- La natura della tecnologia: I modelli linguistici non hanno coscienza, intenti o pensieri propri. Sono strumenti che generano testo statisticamente probabile in base ai dati su cui sono addestrati. Chiedere a un’IA “cosa ne pensi” non produce una riflessione originale, ma una media ponderata di ciò che è stato scritto online su quel tema.
- L’effetto ELIZA: È il fenomeno psicologico per cui, dialogando con un bot conversazionale, gli si attribuiscono empatia e comprensione, come se avesse emozioni umane. È un’illusione pericolosa, e la cronaca riporta già casi in cui questo effetto ha avuto conseguenze tragiche. Perché, allora, i giornali dovrebbero alimentare questi errori?
sabato 2 maggio 2026
L’inintelleggibile intelligenza artificiale
lunedì 2 marzo 2026
La strada meno battuta
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;"
"Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,"
"And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back."
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference."
mercoledì 25 febbraio 2026
Lavorare alla macchinetta del caffé
Ciò che mi ha colpito, però, è un aspetto su cui vorrei capire meglio (senza pretendere di aver approfondito davvero l’argomento). Da un lato, mi sembrano evidenti i benefici per gli impiegati: meno tempo perso negli spostamenti, soprattutto nelle ore di punta, e un impatto ambientale potenzialmente positivo. Ho anche letto che l’aumento di produttività con il lavoro remoto non è sempre significativo quanto ci si potrebbe aspettare. Tuttavia, ciò che mi ha sorpreso è la posizione di molti manager, in grande maggioranza fortemente contrari al lavoro a distanza, con motivazioni che appaiono quantomeno discutibili:
- «La vera collaborazione nasce davanti alla macchinetta del caffè»,
- «Le conversazioni informali nei corridoi generano idee»,
- «Serve presenza per mentorship e innovazione»
Davvero sono queste le ragioni decisive per imporre a tutti di tornare in ufficio cinque giorni su cinque?
Non voglio avventurarmi in ipotesi complottistiche o parlare di licenziamenti mascherati. Piuttosto, penso a un dato di fatto: con la globalizzazione/delocalizzazione anche il semplice lavoro di back-office di una media azienda non si svolge più entro le quattro mura di una sola sede. Oggi è normale interagire quotidianamente con sedi, fornitori e consulenti remoti, spesso in fusi orari diversi.
È difficile immaginare che una media/grande impresa abbia tutti i propri
collaboratori nello stesso edificio, nello stesso Paese o addirittura nello
stesso continente. Di conseguenza, molte organizzazioni si sono già strutturate
per gestire gran parte delle attività da remoto, senza dover convocare riunioni
in presenza per ogni questione. Per questo, quando un manager sostiene che sia
necessario lavorare sempre in ufficio, la posizione mi suona un po’ stonata e
ingiustificata. Più che una scelta ideologica, il lavoro distribuito sembra
ormai una necessità strutturale: catene di fornitura globali, professionisti che
seguono più clienti, team internazionali che non possono semplicemente spostarsi
da una sede all’altra.
Pur non avendo esperienza diretta, mi sembra che il lavoro remoto (non
necessariamente o esclusivamente da casa) sia già da anni una realtà consolidata, anche per
ragioni economiche come la riduzione dei costi immobiliari. Le grandi sedi
centralizzate sono sostenibili solo per poche megacorporazioni e in contesti
molto specifici (direi americani).
Allo stesso tempo, è evidente che lo smart working possa offrire benefici anche
sul piano della sostenibilità (meno pendolarismo, meno traffico, meno emissioni)
e su quello sociale e demografico, favorendo categorie come genitori, caregiver
o lavoratori più giovani e più anziani. Posso comprendere, però, che molte
aziende non avvertono un vantaggio economico diretto e, di conseguenza, non
abbiano investito abbastanza per renderlo un modello strutturale, preferendo
mantenere paradigmi organizzativi basati sulla presenza e sul controllo
visivo.
Ciò nonostante, le motivazioni che oggi sembrano giustificare un ritorno
massiccio alla presenza mi danno l’impressione di una certa miopia manageriale:
più che guidare il cambiamento, si rischia di rallentare una trasformazione del
lavoro che appare non solo possibile, ma sempre più necessaria. Se davvero le
obiezioni principali riguardano la perdita di interazioni informali, forse la
risposta dovrebbe essere opposta: progettare modelli di lavoro remoto più
maturi, affrontando consapevolmente criticità reali come la sicurezza dei dati,
l’isolamento, la creatività e la collaborazione asincrona, oltre alla necessità
— sempre attuale — di valutare le persone per obiettivi e risultati, non per ore
di presenza.
