lunedì 6 luglio 2026

Nuovo traguardo!

 



Grazie a Brusapa Jon, che recentemente si è aggiunto ai Tamburisti, il nostro Tamburo Riparato può festeggiare il suo 15º compleanno. 

Lo so, non è più quello di una volta, non ha più tutto quel seguito, perfino il fondatore Juhan si è messo a riposo, ma il Tamburo, pur traballante, continua stoicamente in piedi.  


AUGURI!









martedì 23 giugno 2026

LA PIZZA: che disastro!

 Da qualche anno sono molto assente dal blog, ma ho la giustificazione, signora maestra!

No, il cane (che non ho) non mi ha mangiato il compito...

Il fatto è che sono piuttosto impegnata, oltre al normale lavoro in casa, oltre ai rapporti con l'esterno (uffici, ricerche, acquisti...), oltre al lavoro in campagna (un giorno vi parlerò di Luisa e Berto...) che quest'anno è debordato a causa delle eccessive prolungate piogge, impiego anche più tempo in cucina.

Per esempio, ho dovuto cercare nella web e imparare un'infinità di notizie sull'alimentazione per i diabetici. Ho trovato per esempio un bel prospetto, abbastanza completo, cui aggiungo a mano a mano nuovi elementi che cerco e trovo quando mi occorre, con gli Indici Glucemici. di ogni cibo. 

Così riesco a cucinare in modo appetitoso come prima, per non far fare troppi sacrifici a mio marito. 

Ma...finora non mi ero azzardata, col mio modesto forno elettrico casalingo, con ...la pizza!

Mio marito ed io qui in Canarias abbiamo il problema della pizza! Sì, di pizzerie ce ne sono centinaia, ma innanzi tutto non vicine a noi: per qualche tempo ce n'è stata una a pochi minuti di cammino, nel nostro stesso paese, gestita da un italiano, che ne faceva di decenti, pur con l'immancabile forno elettrico (quello a legna va sparendo...), poi però ha lasciato tutto in mano alla moglie -canaria- e a un giovane pizzaiolo locale, col risultato che già prima della chiusura "per Covid" ci aveva disgustato una pizza letteralmente annegata nell'olio...di semi! Ora ha cambiato gestione, ma l'unica prova che abbiamo fatto è stata altrettanto deludente... e oleosa!

Su Facebook vedo sempre pubblicità di pizzerie italiane con foto invoglianti, in apparenza fatte bene, ma sono tutte al sud, a distanza di un'ora-ora e mezza di traffico notevole, senza molte speranze di parcheggio una volta arrivati.

Nel Puerto de la Cruz (che incomincia a sua volta ad essere proibitivo per il traffico e il parcheggio pur essendo a pochi chilometri) ne conosciamo due abbastanza buone, una locale e una italiana. Sempre affollatissime, ma quella locale ha il difetto di fare le pizze un pochino troppo salate con conseguente sete notturna e recentemente è scaduto come qualità col cambio del pizzaiolo, quella italiana richiede una prenotazione tempestiva e c'è poco spazio per i gomiti tra un tavolo e l'altro . E comunque né nell'una né nell'altra son mai riuscita ad avere una vera pizza Margherita (con BASILICO, diamine! non origano!). 

A dire il vero, anche in molte pizzerie in Lombardia schiaffano origano dappertutto e non si può avere una vera Margherita... L'ultima volta che siamo stati là, due anni fa, ci ho sperato, vedendo molti vasi di basilico che ornavano l'entrata,, ma no: la Margherita solo con l'origano. Allora ho optato per una "Bufala" che prometteva mozzarella di bufala e basilico! Risultato: una delle peggiori e più care pizze che mi sia stata propinata: immaginate una piscinetta ripiena di passata di pomodoro cruda, dove galleggiavano, a malapena un po' disciolti, 6-7 pezzetti di mozzarella (meno dei 125 gr. di una mozzarella) e UNA foglia di basilico rotta in 5-6 pezzetti.

