martedì 2 giugno 2026

A colpi di pennello

Il solito algoritmo mi ha proposto un post su x.com (già noto come twitter) dell'account di @hiromaya_art che mi ha fatto riflettere. Devo premettere che parecchi anni fa avevo visitato ben due mostre dedicate alle stampe di Hokusai, Hiroshige, e Hasui, e dunque senza falsa modestia posso definirmi un... assoluto ignorante della materia, trattatemi come tale.

Il post parte da una domanda apparentemente banale di uno studente: "perché i dipinti dell'epoca Edo sembrano manga?" e Hiromaya spiega che queste stampe rappresentano il risultato di un’evoluzione avvenuta proprio all’interno delle limitazioni tecniche e materiali del Giappone dove si continuava a usare principalmente pennello e inchiostro di china (sumi), con l’aggiunta di pigmenti limitati.

Nel Rinascimento l'introduzione della prospettiva ma anche della pittura a olio che credo arrivasse dalle Fiandre, gli studi di anatomia, il chiaroscuro hanno proiettato l'arte verso la riproduzione realistica, mentre in Giappone, quello che in apparenza sembra uno svantaggio è diventato il punto di partenza per una direzione completamente diversa per esaltare il potere espressivo della linea. Usavano l'inchiostro di china e il pennello per suggerire, piuttosto che per mostrare tutto.

E questa considerazione è stimolante per riflettere su come la tecnologia sia andata a braccetto con l'evoluzione della pittura occidentale e di quella giapponese.

Ovviamente non sono in grado di approfondire ulteriormente la questione e aggiungo che queste "limitazioni" tecniche dell'arte giapponese erano anche scelte funzionali allo scopo delle opere di Hokusai, che dovevano essere opere a basso costo per scopi commerciali e divulgativi. E per questa considerazione, che forse falsa un po' il discorso del post originale, trovo, almeno dal mio punto di vista, abbastanza naturale che i manga moderni siano così simili a quelli che Hokusai stesso definiva manga (schizzi sparsi), mentre l'impatto della potenza espressiva di queste stampe ha ispirato il Japonisme e alcune opere di Van Gogh e Monet.

Il ponte Ōhashi ad Atake sotto una pioggia improvvisa
Utagawa Hiroshige - Il ponte Ōhashi ad Atake sotto una pioggia improvvisa Vincent van Gogh - Brug in de regen- naar_Hiroshige
Utagawa HiroshigeVincent Van Gogh
immagini da Wikipedia

Ma nulla toglie che gli artisti giapponesi fossero in grado di usare il minimo indispensabile di linee per far emergere forma, movimento, spazio e persino l’atmosfera.

sabato 2 maggio 2026

L’inintelligibile intelligenza artificiale

Quando ChatGPT è arrivato al grande pubblico, mi è sembrato un momento di svolta, forse addirittura una rivoluzione. Poi mi sono chiesto piuttosto da quanto i colossi usavano questa tecnologia perché pur non essendo esperto, né competente, supponevo che gli algoritmi usati per gestire social network, motori di ricerca e altri servizi si basassero su principi informatici simili. All'inizio c'era da aspettarsi un entusiasmo esagerato e l’insistenza sull’“intelligenza” artificiale, che in realtà non ha nulla di intelligente: è solo la versione moderna di ELIZA.
 
Conversazione con ELIZA
Immagine presa da Wikipedia.
 
Non mi ha sorpreso, allora, che mentre il grande pubblico come me iniziava a conoscere questi strumenti, si cominciasse a parlare di singolarità tecnologica, di rischi di una civiltà dominata dalle macchine. Ma chiunque si sia cimentato anche solo per pochi minuti con un modello linguistico (LLM) ha potuto rendersi conto che non c’è vera intelligenza, solo una sofisticata simulazione (per approfondire la questione consiglio questo articoloquest'altro e quest'altro ancora); non c’è il rischio che le macchine prendano il controllo, ma si apre comunque un nuovo mondo che ha bisogno di regole. Mi era capitato di leggere un’analisi molto acuta che spiegava come la regolamentazione fosse necessaria non per impedire la fine della civiltà umana — alla Terminator — ma per definire chi è responsabile delle conseguenze dell’uso di queste tecnologie. Devo informarmi meglio su questi argomenti.
 
Per questo mi stupisce che ci siano ancora persone che, pur non sapendo cosa siano i modelli linguistici, ne parlino a sproposito, dimostrando che non basta essere colti e intelligenti per essere informati. Credo che sia in senso lato uno degli effetti previsti all'inizio di Internet dall'economia della coda lunga e di una famosa citazione di Umberto Eco (e forse questo tema meriterebbe di essere approfondito).
 
Ma mi stupisce ancora di più che i media diano spazio a analisi così banali e insulse, che non meriterebbero neppure un posto tra i pesci d’aprile.
 
I modelli di intelligenza artificiale di cui si parla oggi non sono soggetti dotati di anima, opinioni o coscienza. Porre loro domande sulla coscienza, su Dio o sulla cronaca recente è profondamente sbagliato, per due motivi fondamentali:
  • La natura della tecnologia: I modelli linguistici sono strumenti che generano testo statisticamente probabile in base ai dati su cui sono addestrati. Chiedere a un’IA “cosa ne pensi” non produce una riflessione originale, ma una media ponderata di ciò che è stato scritto online su quel tema.
  • L’effetto ELIZA: È il fenomeno psicologico per cui, dialogando con un bot conversazionale, gli si attribuiscono empatia e comprensione, come se avesse emozioni umane. È un’illusione pericolosa, e la cronaca riporta già casi in cui questo effetto ha avuto conseguenze tragiche. Perché, allora, i giornali dovrebbero alimentare questi errori?
Le conversazioni con i modelli linguistici non mostrano segni di umanità: sono solo imitazioni sofisticate. Trattare le loro risposte come “autentiche” alimenta il sensazionalismo e confonde il pubblico, facendogli credere che l’IA sia una sorta di scatola magica invece che uno strumento con regole e limiti precisi.
 