In altre parole, serve formare i dirigenti alla gestione di team
distribuiti.
Semplifico sicuramente troppo, ma le dichiarazioni recenti che ho letto, mi
danno l'impressione di provenire da organizzazioni ancora legate a modelli
novecenteschi, più vicini alla fabbrica del dopoguerra che a un’economia globale
e digitale. Pretendere di riportare stabilmente tutti i dipendenti entro quattro
mura, per favorire le chiacchiere quotidiane alla macchinetta del caffè, è un
po’ come voler tornare dal sistema delle email al fax: tecnicamente
possibile, ma economicamente inefficiente e culturalmente regressivo. Il futuro,
probabilmente, non è né “tutti in ufficio” né “tutti da casa”: perchè già ora il
lavoro è, in larga parte, distribuito, organizzato per obiettivi e capace di
essere gestito — anche umanamente — a distanza.
Non è che i manager stanno parlando di quelle mansioni che saranno a breve
sostituite dall'intelligenza artificiale per cui serve che gli impiegati tornino
stabilmente in ufficio per discutere alla macchinetta del caffé su come cambiare
modo di lavorare?
martedì 17 febbraio 2026
AUGURI, JUHAN!
A parte gli auguri, che gli ho già fatto, non trovo altro modo per festeggiare che dedicargli un post. In realtà l'avevo già scritto tempo fa, l'ho ritrovato casualmente, ho controllato di non averlo già postato, l'ho limato dove occorreva ed eccolo qua.
Come spesso accade, sono un po' polemica...
*****
Qualche giorno fa su Facebook ebbi uno scambio di idee con uno dei miei "contatti" (non uso la parola "amici" anche se alcuni di loro in effetti li considero tali, e magari non ci siamo mai incontrati in persona).
L'argomento principale era la censura -continua, costante, ossessionante- che Facebook esercita sui post/condivisioni/commenti degli utenti. Accessoriamente si parlava del diritto o meno ad esprimere pubblicamente le proprie opinioni, cosa che secondo Andrea - il mio contatto di cui sopra- non dovrebbe esistere (e quindi, è giusta la censura) per chi esprime opinioni contrarie all'accettazione dei più ("consensus"), anche e soprattutto in ambito scientifico.
Riprendo qui questi temi, per due motivi: il primo è che i post su Facebook necessariamente hanno una dimensione limitata, altrimenti nessuno li leggerebbe. Il secondo è perché da troppo tempo il nostro Tamburo se ne sta qui da solo, derelitto, e mi fa piacere farlo rivivere di tanto in tanto.
Per quanto riguarda la censura mi riservo di scrivere un post, anche con esempi, c'è troppo da dire!
Mi limito qui a confutare la censura basata sul "consensus" generale.
Ora, non voglio strafare ricordando il lungo cammino della "scienza" -tutto di volta in volta supportato dai "DATI" conosciuti all'epoca- dall'indivisibilità dell'atomo alla fisica quantica...
Ma sono abbastanza vecchia da poter ricordare quante volte e quanto è cambiata l'opinione degli "scienziati" in proposito a svariati argomenti più legati alla vita quotidiana delle persone.
Spiccano fra tutti la medicina e a seguire la farmacologia, considerate erroneamente come Scienza, mentre al contrario sono prassi consolidate...fino alla prova contraria! (in altri ambiti verrebbero chiamate mode)
Per esempio, noto che solo recentemente -in termini storici- si è riconosciuta l'importanza dell'igiene nella prevenzione delle malattie infettive, illustri sconosciute fino a poche generazioni fa, mentre per vari millenni vennero attribuite a cause variabili: dal volere degli dei a stregonerie o a cause contingenti ben diverse dai microrganismi patogeni, all'epoca sconosciuti.
Molto più recentemente, al punto che posso farne fede io stessa, all'epoca ero bambina, la medicina ufficiale sosteneva che la pressione sanguigna di una persona sana potesse essere determinata dall'età della stessa (in soldoni, una persona ventenne doveva avere la pressione sistolica non superiore a 120 mmHg, una sessantenne poteva arrivare anche a 150-160, era visto come un normale invecchiamento delle arterie), al giorno d'oggi ti imbottiscono di farmaci se osi avere più di 120!
