venerdì 9 agosto 2013

Fantastica esperienza raccontata splendidamente



I superlativi sono d'obbligo; poi mi direte se non è così.

La storia è questa: tra pochi giorni fan 18 ma nella passata settimana 8/12 Luglio (e magari dalle parti di Treviso), mi sarebbe piaciuto molto (ma proprio mooolto) averne dai 5 ai 9 o poco più. E vi dirò perché, anzi, lo capirete leggendo fino in fondo.

Sapete cos'è un summer camp? Si, quelle cose organizzate dove bambini e/o adolescenti, seguiti da qualche adulto, fan cose. Ci sta che si va al mare o in montagna, che si fa un po' di sport, qualche gioco organizzato, si mangia e ride in compagnia, si socializza sbucciandosi le ginocchia e inzuppandosi i vestiti finalmente lontani dagli occhi "pressanti" dei genitori. Magari nasce anche qualche piccola fiammella pronta a spegnersi a suon di gelati.
Poi ci sono i camp tematici, quelli dove, oltre a divertirsi stando insieme, ci si prefigge un obbiettivo e/o si cerca d'imparare qualcosa, o almeno ci si prova.

Ecco, di uno di questi vi parleranno Elena e Francesca. Capito bene! La storia non la racconto certo io. Mica per niente: dovrei togliere lo "splendidamente" dal titolo.



Quanto vi ho incuriosito da 1 a 10? Uhm... poco.

Vabè, vi do qualche dato sul summer camp:
  • tema - Come nasce un app per bambini, fatta CON i bambini... in una settimana"
  • obiettivo - lavorare insieme condividendo obiettivi, dividendosi i compiti, assumendosi responsabilità, sperimentando fallimenti e gioie
Salito un po' il grado di curiosità? Uhm... ancora troppo poco.

OK! Allora vi dico perché a me questa cosa m'è sembrata cosa buona e giusta e perché, a tratti (ma solo a tratti, che c'ho una reputazione da preservare io), m'ha anche emozionato:
In questa esperienza c'è tutto quello che io considero davvero importante; che sia per i bambini/adolescenti o che sia per gli adulti che ancora credono che le cose possono migliorare e che per farlo basta tirarsi su le maniche e FARE, quegli adulti che nei bambini ancora vedono il futuro e su di loro son pronti ad investire.

E mo però basta! v'ho detto anche troppo. Che dite? Che non ho ancora fatto l'unica cosa che davvero potrebbe esservi utile, ovvero darvi il link.

E no, il link non ve lo do se non mi fate almeno due promesse:

  1. non seguite il link se non avete almeno 4/5 minuti TRANQUILLI da dedicargli.
  2. alla fine della lettura del diario/racconto BOMBARDATE Elena e Francesca di complimenti perché se li strameritano, loro, insieme ai loro amici collaboratori, questa gente qui sotto (per intenderci)


 
OK, la faccio finita (e voi fate quello che sentite di fare, ma almeno leggete. Lo dico per voi)

I signori di cui sopra, che sono italiani, non fatevi ingannare (qui i loro bei faccioni), son gente che "inventano prodotti digitali e digital camps per bambini che promuovono l'immaginazione come uno strumento di conoscenza del mondo". Fan cose per Tablet e Smartphone guardando soprattutto ai bambini.

Beh, oggi son andati (metaforicamente) a raccontar una storia a quelli di CheFuturo! (e dove se no) che è proprio quella che c'è strapiaciuta (non è un plurale maiestatis è per rafforzare il piacimento ☺):

 

un diario giorno per giorno del summer camp che Timbuktu ha ideato e realizzato nella settimana dall’8 al 12 luglio alla Digital Accademia di Roncade Treviso  



Ecco, ora il link io ve l'ho dato; voi fatene buon uso

PS:
solo per dire... Margherita (5 anni) alla fine della settimana ha detto al suo papà: “Papà, non è stato bello. È stato stra-bello!” E quei 5 matti della foto si son son detti: “quando lo rifacciamo?

