Ciò che mi ha colpito, però, è un aspetto su cui vorrei capire meglio (senza pretendere di aver approfondito davvero l’argomento). Da un lato, mi sembrano evidenti i benefici per gli impiegati: meno tempo perso negli spostamenti, soprattutto nelle ore di punta, e un impatto ambientale potenzialmente positivo. Ho anche letto che l’aumento di produttività con il lavoro remoto non è sempre significativo quanto ci si potrebbe aspettare. Tuttavia, ciò che mi ha sorpreso è la posizione di molti manager, in grande maggioranza fortemente contrari al lavoro a distanza, con motivazioni che appaiono quantomeno discutibili:
- «La vera collaborazione nasce davanti alla macchinetta del caffè»,
- «Le conversazioni informali nei corridoi generano idee»,
- «Serve presenza per mentorship e innovazione»
Davvero sono queste le ragioni decisive per imporre a tutti di tornare in ufficio cinque giorni su cinque?
Non voglio avventurarmi in ipotesi complottistiche o parlare di licenziamenti mascherati. Piuttosto, penso a un dato di fatto: con la globalizzazione/delocalizzazione anche il semplice lavoro di back-office di una media azienda non si svolge più entro le quattro mura di una sola sede. Oggi è normale interagire quotidianamente con sedi, fornitori e consulenti remoti, spesso in fusi orari diversi.
È difficile immaginare che una media/grande impresa abbia tutti i propri
collaboratori nello stesso edificio, nello stesso Paese o addirittura nello
stesso continente. Di conseguenza, molte organizzazioni si sono già strutturate
per gestire gran parte delle attività da remoto, senza dover convocare riunioni
in presenza per ogni questione. Per questo, quando un manager sostiene che sia
necessario lavorare sempre in ufficio, la posizione mi suona un po’ stonata e
ingiustificata. Più che una scelta ideologica, il lavoro distribuito sembra
ormai una necessità strutturale: catene di fornitura globali, professionisti che
seguono più clienti, team internazionali che non possono semplicemente spostarsi
da una sede all’altra.
Pur non avendo esperienza diretta, mi sembra che il lavoro remoto (non
necessariamente o esclusivamente da casa) sia già da anni una realtà consolidata, anche per
ragioni economiche come la riduzione dei costi immobiliari. Le grandi sedi
centralizzate sono sostenibili solo per poche megacorporazioni e in contesti
molto specifici (direi americani).
Allo stesso tempo, è evidente che lo smart working possa offrire benefici anche
sul piano della sostenibilità (meno pendolarismo, meno traffico, meno emissioni)
e su quello sociale e demografico, favorendo categorie come genitori, caregiver
o lavoratori più giovani e più anziani. Posso comprendere, però, che molte
aziende non avvertono un vantaggio economico diretto e, di conseguenza, non
abbiano investito abbastanza per renderlo un modello strutturale, preferendo
mantenere paradigmi organizzativi basati sulla presenza e sul controllo
visivo.
Ciò nonostante, le motivazioni che oggi sembrano giustificare un ritorno
massiccio alla presenza mi danno l’impressione di una certa miopia manageriale:
più che guidare il cambiamento, si rischia di rallentare una trasformazione del
lavoro che appare non solo possibile, ma sempre più necessaria. Se davvero le
obiezioni principali riguardano la perdita di interazioni informali, forse la
risposta dovrebbe essere opposta: progettare modelli di lavoro remoto più
maturi, affrontando consapevolmente criticità reali come la sicurezza dei dati,
l’isolamento, la creatività e la collaborazione asincrona, oltre alla necessità
— sempre attuale — di valutare le persone per obiettivi e risultati, non per ore
di presenza.
In altre parole, serve formare i dirigenti alla gestione di team
distribuiti.
Semplifico sicuramente troppo, ma le dichiarazioni recenti che ho letto, mi
danno l'impressione di provenire da organizzazioni ancora legate a modelli
novecenteschi, più vicini alla fabbrica del dopoguerra che a un’economia globale
e digitale. Pretendere di riportare stabilmente tutti i dipendenti entro quattro
mura, per favorire le chiacchiere quotidiane alla macchinetta del caffè, è un
po’ come voler tornare dal sistema delle email al fax: tecnicamente
possibile, ma economicamente inefficiente e culturalmente regressivo. Il futuro,
probabilmente, non è né “tutti in ufficio” né “tutti da casa”: perchè già ora il
lavoro è, in larga parte, distribuito, organizzato per obiettivi e capace di
essere gestito — anche umanamente — a distanza.
Non è che i manager stanno parlando di quelle mansioni che saranno a breve
sostituite dall'intelligenza artificiale per cui serve che gli impiegati tornino
stabilmente in ufficio per discutere alla macchinetta del caffé su come cambiare
modo di lavorare?
Nessun commento:
Posta un commento