Credo che questo sia uno dei tanti specchietti per le allodole che i media decadenti della nostra epoca usano per sopravvivere, invece di evolversi. Invece di spiegare la complessità dei modelli — i bias, le risposte non veritiere (allucinazioni), i dilemmi sulla privacy e sui diritti d'autore, l’impatto ambientale dei centri di elaborazione dati o le questioni etiche — il giornalismo si riduce a mettere in scena uno spettacolo. Pubblicare un’intervista a un bot è come intervistare il polpo di turno sull’esito di una partita di calcio: un errore metodologico che fa perdere autorevolezza alle testate.
 
Mentre ci concentriamo su quanto l’IA sembri “gentile” o “umana” nei suoi toni preimpostati, ignoriamo i veri temi che richiederebbero studio e competenza. Dovremmo intervistare i ricercatori, analizzare i casi d’uso reali in medicina, giustizia o educazione, ma anche per ciascuno di noi e discutere di regolamentazione. L’intelligenza artificiale non “vuole” diventare padrona del mondo — non ha ambizioni né fame di potere — ma è uno strumento potente nelle mani di chi lo possiede e lo governa. È su questo che l’attenzione pubblica dovrebbe focalizzarsi.
 
Non è più il tempo di trattare l’IA come un fenomeno da baraccone o un interlocutore filosofico. L’intelligenza artificiale è uno strumento, non un individuo. Continuare a umanizzarla non aiuta le persone a capire i cambiamenti in atto, ma contribuisce solo a una cultura dell’ignoranza consapevole.

lunedì 2 marzo 2026

La strada meno battuta

Oggi mentre parlavamo del più e del meno, la mia amica ha sottolineato con "la strada meno battuta" la nostra scelta del percorso da fare per rientrare dalla passeggiata in campagna.
 
Francobollo Robert Frost (1974)
immagine da Wikipedia

Queste semplici parole mi hanno riaperto improvvisamente il vivido ricordo dell'immagine così evocativa della poesia di Robert Frost: "The Road Not Taken" che inizia con l'immagine della strada che si divide in un bosco di autunno. In quel momento, la mia mente era già per un attimo breve e lunghissimo altrove, in quel 'bosco giallo' che poteva essere quello di tante passeggiate del mio passato quando ti perdi a esaminare il sentiero prima che si perda tra i cespugli.

"Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;"

In un bosco autunnale, la strada si divideva in due, e mi spiaceva non poterle percorrere entrambe. Da solo, rimasi a lungo fermo, indeciso, osservando una delle due vie fin dove lo sguardo riusciva a spingersi, fino al punto in cui piegava e scompariva tra il fitto sottobosco.

Credo che la poesia sia molto nota in America, ma qui in Italia non lo è o almeno io non la conoscevo perché non tutti hanno studiato la letteratura americana. Non mi ero neppure accorto che fosse citata ne "L'attimo fuggente" che pure ho visto e rivisto numerose volte. L'ho scoperta qualche anno fa perché mi aveva incuriosito la citazione in un discorso motivazionale per spronare a cercare il cambiamento. Non ricordo dove avevo letto quel discorso, ma era andato a cercare la poesia e quell'immagine mi aveva colpito. Soprattutto quell'indugiare del viaggiatore solitario di fronte al bivio per scegliere poi quella che sembrava meno calpestata e per sfumare il dispiacere di dover scegliere pensare magari di fare l'altra la prossima volta pur sapendo che non ci sarebbe stata un'altra volta. Quando sono andato a fare escursioni in luoghi nuovi, spesso mi è dispiaciuto non poter percorrere tutti i sentieri ma dover sceglierne solo alcuni pensando: "Beh, magari ci torno" ben sapendo che non l'avrei mai fatto. Ma ovviamente la poesia non parla solo di gite in campagna. 
"Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,"
Poi scelsi l’altra, che era altrettanto bella e forse con qualche motivo per preferirla, perché era coperta d’erba e sembrava meno battuta. Anche se, in realtà, il passaggio dei viandanti le aveva rese quasi uguali, consumandole pressappoco allo stesso modo.

Anche se non so descrivere il motivo, quel passaggio mi ha provocato un'intima sensazione, molto lontana dall'esortazione al cambiamento del discorso che mi fece scoprire quella poesia. Perché quello che mi colpisce non è la scelta anticonformista, il coraggio di scegliere le cose nuove, ma quella quieta tristezza di dover rinunciare a qualcosa perché non possiamo fare tutto. Il viaggiatore sa bene che le due strade sono uguali, le ha esaminate non tanto per scegliere la meno battuta ma perché deve abbandonarne una delle due, per ricordarsi che se tornerà a quel bivio deve prendere quella che non ha preso oggi. 
"And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back."
E quella mattina entrambe le strade erano lì, uguali, coperte di foglie che nessuno aveva ancora calpestato. E scelsi di lasciare la prima per un altro giorno! Però, sapendo bene come una strada ti porta sempre più lontano, dubitavo che sarei mai riuscito a tornare indietro.

E oggi ho provato di nuovo quella forte emozione e tornato a casa sono tornato a leggere quella poesia e di quella poesia. Ho persino scoperto che Benigni citava Frost nel film che non ho visto Daunbailò (titolo originale Down By Law, 1986), film che si conclude quando i due altri protagonisti si separano a un bivio di due strade quasi uguali.

Down by law (1986)

E questa volta la mia attenzione si è soffermata sull'ultima parte della poesia a cui non avevo dato molto peso, forse perché distrattamente in passato l'avevo collegata alla retorica di abbracciare il cambiamento, e invece non è così. L'autore forse voleva dire che è nella nostra natura raccontare le proprie scelte del passato 'con un sospiro', attribuendo loro una saggezza o un'eroicità che al momento del bivio semplicemente non c'erano? Abbiamo la tendenza a infondere di saggezza scelte che all'epoca furono casuali?

"I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference."

Un giorno, molto tempo da ora, racconterò questa storia con un sospiro. Dirò che in un bosco si dividevano due strade e io, trovandomi davanti a quella scelta, presi quella meno battuta. E fu proprio quella decisione a cambiare ogni cosa, a fare tutta la differenza nella mia vita.