La settimana scorsa, sempre alla ricerca di una pizzeria raggiungibile, siamo andati in una del paese vicino, consigliata da un'amica. Cosa abbiamo ottenuto? un disco di pasta da "quiche", uniformemente alto un buon centimetro, senza "cornicione", ricoperto tutto fino al bordo da qualcosa che certamente era pomodoro e formaggio, con l'immancabile origano e olio non ecessivo.  Mio marito ha mangiato il condimento e ha lasciato tutta la pasta...Questa è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. 

Il giorno dopo ho insinuato che avremmo potuto cercare di farla in casa, peggio di così non poteva venire... Occorre dire che già faccio in casa del pane abbastanza buono, 100% integrale di farro, per mio marito e bianco per me, quindi mi incuriosiva la sfida.  Però -sempre mi informo da più fonti prima di una qualsiasi decisione- ho cercato in internet delle ricette specifiche per pizza. In tutte si consigliava scarsissima quantità di lievito, compensata da una lunga lievitazione (da un giorno all'altro, 12-24 ore).

Seguita pedissequamente la ricetta per l'impasto con farina integrale ingentilita per 1/3 da farina bianca, mi sono ritrovata però, al momento della stesura, con un impasto abbastanza appiccicoso che non son  riuscita a stendere bene come volevo e anzi si è appiccicato perfino al foglio di carta forno consigliato dalla ricetta. Comunque abbastanza sottile. 

Anche per il condimento e la cottura ho seguito le istruzioni per il mio forno casalingo, cuocendo in un primo momento impasto e pomodoro e aggiungendo solo dopo la mozzarella. Risultato: nel doppio e più del tempo previsto dalla ricetta, la base era proprio poco cotta e pochissimo lievitata, Con l'esperienza del pane mi aspettavo che in forno lievitasse ancora un po', vanificando il mio tentativo di avere una base sottile, invece è rimasta ben sottile ma quasi cruda. 

Ma non demordo, anzi non demordiamo: riproveremo, ma con una normale ricetta per pane, con lievito sufficiente e lievitatura di poche ore. Se non altro,  non avremo la cucina ingombra due giorni... 


Questo post non ha foto, volutamente. 

martedì 2 giugno 2026

A colpi di pennello

Il solito algoritmo mi ha proposto un post su x.com (già noto come twitter) dell'account di @hiromaya_art che mi ha fatto riflettere. Devo premettere che parecchi anni fa avevo visitato ben due mostre dedicate alle stampe di Hokusai, Hiroshige, e Hasui, e dunque senza falsa modestia posso definirmi un... assoluto ignorante della materia, trattatemi come tale.

Il post parte da una domanda apparentemente banale di uno studente: "perché i dipinti dell'epoca Edo sembrano manga?" e Hiromaya spiega che queste stampe rappresentano il risultato di un’evoluzione avvenuta proprio all’interno delle limitazioni tecniche e materiali del Giappone dove si continuava a usare principalmente pennello e inchiostro di china (sumi), con l’aggiunta di pigmenti limitati.

Nel Rinascimento l'introduzione della prospettiva ma anche della pittura a olio che credo arrivasse dalle Fiandre, gli studi di anatomia, il chiaroscuro hanno proiettato l'arte verso la riproduzione realistica, mentre in Giappone, quello che in apparenza sembra uno svantaggio è diventato il punto di partenza per una direzione completamente diversa per esaltare il potere espressivo della linea. Usavano l'inchiostro di china e il pennello per suggerire, piuttosto che per mostrare tutto.

E questa considerazione è stimolante per riflettere su come la tecnologia sia andata a braccetto con l'evoluzione della pittura occidentale e di quella giapponese.

Ovviamente non sono in grado di approfondire ulteriormente la questione e aggiungo che queste "limitazioni" tecniche dell'arte giapponese erano anche scelte funzionali allo scopo delle opere di Hokusai, che dovevano essere opere a basso costo per scopi commerciali e divulgativi. E per questa considerazione, che forse falsa un po' il discorso del post originale, trovo, almeno dal mio punto di vista, abbastanza naturale che i manga moderni siano così simili a quelli che Hokusai stesso definiva manga (schizzi sparsi), mentre l'impatto della potenza espressiva di queste stampe ha ispirato il Japonisme e alcune opere di Van Gogh e Monet.