Una sessantina d'anni fa il più apprezzato pediatra della città dove vivevo -credo fosse anche docente nella locale Università- sosteneva che NON si può avere un'allergia verso un antibiotico... e questo per poco non costa la vita a mio figlio, allergico alla Chemiciclina che probabilmente ora non esiste più (ovviamente cambiammo pediatra e antibiotico, l'Eritromicina non gli procurava allergia). Ma all'epoca le allergie erano poco note...
Così come -sempre la medicina ufficiale- sosteneva che le uova fossero quasi un veleno perché "aumentano il colesterolo" (*). Questa faccenda del colesterolo è stata una della maggiori e più diffuse baggianate, oltre che una bazza per le case farmaceutiche. Studi più recenti dimostrano che innanzi tutto il colesterolo viene prodotto da ogni organismo sano essendo indispensabile al suo funzionamento, in secondo luogo le uova in particolare non hanno alcuna colpa e i medici specialisti più aggiornati affermano che quello che più conta nei confronti del rischio cardiaco è il rapporto tra colesterolo totale e quello HDL (formula di Friedwald) nonché i trigliceridi.
C'è stato un periodo, nei primi decenni dello scorso secolo, in cui le sostanze radioattive venivano considerate dalla medicina - e pubblicizzate tra i consumatori - come molto benefiche per l'organismo! Addirittura erano alla base di creme per il viso, cioccolato, bibite...
Ricordo al proposito un articolo del famoso chimico Bressanini
Così come per il colesterolo, oggi viene demonizzata la CO2, l'anidride carbonica che emettiamo anche solo vivendo, ovvero respirando, e che viene al contrario utilizzata per il proprio metabolismo dalle piante, qual più qual meno, a cambio della produzione di ossigeno, a noi indispensabile. Anzi, la sua presenza è così importante che se non ci fosse probabilmente non ci sarebbe vita! non dimentichiamo che la biologia terrestre è basata sul Carbonio...
Eppure, sarebbe così semplice regolarizzarne la presenza semplicemente capovolgendone il rapporto, estendendo la presenza di alberi invece di diminuirla con disboscamenti, cementificazione, adesso anche coprendo vaste aree verdi con i pannelli solari (che invece andrebbero installati su tetti e tettoie!).
Ecco, questa della produzione dell'elettricità è una questione assai spinosa, su cui si affrontano almeno due opinioni contrapposte, supportate entrambe dalla scienza ufficiale! Non so se Andrea sarebbe in grado di trovare una quasi coincidenza di pareri in un senso o nell'altro.
(*) la medicina ufficiale in generale ha da sempre avuto scarsissime nozioni di fisiologia (la scienza della chimica applicata alle funzioni vitali dell'organismo vivente - un amico medico una volta mi disse che nel corso di laurea era un esame "complementare", non obbligatorio!) e di dietologia (che studia il metabolismo degli alimenti in funzione della fisiologia). Uso definizioni approssimative, scusate, non sono una "scienziata"...
lunedì 26 gennaio 2026
45!!!
Lo so, c'è una certa incongruenza tra il numero del titolo e quello delle candeline sulla torta...
Il fatto è che sono passati sì 82 anni dalla mia nascita, ma solo 45 dalla mia seconda nascita.
Mi spiego. Quarantacinque anni fa (come oggi un lunedì) mi sono svegliata, verso le quattro della mattina -per combinazione l'ora della mia nascita- dall'anestesia, con una sete terribile e un dolore forte ma non paragonabile a quello che provavo prima che mi operassero.
Vi racconto tutta la storia, del resto un mio caro amico, ex Tamburista (*) aveva parlato nel suo blog personale di una grave operazione che aveva subíto per salvargli la vita, posso farlo anch'io, no?
Da qualche giorno stavo proprio male, con dolori via via più forti che non si lenivano neppure con gli antidolorifici che mio cognato medico sollecitamente mi somministrò. Qualche giorno prima avevo abortito, in ospedale, ma nessuno, neppure il mio ginecologo, aveva immaginato che ci fosse dell'altro...
Fatto sta che mi ricoverarono nuovamente, i dolori aumentavano mentre la pressione sanguigna diminuiva... Le analisi sembravano scartare che fossi tuttora incinta. Era ormai arrivata la domenica, in ospedale erano presenti i vari medici "di guardia", ma il mio medico se n'era giustamente andato a casa.