Oggi leggo con un valore ben diverso quell'ultimo verso "And that has made all the difference", solo ora mi sono reso conto che la vera potenza evocativa della poesia non solo non sta nel coraggio di essere originali, ma nella nostra capacità di costruire storie sulle nostre vite. Leggo anche che Frost scrisse questi versi per prendere in giro l'indecisione cronica del suo amico Edward; ma ora a me piace pensare che la vera differenza sta nel modo in cui scegliamo di ricordare e dare senso al nostro cammino; alla fine, che la strada scelta fosse davvero la meno battuta o solo un percorso casuale tra le foglie un po' meno calpestate non è rilevante, questa poesia non è l'incoraggiamento ad abbracciare il cambiamento ma, almeno a me, ricorda che, sebbene non possiamo percorrere ogni sentiero, la bellezza del viaggio sta proprio a percorrere una strada, accogliere tutto ciò che ne consegue e capire che è il percorso fatto che alla fine ci definisce.

mercoledì 25 febbraio 2026

Lavorare alla macchinetta del caffè

Recentemente ho letto di nuovo sulla stampa del dibattito sulla fine dello smart working. Francamente pensavo che fosse ormai una fase superata, nonostante quanto si scriveva nell’immediato post-Covid: questo dimostra soprattutto quanto io sia poco informato. Visto il traffico dell'ora di punta, avevo l’impressione che la questione fosse stata accantonata da tempo e, in special modo negli Stati Uniti, alla luce delle dichiarazioni per esempio di Elon Musk che già nel 2022 aveva spinto per il ritorno in ufficio.

Ciò che mi ha colpito, però, è un aspetto su cui vorrei capire meglio (senza pretendere di aver approfondito davvero l’argomento). Da un lato, mi sembrano evidenti i benefici per gli impiegati: meno tempo perso negli spostamenti, soprattutto nelle ore di punta, e un impatto ambientale potenzialmente positivo. Ho anche letto che l’aumento di produttività con il lavoro remoto non è sempre significativo quanto ci si potrebbe aspettare. Tuttavia, ciò che mi ha sorpreso è la posizione di molti manager, in grande maggioranza fortemente contrari al lavoro a distanza, con motivazioni che appaiono quantomeno discutibili: 

  • «La vera collaborazione nasce davanti alla macchinetta del caffè»,
  •  «Le conversazioni informali nei corridoi generano idee»,
  • «Serve presenza per mentorship e innovazione»

Davvero sono queste le ragioni decisive per imporre a tutti di tornare in ufficio cinque giorni su cinque? 

Non voglio avventurarmi in ipotesi complottistiche o parlare di licenziamenti mascherati. Piuttosto, penso a un dato di fatto: con la globalizzazione/delocalizzazione anche il semplice lavoro di back-office di una media azienda non si svolge più entro le quattro mura di una sola sede. Oggi è normale interagire quotidianamente con sedi, fornitori e consulenti remoti, spesso in fusi orari diversi.

È difficile immaginare che una media/grande impresa abbia tutti i propri collaboratori nello stesso edificio, nello stesso Paese o addirittura nello stesso continente. Di conseguenza, molte organizzazioni si sono già strutturate per gestire gran parte delle attività da remoto, senza dover convocare riunioni in presenza per ogni questione. Per questo, quando un manager sostiene che sia necessario lavorare sempre in ufficio, la posizione mi suona un po’ stonata e ingiustificata. Più che una scelta ideologica, il lavoro distribuito sembra ormai una necessità strutturale: catene di fornitura globali, professionisti che seguono più clienti, team internazionali che non possono semplicemente spostarsi da una sede all’altra.

Pur non avendo esperienza diretta, mi sembra che il lavoro remoto (non necessariamente o esclusivamente da casa) sia già da anni una realtà consolidata, anche per ragioni economiche come la riduzione dei costi immobiliari. Le grandi sedi centralizzate sono sostenibili solo per poche megacorporazioni e in contesti molto specifici (direi americani).

Allo stesso tempo, è evidente che lo smart working possa offrire benefici anche sul piano della sostenibilità (meno pendolarismo, meno traffico, meno emissioni) e su quello sociale e demografico, favorendo categorie come genitori, caregiver o lavoratori più giovani e più anziani. Posso comprendere, però, che molte aziende non avvertono un vantaggio economico diretto e, di conseguenza, non abbiano investito abbastanza per renderlo un modello strutturale, preferendo mantenere paradigmi organizzativi basati sulla presenza e sul controllo visivo.

Ciò nonostante, le motivazioni che oggi sembrano giustificare un ritorno massiccio alla presenza mi danno l’impressione di una certa miopia manageriale: più che guidare il cambiamento, si rischia di rallentare una trasformazione del lavoro che appare non solo possibile, ma sempre più necessaria. Se davvero le obiezioni principali riguardano la perdita di interazioni informali, forse la risposta dovrebbe essere opposta: progettare modelli di lavoro remoto più maturi, affrontando consapevolmente criticità reali come la sicurezza dei dati, l’isolamento, la creatività e la collaborazione asincrona, oltre alla necessità — sempre attuale — di valutare le persone per obiettivi e risultati, non per ore di presenza.

In altre parole, serve formare i dirigenti alla gestione di team distribuiti.

Semplifico sicuramente troppo, ma le dichiarazioni recenti che ho letto, mi danno l'impressione di provenire da organizzazioni ancora legate a modelli novecenteschi, più vicini alla fabbrica del dopoguerra che a un’economia globale e digitale. Pretendere di riportare stabilmente tutti i dipendenti entro quattro mura, per favorire le chiacchiere quotidiane alla macchinetta del caffè, è un po’ come voler tornare dal sistema delle email al fax: tecnicamente possibile, ma economicamente inefficiente e culturalmente regressivo. Il futuro, probabilmente, non è né “tutti in ufficio” né “tutti da casa”: perché già ora il lavoro è, in larga parte, distribuito, organizzato per obiettivi e capace di essere gestito — anche umanamente — a distanza.