Il ponte Ōhashi ad Atake sotto una pioggia improvvisa
Utagawa Hiroshige - Il ponte Ōhashi ad Atake sotto una pioggia improvvisa Vincent van Gogh - Brug in de regen- naar_Hiroshige
Utagawa HiroshigeVincent Van Gogh
immagini da Wikipedia

Ma nulla toglie che gli artisti giapponesi fossero in grado di usare il minimo indispensabile di linee per far emergere forma, movimento, spazio e persino l’atmosfera.

sabato 2 maggio 2026

L’inintelligibile intelligenza artificiale

Quando ChatGPT è arrivato al grande pubblico, mi è sembrato un momento di svolta, forse addirittura una rivoluzione. Poi mi sono chiesto piuttosto da quanto i colossi usavano questa tecnologia perché pur non essendo esperto, né competente, supponevo che gli algoritmi usati per gestire social network, motori di ricerca e altri servizi si basassero su principi informatici simili. All'inizio c'era da aspettarsi un entusiasmo esagerato e l’insistenza sull’“intelligenza” artificiale, che in realtà non ha nulla di intelligente: è solo la versione moderna di ELIZA.
 
Conversazione con ELIZA
Immagine presa da Wikipedia.
 
Non mi ha sorpreso, allora, che mentre il grande pubblico come me iniziava a conoscere questi strumenti, si cominciasse a parlare di singolarità tecnologica, di rischi di una civiltà dominata dalle macchine. Ma chiunque si sia cimentato anche solo per pochi minuti con un modello linguistico (LLM) ha potuto rendersi conto che non c’è vera intelligenza, solo una sofisticata simulazione (per approfondire la questione consiglio questo articoloquest'altro e quest'altro ancora); non c’è il rischio che le macchine prendano il controllo, ma si apre comunque un nuovo mondo che ha bisogno di regole. Mi era capitato di leggere un’analisi molto acuta che spiegava come la regolamentazione fosse necessaria non per impedire la fine della civiltà umana — alla Terminator — ma per definire chi è responsabile delle conseguenze dell’uso di queste tecnologie. Devo informarmi meglio su questi argomenti.
 
Per questo mi stupisce che ci siano ancora persone che, pur non sapendo cosa siano i modelli linguistici, ne parlino a sproposito, dimostrando che non basta essere colti e intelligenti per essere informati. Credo che sia in senso lato uno degli effetti previsti all'inizio di Internet dall'economia della coda lunga e di una famosa citazione di Umberto Eco (e forse questo tema meriterebbe di essere approfondito).
 
Ma mi stupisce ancora di più che i media diano spazio a analisi così banali e insulse, che non meriterebbero neppure un posto tra i pesci d’aprile.
 
I modelli di intelligenza artificiale di cui si parla oggi non sono soggetti dotati di anima, opinioni o coscienza. Porre loro domande sulla coscienza, su Dio o sulla cronaca recente è profondamente sbagliato, per due motivi fondamentali:
  • La natura della tecnologia: I modelli linguistici sono strumenti che generano testo statisticamente probabile in base ai dati su cui sono addestrati. Chiedere a un’IA “cosa ne pensi” non produce una riflessione originale, ma una media ponderata di ciò che è stato scritto online su quel tema.
  • L’effetto ELIZA: È il fenomeno psicologico per cui, dialogando con un bot conversazionale, gli si attribuiscono empatia e comprensione, come se avesse emozioni umane. È un’illusione pericolosa, e la cronaca riporta già casi in cui questo effetto ha avuto conseguenze tragiche. Perché, allora, i giornali dovrebbero alimentare questi errori?
Le conversazioni con i modelli linguistici non mostrano segni di umanità: sono solo imitazioni sofisticate. Trattare le loro risposte come “autentiche” alimenta il sensazionalismo e confonde il pubblico, facendogli credere che l’IA sia una sorta di scatola magica invece che uno strumento con regole e limiti precisi.
 
