venerdì 22 novembre 2013

Magnus Carlsen


Magnus Carlsen è il nuovo campione del mondo di scacchi. La decima partita si è chiusa in parità, così:


Restano da assegnare 2 punti ma è in vantaggio di 3, irraggiungibile.


Bravo Magnus, Sven Magnus Øen Carlsen, 23 anni non ancora compiuti (tra una settimana).
Bravo anche Viswanathan Anand.
Alla fine poteva vincere uno solo, purtroppo. Io ho avuto un'ennesima conferma, seguendo le partite sul Web (gran bella cosa il Web, non ringrazieremo mai abbastanza TBL, il DARPA e sua Pastosità FSM che li ha ispirati, sempre sia condito, RAmen) che non so giocare: indovinato pochissime mosse! E sono troppo prudente.

Facevo il tifo per Magnus perché era lo sfidante e il più giovane e Anand è conosciuto per la sua memoria e la preparazione per l'avvio.
Poi seguendo anche i commenti (bravi tutti, non solo la Susan Polgar) ho visto che in effetti non ero informato: al solito a me nessuno dice mai niente (auto-cit.).

OK, finito, cancello i bookmark, unfollowo da Twitter e forse sarò meno distratto. Sì perché acchiappava parecchio e quando il collegamento cadeva (l'India è emergente ma a volte...) panico, al solito, e non serve ricaricare la pagina ogni pochi secondi.
Pronto per il prossimo giro, nèh!


Aggiornamento: una piccola aggiunta. L'India mi piace, ho lavorato anche per una società italo-indiana e una nostra collaboratrice lo fa tuttora.

Ma in certi casi il nazionalismo è fuori luogo, o no? E poi questo stra trollando, è un geek.


E a me piacerebbe moltissimo un elmo da vikingo, anzi da gallo, potrei sembrare Obelix. Celto, celtissimo, celtissimissimo.

Suggerimenti - 6


Quante cose capitano, dentro e fuori dal Web. Non so se ce la faccio a seguire tutto! Anzi no, sicuramente no. E allora strategia diversiva, beccatevi queste segnalazioni.


#nemiciditalia (4) Bugiardi in buona fede

This Guy Is The World’s Best Vine Magician



Dissesto idrogeologico
ce lo siamo voluto, come Silvio

Infanzia di un genio

uansaponataim
quasi ora, e Maghetta è un'amica che dovreste conoscere tutti


NASA's Next Frontier: Growing Plants On the Moon

Il mio “numero di Eco” sale a quota 1
importante il libro che segnala


giovedì 21 novembre 2013

Smettiamola di inserire link che passano PageRank a chi non se lo merita



Come si linka un pessimo articolo o una pagina web piena di idiozie o un post su un social stracolmo di commenti senza senso o altro...Insomma, come si linka la spazzatura?

Esiste il rel="nofollow", usiamolo


"Postlogo" a Chimica e letteratura



Sì, dovevo chiamarlo così, il "prologo" si scrive prima, ho dovuto coniare il termine adatto....Sì, lo so, si dice postfazione, ma a me piace inventare neologismi...

Spiego qui, a parte, perché la lettura è così importante per me.

Come dicevo nel post, uno dei momenti più felici della mia vita è stato quando mi sono resa conto che potevo connettermi con il mondo, che ancora non conoscevo, attraverso la lettura.

Ovviamente non ricordo né il momento preciso (chiaro, non un "momento" ma una serie di acquisizioni) in cui ho iniziato a leggere, né il momento in cui me ne sono resa conto coscientemente.

In casa mia tutti leggevano spesso e volentieri, ricordo solo di quando con piacere e già rendendomi conto che si trattava di parodia! (di cui ho assimilato il concetto prima ancora di conoscere la parola che la definisce) leggevo degli opuscoletti - non so se comprati a parte oppure allegati a qualche giornale o rivista comprata dalla famiglia - che nell'ultima pagina parodiavano le più note canzoni, illustrandole con caricature.

Poco dopo ho iniziato a seguire "il signor Veneranda" di Carlo Manzoni, rubrica del giornale satirico "Candido", quindi a leggere anche i caratteri in corpo piccolo.



 Non so, come dicevo, in che momento preciso ho iniziato a collegare i segni scritti con i suoni, penso che sia stato nel mio 4º o  5º anno di vita, so che a 5 anni  o prima leggevo i libriccini da bambini, quelli con pagine di testo a caratteri grandi alternate a pagine di disegni esplicativi, i primi libri di mia proprietà! (ora forse avrei posseduto un eReader...).
Mentre mia sorella, di due anni più giovane, fingeva di leggere avendo imparato a memoria le storielle, io potevo leggerle sul serio, era una cosa entusiasmante! (anche lei ha imparato presto a leggere, per cui posso perfino ipotizzare di aver avuto anche meno di 4 anni all'epoca, la lettura è stata la mia compagna da allora, non riesco proprio a ricordare il remoto tempo in cui non sapevo leggere).