Non è che i manager stanno parlando di quelle mansioni che saranno a breve sostituite dall'intelligenza artificiale per cui serve che gli impiegati tornino stabilmente in ufficio per discutere alla macchinetta del caffè su come cambiare modo di lavorare?

sabato 10 maggio 2025

Se i Savoia avessero conquistato Ginevra

Qualche anno fa, mi sono imbattuto in un interessante post di storia alternativa in francese, di cui vi riporto qua sotto una mia traduzione. Mi piace la storia regionale e trovo stimolanti i racconti ucronici ma devo ammettere che non sapevo nulla de “L'Escalade”, la celebrazione che si tiene il 12 dicembre a Ginevra per commemorare la vittoria contro l'attacco del Ducato di Savoia alla città nel 1602.

Nel post si raccontano le conseguenze di un esito favorevole al Ducato di Savoia dell'attacco, immaginando la nascita di un regno sabaudo neutrale a cavallo delle Alpi e della nascita di un regno d'Italia unificato sotto la dinastia dei Borboni.

Cosa ne pensate di queste ipotesi storiche? Eravate a conoscenza de “L'Escalade”?

Ginevra e il regno di Savoia, una ucronia

La notte tra l’11 e il 12 dicembre 1602, ombre indaffarate ai piedi delle mura di Ginevra mettono assieme delle scale che poi vengono erette. L'avanguardia della forza di invasione organizzata da  Carlo Emanuele I, Duca di Savoia, scala le mura della città addormentata e senza ostacoli giunge alla Porte Neuve, che ilpetardo fa saltare. Mentre la guarnigione di Ginevra si sveglia a malapena, 2.000 mercenari partono all’assalto della città, che viene messa al sacco; le autorità di Ginevra, civili e religiose, sono impiccate; solo Beza, per l’età avanzata, sfugge a questo destino, ma muore in carcere poco dopo.

Savoia ride, Ginevra piange

Per Ginevra, è l'inizio di unagenerazione di lacrime: il calvinismo è vietato, il cattolicesimo reintrodotto a forza e in città si insedia un nuovo vescovo. I protestanti si incontrano in segreto, soprattutto in campagna o nei fienili nella borgata di Carouge. Invece, per Carlo Emanuele I, è finalmente la consacrazione! Entra a Ginevra il giorno di Natale 1602 e vuole farne la sua capitale; nel 1603 la corte Savoia si prepara - ancora una volta - a spostarsi.

Il problema è che la città è nell'estremo nord dei possedimenti dei Savoia e, inoltre, è minacciata da due  potenti nemici: la Francia di Enrico IV e i Bernesi, entrambi alleati di Ginevra protestante. Il duca di Savoia, pertanto, fa appello al suo alleato, Filippo III di Spagna, a cui fa comprendere l'importanza strategica e politica di Ginevra. Con l'aiuto di truppe spagnole (in realtà provenivano dal Milanese, spesso ancheveterani della conquista di Ginevra), la Savoia prende il Pays de Gex e si scontra con le truppe francesi, mentre i bernesi hanno molto da fare per gestire un duplice attacco a est e ad ovest del Lago di Ginevra (con, se non l’aiuto, almeno la buona volontà dei Vallesani).

Non è una sorpresa che il conflitto acquista, nelle parole del Duca e dei suoi prossimi, una connotazione religiosa molto forte ed è sostenuto, più o meno apertamente, dalle potenze cattoliche: il Papa benedice le truppe, i nobili francesi infelici (che un tempo avevano sostenuto la Lega) sono lieti di ostacolare un re così poco cattolico e anche i Friborghesi, alleati tradizionali di Ginevra, mantengono una neutralità imbarazzata. L'assassinio di Enrico IV nel 1610 porta un po’ di sollievo alla Savoia, che arriva a firmare nel 1623 una tregua con Berna, che le cede (restituisce sarebbe più esatto) una grande parte di Vaud e Chablais.

Ma Carlo Emanuele deve fare concessioni ai protestanti e concedere loro tolleranza, vale a dire il diritto di culto. Il duca accetta con riluttanza e, in pratica, il cattolicesimo rimane la religione di Stato. Questa tolleranza comunque avrà l’effetto di calmare l'ardore rivoluzionario di un certo numero di Ginevrini (e Vodesi) e, in una certa misura, di rilanciare l'industria e il commercio della capitale. Al rigore del Calvinismo subentrano i fasti della corte dei Savoia, che fa costruire un palazzo sulle alture di Champels.

Impatti in Europa

In Europa, la rinascita della Savoia non è priva di conseguenze: attraverso la nazione alpina, in Europa cresce l'influenza spagnola (e del papa). Maurizio di Nassau, durante la guerra nei Paesi Bassi, non può fare di meglio che contenere le truppe spagnole e le Province Unite sono costrette ad accettare una pace difficile con confini ristretti e la rinuncia a gran parte dei loro sogni di colonie oltre mare. Da parte sua, la Francia, sotto la reggenza di Maria de' Medici e Luigi XIII, preferisce negoziare con questo potente vicino.

Ma per la Savoia, le cose si complicano con la morte di Carlo-Emanuele. Suo figlio, Vittorio Amedeo I deve gestire i rapporti turbolenti con il cognato, il re di Francia e muore dopo solo otto anni di governo, lasciando il trono a Francesco-Giacinto, di cinque anni che morirà dopo un anno di regno. Questo è un periodo di disordini per il Ducato, che vede ridursi alcuni dei suoi possedimenti in particolare nella Bresse e nel Delfinato.

Il regno di Carlo Emanuele II lascia a Ginevra un'impressione migliore rispetto a quello del suo predecessore omonimo. Protettore delle arti e delle lettere, il nuovo Duca decide di sviluppare la capitale e ha avviato una serie di grandi lavori, che culmineranno con la demolizione di parte delle fortificazioni e la costruzione dei quartieri della Terrassière, della Corraterie e delle Eaux Vives.

Per un secolo, la Savoia consolida il suo prestigio politico, diplomatico e culturale, al punto da eclissare talvolta la Francia, che è alternativamente alleata o rivale. Quando Vittorio Amedeo II ottiene la corona di Sicilia, a seguito della Guerra di Successione Spagnola (durante la quale Ginevra ha conosciuto una breve occupazione francese), contempla per un momento un’influenza mediterranea, ma negozia con l’imperatore Carlo VI la creazione del suo regno.