Credo che questo sia uno dei tanti specchietti per le allodole che i media decadenti della nostra epoca usano per sopravvivere, invece di evolversi. Invece di spiegare la complessità dei modelli — i bias, le risposte non veritiere (allucinazioni), i dilemmi sulla privacy e sui diritti d'autore, l’impatto ambientale dei centri di elaborazione dati o le questioni etiche — il giornalismo si riduce a mettere in scena uno spettacolo. Pubblicare un’intervista a un bot è come intervistare il polpo di turno sull’esito di una partita di calcio: un errore metodologico che fa perdere autorevolezza alle testate.
 
Mentre ci concentriamo su quanto l’IA sembri “gentile” o “umana” nei suoi toni preimpostati, ignoriamo i veri temi che richiederebbero studio e competenza. Dovremmo intervistare i ricercatori, analizzare i casi d’uso reali in medicina, giustizia o educazione, ma anche per ciascuno di noi e discutere di regolamentazione. L’intelligenza artificiale non “vuole” diventare padrona del mondo — non ha ambizioni né fame di potere — ma è uno strumento potente nelle mani di chi lo possiede e lo governa. È su questo che l’attenzione pubblica dovrebbe focalizzarsi.
 
Non è più il tempo di trattare l’IA come un fenomeno da baraccone o un interlocutore filosofico. L’intelligenza artificiale è uno strumento, non un individuo. Continuare a umanizzarla non aiuta le persone a capire i cambiamenti in atto, ma contribuisce solo a una cultura dell’ignoranza consapevole.

lunedì 2 marzo 2026

La strada meno battuta

Oggi mentre parlavamo del più e del meno, la mia amica ha sottolineato con "la strada meno battuta" la nostra scelta del percorso da fare per rientrare dalla passeggiata in campagna.
 
Francobollo Robert Frost (1974)
immagine da Wikipedia

Queste semplici parole mi hanno riaperto improvvisamente il vivido ricordo dell'immagine così evocativa della poesia di Robert Frost: "The Road Not Taken" che inizia con l'immagine della strada che si divide in un bosco di autunno. In quel momento, la mia mente era già per un attimo breve e lunghissimo altrove, in quel 'bosco giallo' che poteva essere quello di tante passeggiate del mio passato quando ti perdi a esaminare il sentiero prima che si perda tra i cespugli.

"Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;"

In un bosco autunnale, la strada si divideva in due, e mi spiaceva non poterle percorrere entrambe. Da solo, rimasi a lungo fermo, indeciso, osservando una delle due vie fin dove lo sguardo riusciva a spingersi, fino al punto in cui piegava e scompariva tra il fitto sottobosco.

Credo che la poesia sia molto nota in America, ma qui in Italia non lo è o almeno io non la conoscevo perché non tutti hanno studiato la letteratura americana. Non mi ero neppure accorto che fosse citata ne "L'attimo fuggente" che pure ho visto e rivisto numerose volte. L'ho scoperta qualche anno fa perché mi aveva incuriosito la citazione in un discorso motivazionale per spronare a cercare il cambiamento. Non ricordo dove avevo letto quel discorso, ma era andato a cercare la poesia e quell'immagine mi aveva colpito. Soprattutto quell'indugiare del viaggiatore solitario di fronte al bivio per scegliere poi quella che sembrava meno calpestata e per sfumare il dispiacere di dover scegliere pensare magari di fare l'altra la prossima volta pur sapendo che non ci sarebbe stata un'altra volta. Quando sono andato a fare escursioni in luoghi nuovi, spesso mi è dispiaciuto non poter percorrere tutti i sentieri ma dover sceglierne solo alcuni pensando: "Beh, magari ci torno" ben sapendo che non l'avrei mai fatto. Ma ovviamente la poesia non parla solo di gite in campagna. 
"Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,"
Poi scelsi l’altra, che era altrettanto bella e forse con qualche motivo per preferirla, perché era coperta d’erba e sembrava meno battuta. Anche se, in realtà, il passaggio dei viandanti le aveva rese quasi uguali, consumandole pressappoco allo stesso modo.