 "Tuoni, lampi, l'aria è scura,                                        
nel pollaio Mara va.                                                                            
I pulcini avran paura
ma la chioccia cosa fa?                                                                
sotto l'ala li ripara
perché l'acqua non li tocchi.
Altrettanto - pensa Mara-
posso far coi miei balocchi.
Orsacchiotto, bambolina,
palla, ochetta, tutto è messo
sotto l'ampia gonnellina.
È tranquilla Mara adesso"      da:  "Mara in fattoria"



"Son Pippino Pippotto e Pippetto
tre bei vispi anatrini gemelli
che dividono tavola e letto
come suole tra bravi fratelli.
Ma Pippotto è un po' dormiglione,
mentre il sole da tempo è spuntato
e i fratelli fan già colazione
ei se'n dorme al calduccio, beato"

 È proprio vero che a una certa età magari si dimentica per che motivo si sia andati in una stanza un attimo prima, ma si ricordano nitidamente cose del lontanissimo passato.

Quel che non capisco è come e perché solo pochi mesi prima di compiere i 6 anni, al momento di sostenere l'esame per l'accesso alla 2ª elementare, non conoscessi ancora il segno di interpunzione "punto e virgola". Ricordo ancora con vergogna (la prima volta in cui mi sono sentita assolutamente inadeguata, poi sono venute moooolte altre volte...) che durante il dettato, al momento di scrivere "punto e virgola" scrissi  . , proprio così, un punto e virgola sdraiato a terra!  (ora potrete prendermi in giro a volontà)

 Anche i miei figli hanno iniziato a leggere presto, ricordo quando mio figlio iniziò a interessarsi di quei segni che catturavano la mia attenzione (forse troppo) e come gli spiegavo cosa significassero (la A della puntA, la E del pettinE...), all'epoca aveva 2 anni, iniziò a leggere verso i 3. Chiaro, il fatto che noi gli insegnassimo le lettere con il loro suono, non con il loro nome ("M", non EMME...) facilitò molto: come si può pensare che un bambino possa collegare EMMEAEMMEEMMEA a MAMMA?


Anche la prima figlia iniziò più o meno a quell'età, mentre la piccola, con grande spasso nostro e di amici, aveva circa un anno e mezzo quando iniziò a capire che a ogni segno corrispondeva un suono e fingeva di leggere additando le lettere: il fatto è che non si è sbagliata mai, non ha mai finto di leggere simboli estranei,
sempre e solo le lettere, ovunque fossero (es. bicchieri pubblicitari)! a due anni leggeva le letterine di plastica sulla loro lavagnetta magnetica, anche al rovescio (come i suoi fratelli) e verso i due anni e mezzo iniziò a scrivere (solo in stampatello maiuscolo, che pretendete?) però DA DESTRA A SINISTRA! ho ancora qualcuno dei suoi disegni, in cui i cani facevano UAB UAB.





Chimica e letteratura


Prologo

La mia trattazione sarà, lo so, tutt'altro che esauriente, proprio solo un aperitivo per stimolare l'appetito a ricerche sull'argomento; me ne scuso con i tamburisti e gli eventuali lettori, purtroppo per vari motivi che Juhan conosce non ho  il tempo per sviscerare l'argomento, però non volevo rinunciare a parlare della scrittura: uno dei primi ricordi della mia infanzia, e sicuramente il più piacevole, è proprio quello di quando, imparando a leggere, mi si è aperto il mondo!

La scrittura

Lascio che altri parlino della chimica raccontata o citata  nella letteratura, molto più terra-terra voglio parlare del ruolo forse misconosciuto o meglio sottovalutato che la chimica ha nella stesura delle opere.

Non per niente la madre delle Muse era Mnemosine, la dea della memoria:  nei primordi la tragedia, la commedia, la poesia non avevano un supporto fisico, si tramandavano a voce (come in Farenheit 451, ricordate?) ma questo purtroppo portava alla perdita di molte parti di queste creazioni, così come alla paulatina trasformazione più o meno involontaria, quasi un gioco infantile del "telefono senza fili" ante litteram. Inoltre poche persone potevano aver accesso alle recite di queste opere, solo la trasposizione delle stesse su supporti più o meno duraturi poteva garantirne l'inalterabilità nel tempo e la diffusione culturale.