All’apice della sua potenza, il Regno di Savoia si estende da Nizza a Yverdon e da Bourg-en-Bresse ad Asti: un territorio ampio ma inospitale, che dipende molto dal transito tra la Francia e le città confederate a nord o il Piemonte a est. Soprattutto, il suo grande problema è una certa debolezza militare che di fatto lo rende quasi vassallo della Francia. Ginevra, capitale indiscussa del regno, conosce uno sviluppo economico e urbano che spinge la città a espandersi oltre le mura, la cui utilità viene sempre più messa in discussione. Un porto lacustre di grande capacità viene creato alla Jonction, a completamento del Canale di Entreroches e della sistemazione del Rodano tra Seyssel e Ginevra.

Savoia, nazione neutrale

Questo apice ha breve durata: il periodo rivoluzionario porta costanti problemi con le forze della Convenzione a Parigi e con le tensioni interne. Vittorio Amedeo III è costretto a cedere il trono a un governo rivoluzionario sostenuto da un savoiardo esiliato in Francia, Napoleone Bonaparte. La Savoia viene annessa alla Francia e recupera la propria indipendenza solo con la Restaurazione.

Grazie all’ambasciata estremamente attiva del futuro re Carlo Felice al Congresso di Vienna, assistito dal marchese Charles Pictet de Cartigny, la Savoia riottiene i suoi territori e anche di più: diventa, insieme alla Confederazione Elvetica (formata attorno alle città di Friburgo, Berna e Zurigo e agli stati alpini) e al futuro Belgio, uno Stato neutrale, una zona cuscinetto tra le ambizioni francesi e il resto dell’Europa.

Nel corso del XIX secolo, il Regno di Savoia vive, a causa delle rivoluzioni del 1830 e del 1848 (senza contare l’insurrezione fazysta del 1846, che darà alla città di Ginevra un proprio governo), diverse trasformazioni e diventa una monarchia costituzionale. Ma conosce una crisi importante quando i patrioti italiani vogliono che il re Vittorio Emanuele II salga sul trono d’Italia. Desideroso di sostenere le pretese di Napoleone III, il re si astiene tuttavia da qualsiasi intervento diretto e, dopo una lunga e sanguinosa guerra civile, è Francesco II di Napoli, con il sostegno dell’Austria, a diventare re d’Italia.

L’ultimo terzo del secolo è segnato da questa lacerazione, tra 
francesiaustriaci, questi ultimi soprattutto presenti nella parte transalpina del paese. Il bilinguismo nazionale viene ripetutamente messo in discussione durante scontri politici in Parlamento e in alcuni comuni, in particolare quelli di Nizza e Torino. Sfinito da questi intrighi politici, Vittorio Emanuele II muore nel 1878 e spetta al giovane Umberto I il compito di ricompattare un regno sempre più diviso. Ci vorranno però quasi vent’anni prima che una costituzione, basata su un sistema federale simile a quello belga, riesca a pacificare il paese.

È anche in questi anni che il paese trova, attraverso il turismo, il modo di valorizzare finalmente il proprio patrimonio alpino. Gli anni 1870-1920 offrono l’occasione per avviare grandi opere di sviluppo, in particolare la costruzione di strade e linee ferroviarie in tutto il paese.

Le due guerre mondiali

Anche se la Prima Guerra Mondiale si svolge lontano dalle terre della Savoia, il Regno non sfugge ai disordini: numerosi movimenti sociali di ispirazione marxista scuotono le sue città. Lo sfarzo della corte contrasta bruscamente con la condizione del mondo contadino, che fatica a entrare nel XX secolo, mentre gli ambienti operai di Ginevra, Grenoble o Torino e i circoli repubblicani fanno sentire la loro voce.

Il re Vittorio Emanuele III utilizza sia la forza che la negoziazione per reprimere i rivoluzionari più agitati e trattare con i moderati una nuova costituzione che, sotto la copertura di riforme amministrative, istituisce un regime molto conservatore. Il fatto è che il re è un convinto anticomunista e questa costituzione del 1919 è fortemente ispirata dai movimenti nazionalisti italiani, che porteranno poi Mussolini al potere.

Tutto il periodo tra le due guerre è segnato da una tentazione fascista, con un Partito Nazionale Savoiese e le sue 
camicie verdi, che ottiene quasi il 30% dei voti alle elezioni del 1931, ma le sue esplosioni di violenza sono molto mal viste dalla popolazione. La figura del re rimane molto popolare in Savoia e agisce da pacificatore: nonostante la crisi economica degli anni Trenta e i movimenti sociali che agitano i suoi due potenti vicini, le forze democratiche mantengono la maggioranza in Parlamento.

La Seconda Guerra Mondiale rappresenta una sfida molto più grande per la neutralità del paese: la sconfitta francese del febbraio 1941 pone la Savoia tra due nazioni fasciste alleate, che fanno entrambe pressioni affinché il Regno si unisca a loro. Il re esita, il Parlamento e l’opinione pubblica si dividono sulla questione e, a complicare ulteriormente le cose, si pone anche il problema dei militari francesi internati nel territorio del Regno, in particolare l’intera flotta francese rifugiatasi nel porto di Nizza.

Fortunatamente, la Germania è più preoccupata da ciò che accade a est e l’Italia fascista sa – per dolorosa esperienza, dopo la sua sfortunata avventura nei Balcani – di non essere in grado di affrontare da sola una nazione alpina. Prendendo tempo, il Regno riesce a evitare il peggio, ma Vittorio Emanuele III, ormai esausto, abdica in favore del figlio Umberto II nel 1943. L’Italia tenta allora di approfittare di quello che percepisce come un momento di debolezza e lancia un attacco.

Non è una buona idea: nel mese successivo, gli Alleati sbarcano in Sicilia, mentre le forze italiane faticano ad avanzare in Savoia. Ma se l’esercito savoiese resiste, le città e le industrie soffrono sotto i bombardamenti italiani e tedeschi. Nell’aprile del 1944, mentre Ginevra è minacciata da un corpo d’armata tedesco, il re decide di rompere la neutralità e annuncia che la Savoia si unisce agli Alleati; i porti del Mediterraneo, a cominciare da Nizza, vengono aperti alle truppe inglesi, americane e francesi, che recuperano la loro flotta neutralizzata (o ciò che ne rimane, dopo i siluramenti italiani).