Anche se non so descrivere il motivo, quel passaggio mi ha provocato un'intima sensazione, molto lontana dall'esortazione al cambiamento del discorso che mi fece scoprire quella poesia. Perché quello che mi colpisce non è la scelta anticonformista, il coraggio di scegliere le cose nuove, ma quella quieta tristezza di dover rinunciare a qualcosa perché non possiamo fare tutto. Il viaggiatore sa bene che le due strade sono uguali, le ha esaminate non tanto per scegliere la meno battuta ma perché deve abbandonarne una delle due, per ricordarsi che se tornerà a quel bivio deve prendere quella che non ha preso oggi. 
"And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back."
E quella mattina entrambe le strade erano lì, uguali, coperte di foglie che nessuno aveva ancora calpestato. E scelsi di lasciare la prima per un altro giorno! Però, sapendo bene come una strada ti porta sempre più lontano, dubitavo che sarei mai riuscito a tornare indietro.

E oggi ho provato di nuovo quella forte emozione e tornato a casa sono tornato a leggere quella poesia e di quella poesia. Ho persino scoperto che Benigni citava Frost nel film che non ho visto Daunbailò (titolo originale Down By Law, 1986), film che si conclude quando i due altri protagonisti si separano a un bivio di due strade quasi uguali.

Down by law (1986)

E questa volta la mia attenzione si è soffermata sull'ultima parte della poesia a cui non avevo dato molto peso, forse perché distrattamente in passato l'avevo collegata alla retorica di abbracciare il cambiamento, e invece non è così. L'autore forse voleva dire che è nella nostra natura raccontare le proprie scelte del passato 'con un sospiro', attribuendo loro una saggezza o un'eroicità che al momento del bivio semplicemente non c'erano? Abbiamo la tendenza a infondere di saggezza scelte che all'epoca furono casuali?

"I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference."

Un giorno, molto tempo da ora, racconterò questa storia con un sospiro. Dirò che in un bosco si dividevano due strade e io, trovandomi davanti a quella scelta, presi quella meno battuta. E fu proprio quella decisione a cambiare ogni cosa, a fare tutta la differenza nella mia vita.

Oggi leggo con un valore ben diverso quell'ultimo verso "And that has made all the difference", solo ora mi sono reso conto che la vera potenza evocativa della poesia non solo non sta nel coraggio di essere originali, ma nella nostra capacità di costruire storie sulle nostre vite. Leggo anche che Frost scrisse questi versi per prendere in giro l'indecisione cronica del suo amico Edward; ma ora a me piace pensare che la vera differenza sta nel modo in cui scegliamo di ricordare e dare senso al nostro cammino; alla fine, che la strada scelta fosse davvero la meno battuta o solo un percorso casuale tra le foglie un po' meno calpestate non è rilevante, questa poesia non è l'incoraggiamento ad abbracciare il cambiamento ma, almeno a me, ricorda che, sebbene non possiamo percorrere ogni sentiero, la bellezza del viaggio sta proprio a percorrere una strada, accogliere tutto ciò che ne consegue e capire che è il percorso fatto che alla fine ci definisce.

mercoledì 25 febbraio 2026

Lavorare alla macchinetta del caffè

Recentemente ho letto di nuovo sulla stampa del dibattito sulla fine dello smart working. Francamente pensavo che fosse ormai una fase superata, nonostante quanto si scriveva nell’immediato post-Covid: questo dimostra soprattutto quanto io sia poco informato. Visto il traffico dell'ora di punta, avevo l’impressione che la questione fosse stata accantonata da tempo e, in special modo negli Stati Uniti, alla luce delle dichiarazioni per esempio di Elon Musk che già nel 2022 aveva spinto per il ritorno in ufficio.

Ciò che mi ha colpito, però, è un aspetto su cui vorrei capire meglio (senza pretendere di aver approfondito davvero l’argomento). Da un lato, mi sembrano evidenti i benefici per gli impiegati: meno tempo perso negli spostamenti, soprattutto nelle ore di punta, e un impatto ambientale potenzialmente positivo. Ho anche letto che l’aumento di produttività con il lavoro remoto non è sempre significativo quanto ci si potrebbe aspettare. Tuttavia, ciò che mi ha sorpreso è la posizione di molti manager, in grande maggioranza fortemente contrari al lavoro a distanza, con motivazioni che appaiono quantomeno discutibili: 

  • «La vera collaborazione nasce davanti alla macchinetta del caffè»,
  •  «Le conversazioni informali nei corridoi generano idee»,
  • «Serve presenza per mentorship e innovazione»

Davvero sono queste le ragioni decisive per imporre a tutti di tornare in ufficio cinque giorni su cinque? 