Non che la scrittura non esistesse, ma era per lo più riservata alla narrazione per così dire storica: fin da millenni prima dell'era cristiana l'uomo ha cercato di lasciar traccia dei principali avvenimenti della propria vita o di quella del gruppo etnico di appartenenza , usando vari supporti e vari mezzi di scrittura.
I primi modelli di scrittura erano pittogrammi (rappresentazioni grafiche della forma di un oggetto o animale o persona, penso che in tutto il mondo i vari popoli potessero comprenderli, una specie di primitivo esperanto) o ideogrammi (ovvero simboli convenzionali) poi nacque anche la necessità di creare particolari simboli che indicassero le quantità, insomma i progenitori dei numeri; col tempo questi ideogrammi vennero schematizzati nella scrittura cuneiforme, mentre la scrittura a geroglifici era piuttosto la trasformazione dei pittogrammi unita a fonogrammi (collegati alla pronuncia delle parole).


Come sempre mi limito ad accennare a grandi linee, l'argomento richiederebbe un'intera enciclopedia, vi rimando alla lettura  di chi sa spiegare meglio di me.

 Il supporto

Se all'inizio si trovò il modo di fissare nella memoria questi fatti (non sempre epici! anche solo l'annotazione della quantità del raccolto...) per mezzo dell'incisione su mezzi vari, pietra innanzi tutto ma poi anche tavolette d'argilla, metalli, cera su supporti di legno ecc. con l'andar del tempo nacque forse la necessità di minimizzare il volume occupato da queste "scritture".
Tutti noi abbiamo assistito con sgomento alla crescita inarrestabile del volume della nostra biblioteca e abbiamo accolto con gioia i nuovi supporti informatici, che ci permettono di conservare nello spazio di una scheda di memoria di pochi grammi una biblioteca intera.
Immaginate quindi quale potesse essere la situazione quando i "libri" erano tavole di pietra o piastre di metallo...


Sicuramente per questo motivo già gli antichi egizi si ingegnarono riuscendo a escogitare il papiro, supporto leggero, flessibile e poco ingombrante, ottenuto sovrapponendo più strati alternati orizzontalmente e verticalmente di foglie dell'omonima pianta.

Già questa invenzione permise la trascrizione da parte per esempio dei greci della loro letteratura, il che ci permette ora di godere di immortali pagine che altrimenti nei secoli si sarebbero perse (ahimé, molte si sono effettivamente perse nel famigerato incendio e successivi vandalismi della Biblioteca di Alessandria. )

Se il papiro ha preso nome da una pianta, la pergamena, ideata parecchi secoli dopo, ha preso il nome dalla città di Pergamo dove nacque, ed è costituita da pelli animali (ovine, bovine...) raschiate, macerate in acqua di calce e fatte asciugare sotto tensione per assottigliarle. Con il diffondersi della scrittura dall'area mediterranea a zone più nordiche rappresentò un modo per affrancarsi dalla dipendenza per l'approvvigionamento dai paesi dove cresce il papiro.

pergamena
Per qualche secolo papiro e pergamena (detta anche cartapecora) coesistettero, poi verso il III secolo d.C. la pergamena sostituirà completamente il papiro, per venire però a sua volta affiancata dapprima e sostituita poi completamente secoli dopo dalla carta, ricavata da un impasto di varie fibre vegetali.

La carta

La carta venne ideata dai Cinesi in epoca incerta, comunque non oltre l'inizio del secolo II, importata poi nel medio oriente e da lì all'Europa verso il XII secolo. Indipendentemente venne inventata, pare, anche dai Maya verso la metà del primo millennio, ma in realtà credo si sappia ancora poco delle migrazioni dei popoli dell'epoca, non escluderei che la tecnica fosse importata dall'estremo oriente (vabbè, per loro occidente...)
Dapprima veniva preparata con fibre di vario genere, riciclando anche tessuti, stracci, cascami. Però la diffusione della letteratura scritta richiedeva sempre maggior quantità di supporto fisico.

Con l'utilizzo della pasta di legno si fece un vero balzo in avanti, qualitativamente e quantitativamente, nella produzione della carta.
Coll'avvento dell'era industriale si iniziò a produrre carta in modo efficiente, partendo dalla pasta di legno liberata meccanicamente con mole di pietra per sfibrare tronchi d'albero. Aggiungendo colle animali si ottenne anche una certa impermeabilizzazione, per impedire che l'inchiostro imbibesse eccessivamente la carta, rendendo la scrittura poco leggibile.


Successivamente venne prodotta la pasta di legno chimica, ottenuta per cottura di tronchi di conifere con bisolfito di calcio Ca(HSO3)2. È composta principalmente di cellulosa, un polisaccaride, macromolecola formata da una lunga catena di monosaccaridi (C6H10O5)n. La sola cellulosa però renderebbe la carta troppo porosa, pertanto si aggiungono vari composti organici tra cui gelatina animale e colofonia (resina vegetale) e inorganici (caolino, solfati, carbonati...).