La decisione di Umberto II è ancora oggi molto controversa, in quanto ha comportato ulteriori distruzioni per il paese (Losanna e Ginevra subiscono pesanti bombardamenti prima che l’aviazione americana possa difendere il territorio), ma la maggior parte degli storici militari concorda sul fatto che sia stata la scelta meno peggiore. Gli si rimprovera soprattutto di aver preparato questo cambio di alleanza da tempo (probabilmente già al momento della dichiarazione di guerra dell’Italia, forse anche prima) e, soprattutto, di aver preso la decisione senza informare il Parlamento.

In ogni caso, lo sbarco alleato in Savoia permette di attirare una forte concentrazione di truppe tedesche a sud, aprendo la strada alle operazioni anfibie in Normandia e accelerando la caduta dell’Italia fascista. Il 30 aprile 1945, la bandiera americana sventola sulle rovine del Reichstag, battendo per un soffio le truppe sovietiche, e una settimana dopo, la guerra in Europa è ufficialmente finita.

Ricostruzione e neutralità attiva

Con gran dispiacere degli americani, che avrebbero voluto installarvi alcune basi, il re non tarda a congedare le forze alleate stazionate sul suo territorio, non senza averle ringraziate, con altisonanti discorsi di amicizia indissolubile e riconoscenza eterna. Umberto II, a differenza di suo padre, ha una chiara idea di ciò che vuole per il suo regno e non sono né gli Stati Uniti né l'Unione Sovietica.

Presente alla conferenza di San Francisco, il re sogna una Savoia al centro di una nuova diplomazia mondiale e non esita a proporre la sua capitale come sede della nuova Organizzazione delle Nazioni Unite. Nonostante un ampio supporto da parte della maggior parte delle nazioni europee, è alla fine New York ad essere scelta, ma molte delle nuove organizzazioni di quello che diventerà il
sistema onusiano” si stabiliranno a Ginevra, in una frenesia di costruzione per sostituire i quartieri industriali di Sécheron distrutti durante la guerra.

In realtà, è tutto l'arco del Lago di Ginevra a beneficiarne, mentre le industrie tendono a migrare verso sud e il Mediterraneo. Se il modello consente una rapida ricostruzione del paese, mette in evidenza, già dagli anni '60, una frattura sociale geografica, con un nord del regno più ricco di professioni liberali e scuole superiori, e un sud proletarizzato. Ci vorrà il regno di Vittorio Emanuele IV, a partire dal 1976, per l'implementazione di una riforma territoriale di vasta portata, che va di pari passo con una decentralizzazione del paese.

Il secondo asse diplomatico della Savoia, sin dai primi anni '50, è la costruzione europea. Il regno è uno dei membri fondatori della Comunità europea del carbone e dell'acciaio e sostiene senza riserve tutte le iniziative per instaurare un'unione politica, fino ai trattati di Nizza e Lisbona.

Ora, dopo quattrocentodieci anni

Nel 2008, Vittorio Emanuele IV abdica per motivi di salute e suo figlio, Emanuele Filiberto I (40 anni nel 2012), sale al trono. La Savoia è membro dell’Unione Europea e la sua moneta è l’euro; indebolita dalla crisi economica che scuote l’Europa dal 2008, la sua situazione economica appare migliore rispetto a quella dei paesi vicini, principalmente grazie a una politica di bilancio definita prudente”, se non addirittura timorosa.

La Germania, controllata per tre quarti dagli Alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha meglio digerito la sua riunificazione con il residuo stato dell’Est nel 1990. Quasi esclusivamente fiamminga (la parte francofona è stata annessa alla Francia nel 1815), Belgio e Paesi Bassi hanno finito per fondersi nel 1948, mantenendo solo il nome 
Nederland (Nééerlandes) in francese. La Confederazione Elvetica è composta quasi esclusivamente da cantoni germanofoni, oltre al Giura, una parte del Vallese e il Ticino.

 

martedì 4 maggio 2021

Me grand Türin

Russ cume el sang
fort cum el Barbera
vöj ricordete adess, me grand Türin
An cuj ani ed sagrin
ünica e sula la tua blëssa j’era.

Vnisìo dal gnente, da guera e da fam,
tren da bestiam, téssere, galera,
fratej mort an Rüssia e partigian,
famije spantià, sperdüa minca bandiera.

I j’ero pòver, livid, sbarüvà,
gnanca un sold sla pel e per rüsché
it dovìe surié, brighé, preghé,
fin a l’ültima gussa del to fià.

Fümé a vorìa di na cica an quatr,
per divertisse i dovìo rije ed poc,
per mangé i mangiavo fin ij gat,
j’ero gnün: i fürb cume ij fabioc.

Ma un fiur l’avio e it j’ere ti, Türin,
tajà ant l’assel j’era la tua bravüra,
giuventü nostra, che tüti ij sagrin
portava via cun tua facia düra.

Tua facia d’ovrié, me Valentin!
me Castian, Riga, Loik, e cul pistin
ed Gabet, ch’a fasìa vnì tüti foj
cun vint dribling e pöj a j’era già gol.

Filadelfia! Ma chi sarà el vilan
a ciamelo un camp? J’era na cüna,
de speranse, ed vita, ed rinassensa,
j’era sogné, crijé, j’era la lüna,
j’era la stra dla nostra chërsensa.

It l’has vinciü el mund,
a vint ani it ses mort.
Me Türin grand
me Türin fort.

Giovanni Arpino

lunedì 29 ottobre 2018

Doi povron bagnà 'nt l'euli

Manco da questi lidi da così tanto tempo che forse sono tornato troppo tardi persino per portare un saluto e me ne scuso.

