarico dell’attendente del Tribuno.

La Via Lata terminava contro la vecchia Porta Flaminia Aureliana, tamponata e poi riaperta dai Goti per facilitarsi la fuga, mentre quella più massiccia fatta costruire da Stilicone al tempo di Onorio svettava una decina di metri più in alto, incastrata fra le mura sfruttando l’ultimo terrazzamento del Pincio, subito sotto al sepolcro dei Domizi dove erano state piamente sepolte le ceneri di Nerone.
Salirono un viale che tagliava il monte appoggiandosi ai vari terrazzamenti, chiuso verso valle dai tetti sbruciacchiati di una successione di domus presumibilmente un tempo patrizie, e giunsero ad una spianata rettangolare, un tempo un giardino a scacchiere regolari, ora completamente stravolta da lavori agricoli lasciati a mezzo.
Ai lati, due scalinate convergevano a un vasto, lezioso emiciclo di un padiglione sovrastato da un timpano, evidentemente l’ingresso alla Domus Pinciana, che raggiunsero per mezzo di un tortuoso sentiero fra siepi mezze bruciate.
“A quest’ora, potete forse capire perché da Lucullo a Sallustio a Vespasiano e via via in poi, fino a Onorio e infine Teodorico, in tanti abbiano apprezzato questo Monte, un tempo negletto fra quelli di Roma…” disse Tiberio, invitandoli liricamente a cessare la contemplazione critica del lieve colonnato, per volgersi al tramonto.
Il sole era sempre là ad abbagliarli, ma ormai rapido nel suo abbassarsi sul colle Vaticano, assumeva via via toni sempre più dorati.
I tetti di bronzo, le modanature in rame, le tegole in piombo opaco superstiti della Roma del Campo Marzio, il Pantheon e le Colonne Antonine, lo strappo dello Stadio di Domiziano seguito dal tetto del suo Odeon, l’emiciclo del Teatro di Pompeo dominato dal Tempio di Venere Victix, le Terme di Agrippa, lo Stagnum e l’Euripus verdeggianti di alghe baluginavano per quel che potevano, i superstiti tetti in coppi delle domus ancora abitate cercavano di infondere qualche conforto tingendosi da ocra a un falso arancione, gli spuncioni delle insule scomparivano nelle ombre sempre più lunghe verso l’attico del Teatro di Marcello.
A dominio di tutto, la sagoma ormai buia del Campidoglio, tranne i due templi che dagli inizi della Repubblica fissavano l’immagine lontana di Roma, ancora erti e rifulgenti come se nulla fosse capitato in quei mille anni sui due corni del Monte più sacro ai Destini della Città.
E il fiume, il Padre Tevere. Il serpente fulvo rifrangeva a tratti la luce del cielo, appariva e spariva fra il Mausoleo di Augusto fino a perdersi oltre i templi dell’Isola Tiberina provenendo dal lontano Ponte Milvio, invisibile alle loro spalle, e inarcarsi davanti al Mausoleo di Adriano, il cui tumulo era ormai scavato a trincee, e il tempietto culminare, sorprendentemente ancora sovrastato dalla quadriga bronzea con l’imago dell’Imperatore come auriga, chiaramente fortificato.
“Come mai quella quadriga è ancora lì?” chiese incredulo Tursario.
“In effetti, è di rame: da vicino si nota anche la rozzezza dell’opera. – spiegò Tiberio – L’originale venne sostituita già ai tempi di Onorio, quando si cominciò a fortificare il Mausoleo. Stilicone stimava molto Adriano, e a modo suo considerava quella quadriga una sorta di ottavo Pignus Imperii, o settimo volendo considerare che l’originale Quadriga dei Veienti è tanto ben nascosta da poterla pensare perduta…”
Fu Belisario, questa volta, a guardare incredulo Tiberio.
“Stilicone era quindi davvero pagano!”
“Superstizioso, diciamo. Da vero Romano qual era, non di un sangue che ormai era più acqua, ma di pura adesione a quel che significasse esser Civis Romanus, non poteva rinnegare qualsiasi tradizione Romana, quale che essa fosse. I Pignora Imperii, in fin dei conti, rappresentano la protezione divina attraverso le cose sacre: ai nostalgici della Tradizione politeista non si possono negare questi ultimi simboli, annegati fra i tanti che la Ecclesia Cristiana ormai ha…”
“Tribuno Tiberio Aniciano Prepugnano! – esclamò Belisario, stralunato – Ascoltami bene: a Costantinopoli e quindi in tutto l’Oriente hanno appena finito di scannarsi per l’eresia Monofisita, e non è detto che non riprendano e magari le posizioni di Calcedonia si ribaltino. Ed è solo l’ultima disputa di una lunga serie attorno sempre allo stesso argomento, solo diversamente elaborato, ma ottant’anni fa ci abbiamo rischiato l’Egitto per queste mene qua. E non è detto che lo rischiamo ancora, come pure la Siria. Qui in Italia i Goti sono ariani e gli Italici Cattolici niceni: pare che la cosa sia più semplice da trattarsi della miriade di sette che infestano l’Oriente, ma già ho avuto avvisaglie a Neapolis sull’intenzione del Patriarca di Costantinopoli di dare una bella lezione a quello di Roma, chiunque esso sia. E questo vuol dir rogne nell’amministrazione civile della Città, lo so già. Per cui, vedi di non aggiungermi rogne pure tu con una qualche accusa a tuo carico per eresia o apostasia!”
Mentre Tiberio lo ammirava attonito tirare un respiro dopo quella tirata fra i ghigni dei Traci, l’ultimo raggio di sole si fermò pigro sulla piccola Vittoria Alata dorata infissa sul culmo del timpano una dozzina di piedi sopra di loro.
“Di rame anche quella, immagino…” sbuffò Belisario.
“No, quella è d’oro. Ma quando lo si dice nessuno ci crede, per cui è sempre rimasta lì dai tempi di Eliogabalo.” rispose Tiberio, spingendosi col suo mulo entro il lezioso colonnato dell’emiciclo pinciano.

ZAN ZAN!

4 commenti:

  1. Bellissimo! Appena finito di leggerlo. E lo rileggerò ancora, con calma.
    Bentornato!!!

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  2. Troppo esageratamente bello. Ho seguito tutto il tragitto, affascinato dalla descrizione minuta e precisa, appassionante e coinvolgente. Ho goduto la vista di ogni rovo e di ogni pietra. Credo che se questo resoconto entrasse nelle scuole, la Storia avrebbe un sapore diverso da quello che solitamente si gusta. Grazie.

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    1. Grazie di cuore a te. Anche io ho sempre pensato che il racconto storico dovrebbe essere a volte romanzato, per fare da tessuto connettivo a tutto il contesto che cerchiamo di comprendere...

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