Però la mia pressione diminuiva (la massima a 70 e ancora in calo, stavo perdendo la conoscenza al punto di non sentire quasi più il dolore e avevo TANTO freddo). Per fortuna il mio medico, preoccupato, tornó in ospedale e si rese conto che si trattava di una gravidanza extrauterina (in aggiunta a quella già interrotta!) con rottura delle tuba interessata e conseguente emorragia interna. Decise di operarmi d'urgenza (grazie ancora, dottor Pellini!).
Venne chiamato l'anestesista e verso le 7 di sera di quella domenica venni operata. La sala operatoria doveva essere abbastanza affollata, perché oltre al mio ginecologo chirurgo, al medico anestesista e all'infermiera, c'erano per curiosità alcuni dei medici presenti per turno in ospedale: il ginecologo e il chirurgo di guardia, il pediatra di guardia (che non c'entrava nulla ma era parente di mio cognato), mio cognato stesso, chirurgo nello stesso ospedale. Proprio da mio cognato venni a sapere come si era svolta l'operazione (pare che circa un litro e mezzo di sangue si fosse sparso nelle mie viscere, provocando tutto il dolore e l'abbassamento della pressione.)
Così avvenne che nel momento esatto del mio 37º compleanno riaprii gli occhi al mondo, in pratica rinascendo. Cosi oggi posso festeggiare il mio doppio compleanno: l'82º e il 45º!
E non solo la torta: anche, prima, un bel polpettone con verdure! Dopo la mattina passata a potare la vigna ci voleva proprio!
(*) di tutti i Tamburisti che sono passati da questo blog sono rimasta solo io, con lo sporadico e apprezzatissimo intervento del grande .mau. almeno per gli auguri. Perfino Nino, il vero padre del blog, si è ritirato da quasi tutti i social anche per problemi di censura (di questo intendo parlare un giorno o l'altro).
P.S. Abbiamo deciso che una buna parte di questa torta la useremo come base per alcuni tiramisù, al posto dei savoiardi che mio marito non può mangiare e al posto della solita torta al cioccolato speciale bagnata col caffè come siamo soliti fare da tempo
domenica 25 gennaio 2026
Ci sono riuscita? IL PANETTONE parte seconda
Come dicevo, sono molto testarda.
Perciò ho continuato a cercare una soluzione fattibile per poter produrre un panettone non solo mangiabile ma anche di aspetto decente.
Vista l'impossibilità di trovare in vendita le famose scorzette, ho seguito il consiglio di mio marito e me le sono fatte da me, con le nostre arance - e per soprappiù anche alcune scorzette di limone mezzo acerbo, sperando che rimanessero verdi, ma in realtà non si nota molto il colore diverso. Vabbe'.
Sono riuscita a trovare finalmente uno stampo della misura giusta, su Amazon. In pratica mi è venuto a costare meno dei famosi stampi di carta, e potrò riutilizzarlo finché sarò in grado di cucinare...
Qualche giorno fa, approfittando di una giornata abbastanza libera da altri lavori, mi sono messa all'opera.
Ho seguito la stessa ricetta dell'altra volta, con più attenzione al momento di aggiungere uvetta e scorzette.
L'impasto è lievitato fin troppo bene, come potete vedere.
Anche il fatto di essere così "nudo" senza lo stampo di carta dà al mio panettone l'aspetto di un fungo, ma pazienza, almeno non è venuto tutto storto.
L'ho fatto riposare e raffreddare, fuori dal forno spento per evitare che divenisse troppo asciutto, sospeso con spiedini d'acciaio - più resistenti di quelli di legno- dentro una grossa pentola (ho dimenticato di fare la foto).
Nel complesso mi è piaciuto, perfino mio marito ha voluto assaggiarlo.
Certo, tutto un panettone è troppo per me, una metà l'ho affettata e congelata per mangiarlo più avanti quando ne avrò di nuovo voglia.
Del resto, da domani avrò anche una torta al caffè da smaltire, però per questa mi aiuterà validamente mio marito: apposta per lui l'ho fatta con farina integrale di farro ben setacciata al posto della farina bianca, e l'ho indolcita con xilitolo al posto dello zucchero.
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| no, non è bruciacchiata, l'ho cosparsa di caffé liofilizzato |
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