Sappiate però che:

Ij povron as bagno ‘nt l’ort, as meujo ‘nt l’euli!


giovedì 12 febbraio 2015

Gianduja

Im ciamo Giandoja
stag a Turin:
i beivo a la doja
e am pias il gherssin.
‘D butir l’an fertame
el fidich e’l pré
:
Giandoja a l’an fame,
Giandoja veui stè.
Dato che oggi - almeno dalle mie parti - si apre ufficialmente il carnevale con il giovedì grasso, mi pare in linea con i tempi proporvi la poesiola che ho riportato in apertura del post per chiedere se qualcuno la conosce. Magari una volta in Piemonte la insegnavano come filastrocca per il carnevale ai bambini a scuola?
Io ne ho scoperto l'esistenza per puro caso qualche giorno fa e con una rapida ricerca ne ho trovato traccia al fondo di una pagina dedicata al teatro di Gianduja, la maschera piemontese (o dovrei dire torinese?) su una pagina di una associazione culturale di Mestre che però li attribuisce erroneamente a Vittorio Bersezio, letterato e deputato del regno di Italia, ma probabilmente più noto come autore tra l'altro di Le miserie 'd monsù Travet portato sul grande schermo da Gino Cervi e con il quale la RAI aprì le trasmissioni 60 anni fa. Ma io non l'ho mai letto né visto e comunque sto divagando.
Vittorio Bersezio
Vittorio Bersezio (Peveragno 1828 - Torino 1900)
Immagine tratta da Wikipedia
Purtroppo le mie ricerche su internet non mi danno altre informazioni sulla filastrocca e non ho nemmeno capito da quale opera sono tratti. Non sapevo nemmeno che ci fosse un collegamento di Giandoja con il fidich e il pré... Qualcuno di voi ne sa qualcosa di più?
AGGIORNAMENTO: riporto qua la mia traduzione in prosa della filastrocca, ma non vorrei aver frainteso la questione del fidich (fegato) e del pré (ventriglio) del pollo perché non so cosa hanno a che fare con la maschera.
Mi chiamo Gianduja / sto a Torino: / bevo dal boccale / e mi piace il grissino./ Nel burro mi hanno passato/ i fegatini e il ventriglio del pollo/ Gianduja mi hanno fatto, / Gianduja voglio rimanere.
Se qualcuno mi sa correggere, è il benvenuto!

RI-AGGIORNAMENTO: ho trovato la canzone intera e ho scoperto che l'autore non è Vittorio Bersezio, ma bensì Angelo Brofferio. Appena ho un attimo riscrivo tutto il post con la canzone completa e la mia personale traduzione.

lunedì 18 novembre 2013

Piove

Io non so niente di letteratura e ancor meno di poesia, e nemmeno di pioggia dato che non sono mai stato in Bretagna, ma quando piove a me viene in mente Barbara.
Rappelle-toi Barbara
Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là
Et tu marchais souriante
Épanouie ravie ruisselante
Sous la pluie
Rappelle-toi Barbara
Il pleuvait sans cesse sur Brest
Et je t'ai croisée rue de Siam
Tu souriais
Et moi je souriais de même
Rappelle-toi Barbara
Toi que je ne connaissais pas
Toi qui ne me connaissais pas
Rappelle-toi
Rappelle-toi quand même ce jour-là
N'oublie pas
Un homme sous un porche s'abritait
Et il a crié ton nom
Barbara
Et tu as couru vers lui sous la pluie
Ruisselante ravie épanouie
Et tu t'es jetée dans ses bras
Rappelle-toi cela Barbara
Et ne m'en veux pas si je te tutoie
Je dis tu à tous ceux que j'aime
Même si je ne les ai vus qu'une seule fois
Je dis tu à tous ceux qui s'aiment
Même si je ne les connais pas
Rappelle-toi Barbara
N'oublie pas
Cette pluie sage et heureuse
Sur ton visage heureux
Sur cette ville heureuse
Cette pluie sur la mer
Sur l'arsenal
Sur le bateau d'Ouessant
Oh Barbara
Quelle connerie la guerre
Qu'es-tu devenue maintenant
Sous cette pluie de fer
De feu d'acier de sang
Et celui qui te serrait dans ses bras
Amoureusement
Est-il mort disparu ou bien encore vivant
Oh Barbara
Il pleut sans cesse sur Brest
Comme il pleuvait avant
Mais ce n'est plus pareil et tout est abimé
C'est une pluie de deuil terrible et désolée
Ce n'est même plus l'orage
De fer d'acier de sang
Tout simplement des nuages
Qui crèvent comme des chiens
Des chiens qui disparaissent
Au fil de l'eau sur Brest
Et vont pourrir au loin
Au loin très loin de Brest
Dont il ne reste rien.
Jacques Prévert, Paroles, 1947, ed. Gallimard

Non sono capace a tradurre poesie (e penso che in certi casi non sia neanche giusto farlo) per cui vi lascio una trascrizione in prosa fatta al volo.
Ricordati Barbara, pioveva senza sosta quel giorno su Brest. E tu camminavi sorridente, tranquilla, rapita, grondante sotto la pioggia. Ricordati Barbara, come pioveva su Brest. E io ti ho incrociata in rue de Siam, tu sorridevi e anch'io sorridevo. Ricordati Barbara, tu che io non conoscevo, tu che non mi conoscevi. Ricordati, ricordati quel giorno ad ogni costo, non lo dimenticare. Un uomo s'era rifugiato sotto un portico e ha gridato il tuo nome: Barbara. E sei corsa verso di lui sotto la pioggia grondante rapita tranquilla. E ti sei gettata tra le sue braccia. Ricordati questo Barbara. E non mi rimproverare se ti do del tu. Lo faccio con tutti quelli che amo, anche se li ho visti una volta sola. Lo faccio con tutti quelli che si amano, anche se non li conosco. Ricordati Barbara non dimenticare questa pioggia buona e felice sul tuo volto felice su questa città felice, questa pioggia sul mare, sull'arsenale, sulla nave d'Ouessant. Oh Barbara, che cazzata la guerra. Che ne è di te ora sotto questa pioggia di ferro, di fuoco, di acciaio, di sangue? E l'uomo che ti stringeva tra le braccia amorosamente è morto disperso o è ancora vivo? Oh Barbara, piove senza sosta su Brest, come pioveva allora. Ma non è più la stessa cosa e tutto è crollato, è una pioggia di lutti terribili e desolata. Non c'è nemmeno più la tempesta di ferro d'acciaio e di sangue, soltanto di nuvole che crepano come cani, come i cani che spariscono sul filo dell'acqua a Brest e vanno a marcire lontano, lontano molto lontano da Brest di cui non rimane più nulla.
Però adesso provate a rileggere l'originale.