L'aggiunta per esempio di caolino o silicato idrato di alluminio Al4[(OH)8*Si4O10] o di talco silicato idrato di magnesio Mg3[(OH)2*Si4O10] produce carta patinata, abbastanza impermeabile per cui assorbe meno l'inchiostro rendendo i caratteri più nitidi.

L'inchiostro

Ovviamente le basi fisiche dal papiro in poi richiesero mezzi diversi di scrittura: non più oggetti appuntiti per lasciare traccia incisa sui materiali.

Ed ecco nascere l'inchiostro.
Già ai tempi dei Romani si usava un inchiostro composto da gallato di ferro, risultante dalla reazione fra un tannino (polimero complesso di origine vegetale, una delle sue formule possibili è C14H14O11) e solfato ferroso FeSO4 con aggiunta di gomma arabica come addensante.


Chiaramente vennero poi inventate moltissime diverse formule per l'inchiostro, più o meno denso, anche con colori diversi, contenenti percentuali varie di sostanze coloranti (5-25%), solventi (acqua o altro), collanti, resine, tensioattivi...

Attualmente ne esiste una gran varietà, preparati con coloranti solubili o con pigmenti sia organici -tratti generalmente da vegetali-  sia inorganici preparati con minerali vari, insolubili ma disperdibili in acqua o oleoresine, con aggiunta di numerosi additivi per ottenere le caratteristiche occorrenti.

Fin qui per la scrittura a mano.
Con l'avvento però della stampa, occorse un tipo di inchiostro adatto, non troppo assorbibile dalla carta, più viscoso, per esempio ottenuto da nerofumo (fuliggine), olio di semi di lino e trementina.

 La stampa

L'invenzione della stampa a caratteri mobili ideata in Europa (in Asia già esisteva da tempo, figuriamoci!) da Gutenberg nel XV secolo, unita alla produzione di carta da pasta di legno, permise di stampare finalmente i libri in innumerevoli copie.

 Nel XVI secolo iniziò ad apparire anche la stampa di notiziari informativi (gazzette, l'equivalente stampato degli acta diurna dei Romani, insomma i progenitori degli attuali quotidiani).



In cosa consistono i caratteri mobili? si tratta di blocchetti, incisi su matrici d'acciaio per mezzo di bulini di acciaio più duro, riportanti le varie lettere dell'alfabeto, i segni d'interpunzione e vari segni grafici. In queste matrici o stampi per ottenere i caratteri in positivo si cola una lega, formata da piombo, antimonio e stagno in percentuali variabili nel tempo e a seconda della zona di produzione, attualmente si preferisce il 60% di Pb con il 25% di Sb e il 15% di Sn.

Questi caratteri in lega metallica vengono affiancati l'uno all'altro nella composizione del testo (un tempo a mano, poi a macchina con la Linotype). Una volta preparata la pagina la si inchiostra per poi trasferire la scrittura sulla carta, reinchiostrando quando occorre. Alla fine della stampa la pagina viene smontata nelle sue componenti e i caratteri riutilizzati per altre composizioni.



Con la Linotype e le macchine rotative si sono potute raggiungere tirature di stampa notevoli e i libri e i giornali sono stati alla portata di tutti.


Questo post partecipa al  33º  Carnevale della Chimica presso unpodichimica  di  Margherita Spanedda

mercoledì 20 novembre 2013

Cose (di Scienza) dal Web #18


8 Settembre 1588 – Buon compleanno, Marin!

[...] Nato ad Oizé l’otto Settembre 1588 da famiglia povera e umile, Marin mostrò fin da bambino una elevatissima predisposizione allo studio, al punto che i genitori, nonostante la disastrosa situazione finanziaria, fecero in modo di fargli frequentare una scuola. Seguì pertanto le lezioni del Collège du Mans fino ai sedici anni, e passò poi alla scuola gesuita di La Fleche, che era una delle poche che accoglievano studenti meritevoli a prescindere dalle condizioni economiche; scuola che ebbe tra i suoi allievi anche Descartes. Completò poi i suoi studi a Parigi: durante i viaggi verso la capitale, Mersenne ricevette ospitalità da un convento di Minimi, e vi si trovò così bene che fu proprio a quest’ordine che si rivolse quando optò definitivamente per la vita monastica. Per quanto riguarda gli aspetti secolari della vita di Marin Mersenne, non c’è molto altro da aggiungere: in breve raggiunse il titolo di “superiore” nel suo convento di Place Royal a Parigi, e qui rimase per tutta la vita, fino alla morte che lo colse una settimana esatta prima del suo sessantesimo compleanno. Per l’intera durata della sua vita adulta, Mersenne si interessò di matematica: i suoi confratelli se ne accorsero ben presto, ed essendo lo studio uno dei cardini della regola dell’ordine, lo lasciarono serenamente dedicarsi ai suoi teoremi e alle sue congetture. [...]