Non voglio avventurarmi in ipotesi complottistiche o parlare di licenziamenti mascherati. Piuttosto, penso a un dato di fatto: con la globalizzazione/delocalizzazione anche il semplice lavoro di back-office di una media azienda non si svolge più entro le quattro mura di una sola sede. Oggi è normale interagire quotidianamente con sedi, fornitori e consulenti remoti, spesso in fusi orari diversi.

È difficile immaginare che una media/grande impresa abbia tutti i propri collaboratori nello stesso edificio, nello stesso Paese o addirittura nello stesso continente. Di conseguenza, molte organizzazioni si sono già strutturate per gestire gran parte delle attività da remoto, senza dover convocare riunioni in presenza per ogni questione. Per questo, quando un manager sostiene che sia necessario lavorare sempre in ufficio, la posizione mi suona un po’ stonata e ingiustificata. Più che una scelta ideologica, il lavoro distribuito sembra ormai una necessità strutturale: catene di fornitura globali, professionisti che seguono più clienti, team internazionali che non possono semplicemente spostarsi da una sede all’altra.

Pur non avendo esperienza diretta, mi sembra che il lavoro remoto (non necessariamente o esclusivamente da casa) sia già da anni una realtà consolidata, anche per ragioni economiche come la riduzione dei costi immobiliari. Le grandi sedi centralizzate sono sostenibili solo per poche megacorporazioni e in contesti molto specifici (direi americani).

Allo stesso tempo, è evidente che lo smart working possa offrire benefici anche sul piano della sostenibilità (meno pendolarismo, meno traffico, meno emissioni) e su quello sociale e demografico, favorendo categorie come genitori, caregiver o lavoratori più giovani e più anziani. Posso comprendere, però, che molte aziende non avvertono un vantaggio economico diretto e, di conseguenza, non abbiano investito abbastanza per renderlo un modello strutturale, preferendo mantenere paradigmi organizzativi basati sulla presenza e sul controllo visivo.

Ciò nonostante, le motivazioni che oggi sembrano giustificare un ritorno massiccio alla presenza mi danno l’impressione di una certa miopia manageriale: più che guidare il cambiamento, si rischia di rallentare una trasformazione del lavoro che appare non solo possibile, ma sempre più necessaria. Se davvero le obiezioni principali riguardano la perdita di interazioni informali, forse la risposta dovrebbe essere opposta: progettare modelli di lavoro remoto più maturi, affrontando consapevolmente criticità reali come la sicurezza dei dati, l’isolamento, la creatività e la collaborazione asincrona, oltre alla necessità — sempre attuale — di valutare le persone per obiettivi e risultati, non per ore di presenza.

In altre parole, serve formare i dirigenti alla gestione di team distribuiti.

Semplifico sicuramente troppo, ma le dichiarazioni recenti che ho letto, mi danno l'impressione di provenire da organizzazioni ancora legate a modelli novecenteschi, più vicini alla fabbrica del dopoguerra che a un’economia globale e digitale. Pretendere di riportare stabilmente tutti i dipendenti entro quattro mura, per favorire le chiacchiere quotidiane alla macchinetta del caffè, è un po’ come voler tornare dal sistema delle email al fax: tecnicamente possibile, ma economicamente inefficiente e culturalmente regressivo. Il futuro, probabilmente, non è né “tutti in ufficio” né “tutti da casa”: perché già ora il lavoro è, in larga parte, distribuito, organizzato per obiettivi e capace di essere gestito — anche umanamente — a distanza.

Non è che i manager stanno parlando di quelle mansioni che saranno a breve sostituite dall'intelligenza artificiale per cui serve che gli impiegati tornino stabilmente in ufficio per discutere alla macchinetta del caffè su come cambiare modo di lavorare?