Qualcuno più esperto di me vi farebbe notare il ritmo della poesia, incessante come la pioggia, che si ripete sempre uguale e sempre diversa; qualcuno che sa parlare di poesia vi farebbe notare come la felicità del ricordo condiviso è lo spunto su cui è costruita la prima parte della poesia che poi si "rompe" (da "Oh Barbara" in avanti) e c'è sempre la stessa pioggia incessante ma non è più la stessa cosa perché la guerra ha portato via tutto, anche i ricordi felici. Non rimane più nulla se non la nostalgia di un passato che rimane felice contrapposto al presente disperato.

Ma io queste cose non so spiegarle, per cui rileggete la poesia un'altra volta e poi una volta ancora e le troverete da voi.

E se proprio non ce la fate, ascoltatela.


Nota: siamo anche in tema con le celebrazioni delle settimane scorse riguardo la fine della prima guerra mondiale (anche se la tempesta di acciaio della poesia di Prévert era ovviamente della seconda).

mercoledì 23 ottobre 2013

Me piemonteis

Tutto è cominciato il primo di gennaio quando al pranzo di famiglia per capodanno, mio nonno ci ha insegnato una canzone che gli insegnò suo nonno.

In un attimo si era creato un collegamento tra la nostra realtà presente e il presente di 4 generazioni precedenti. Quel presente-passato che dovrebbe stare all'inizio del secolo scorso (ma mi piace pensare alla fine del XVIII secolo che fa ancora più vintage). Fatto sta che la cosa meritava di essere ricordata e magari indagata meglio, quindi cosa c'era di meglio di prendere nota della canzone e trascriverne il testo? E poi il primo dell'anno siamo predisposti a fare cose nuove, no? Ma c'è un problema, la canzone è in dialetto piemontese e a scuola non me l'hanno insegnato...

Mio nonno non lo parlava più con i suoi figli (solo con la nonna) e così già i miei genitori non lo parlano più, e poi per la mia generazione una gran parte della popolazione cittadina proveniva da altre regioni. Io potrei quasi dire che ho cominciato a usarlo ai tempi dell'università (e non perché me lo insegnassero ma) perché ho frequentato e conosciuto ragazzi provenienti dalla provincia.

Insomma dovevo imparare a scrivere il piemontese. Ma posso scrivere una lingua se non la so ascoltare? Beh, sì! Con l'inglese io faccio così e scommetto di non essere il solo! Allora diciamo che non posso trascrivere quella piccola cultura orale che mio nonno mi aveva appena insegnato se prima non la so ascoltare. Sarete d'accordo anche voi, no?

Sono un po' prolisso, ma volevo solo dire che la fonetica mi ha sempre affascinato: mi ricordo quando ero bambino e mia mamma mi raccontava che la sua maestra di origine toscana la rimproverava perché diceva casa o zucchero, sbagliando la s e la z, e io, bimbo che aveva appena imparato l'alfabeto, non capivo che la s e la zeta hanno due suoni (per intenderci la mia s di casa non è la s che uso in cassa e la mia z di zucchero non è la stessa z di ozio ma io bimbo non me ne rendevo conto). Comunque dovendo cominciare perché non cominciare dalle vocali?

E comincio proprio male perché anche se so che in italiano le vocali sono sette1, io ne ho sempre solo usate quelle cinque che mi hanno insegnato a scuola. So di sbagliare ma io uso una sola e unica e mentre in italiano ce ne sono due nettamente distinte che permettono di capire che il frutto della pésca è un prodotto ittico e lo stesso discorso vale per la o per la quale non so nemmeno fare un esempio!
Dalla coffa un grido: «Capitano, capitano, arrivano i monsoni!»
Il capitano urla perentorio l'ordine: «Sterminateli tutti quanti!»
Dalla coffa, titubante: «Ma... capitano, sono vènti!»
«Fossero anche quattrocento!»
Se non avete sentito questa barzelletta raccontata da Garrani e Mirabella alla radio qualche decennio fa come me, probabilmente non vi ha fatto ridere.
Pronuncia delle vocali ai raggi X
Immagine presa da wikipedia.org
Sembra una banalità ma non mi ero accorto che parlare è solo una questione di coordinare alcuni muscoli più che tentare di riprodurre i suoni che si ascoltano, ma in effetti è in questo modo che mi hanno insegnato il th inglese: metti la lingua così, metti i denti cosà, sposta le labbra colà e adesso respira: sorprendente funziona! Per le vocali è molto semplice ed è (quasi) tutto una questione di posizionare la  lingua.

In tutto il mondo le vocali che vengono usate sono più di trenta (e qui potete ascoltarne una buona parte), ma io non voglio arrivare a tanto. E poi a dire la verità, a scuola ho imparato altre vocali: la "u" francese e quindi siamo a sei e un'altra "e" muta che uso un po' per tutto in francese e per un suono che mi aiuta a riflettere prima di iniziare a parlare, avete presente? E così siamo a sette.

E guarda caso sono proprio le sette vocali piemontesi, almeno per le vocali sono a posto, e posso passare a scriverle:
  • a
  • e, come italiano anche in piemontese corrisponde a due suoni diversi, "e aperta" ed "e chiusa",
  • ë, la e "muta" di cui dicevo sopra,
  • i
  • o, indica la "u" italiana,
  • ò, indica la "o" aperta italiana,
  • u, indica la "u" alla francese.
 Ed è già un primo risultato! Vi torna tutto? se ho sbagliato, correggetemi! E voi come pronunciate le vocali (italiane o regionali)?

Aggiornamento: come ha notato bruna (laperfidanera), queste vocali non si pronunciano esattamente come in italiano nemmeno per la a, o la e. Credo che questa sia quella che si chiama l'inflessione dialettale. E anche per la i, andrebbero precisate le cose, magari lo farò.



Se qualcuno pensa che io sia andato fuori tema, io lo ringrazio ma so fare di meglio.

1 Mi risulta che su questo ci siano poche controversie, ma per sicurezza potete approfondire sul MaPI. Manuale di pronuncia italiana di Luciano Canepari.