17 commenti:

  1. Marco lo sai che a una certa ora le mie prestazioni decadono, cosa che capita ai diversamente giovani, specie quelli circondati da padagni DOC ma insomma: c'eri anche tu?
    E se si tra i grandi o tra i bambini?
    (LOL?)
    OT: bella la foto del bimbo!

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    1. No, no, io non c'ero ma tra i bambini avrei voluto davvero esserci.
      Una tra le tantissime cose (ma veramente tra le tantissime) su cui l'iniziativa dà modo di riflettere è la comunissima domanda che anche tu ti sarai sentito spesso fare: "cosa mi consigli per iniziare a programmare?". Si risponde più o meno sempre nello stesso modo, ma qui la cosa è mooolto più "fine", basta vedere come hanno organizzato le giornate, come hanno stimolato i ragazzini ad avere più intraprendenza e voglia di arrivare oltre. In particolare la suddivisione dei problemi (testi, immagini, suoni, analisi ecc.) in squadre dove ognuno si carica la responsabilità di dare il meglio e poi l'incontro tra tutti per mettere insieme i pezzi migliori. Collaborazione e condivisione. Ecco, oggi se qualcuno mi dovesse rifare la domanda gli direi che oltre ad un minimo di matematica e logica, ad un livello decente di inglese, a qualche buon manuale e a tanta tanta pazienza, se non è disponibile a lavorare in gruppo, a collaborare e condividere con altri, è meglio che lasci perdere perché oggi da soli si riesce a fare poco o niente, non solo, è stupido pretendere di imparare tutto, meglio specializzarsi in due o tre cose e poi cercarsi dei collaboratori motivati che credono nel progetto. Non la vedo più la figura del programmatore solitario, almeno non se poi vuoi entrare nel mercato con qualcosa di minimamente competitivo.

      PS:
      è chiaro che in questo summer camp la programmazione è davvero l'ultima cosa, prima di tutto viene il divertimento e la scoperta e comprensione di cosa c'è dietro l'app con cui giochi tutti i giorni, oltre ad imparare a lavorare in gruppo.

      PPS:
      si la foto è davvero bella. Gli occhioni del bimbo son proprio quelli della CURIOSITA'. Ad averceli sempre quegli occhioni...

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    2. Verissimo! Io sono troppo stagionato per raccontare dei miei ricordi ma quelle sono le esperienze formative. E sull'importanza di lavorare in squadra chi mi conosce a questo punto non continuerà a leggere perché starà già pensando "adesso riattacca con il solito tormentone". Invece no, smetto e passo la parola a Marco.

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    3. Ne riparleremo sicuramente

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  2. Bravo Marco per aver pubblicizzato una iniziativa così meritevole. Il progetto è indubbiamente valido: stimolare la curiosità dei bambini e dei ragazzi, rendendoli protagonisti di un'attività, con approccio cooperativo, è fondamentale in qualsiasi campo dell'apprendimento. Una strategia nota da tempo quella utilizzata dal team di TIMBUKTU, che si chiama Cooperative Learning.

    Pensa che il CL deve le sue origini, verso la fine del Settecento, al sistema di mutuo insegnamento attuato dall'educatore inglese Andrew Bell e ripreso qualche anno dopo dal suo conterraneo Joseph Lancaster. Beh la storia è lunga. Può darsi che ne faccia un post prima o poi.

    Negli ultimi decenni, Mario Comoglio, con cui ho seguito un master biennale 7 anni fa sull'argomento, lo ha rispolverato in Italia.
    Per dire che non c'è in fondo niente di veramente nuovo: ci vuole soltanto la voglia di condividere le buone esperienze educative e di impegnarsi a fondo.

    Il CL è una strategia, che personalmente cerco di applicare il più possibile a scuola, ma implica impegno, dedizione e perseveranza. I risultati arrivano sempre.

    Bravi quelli di TIMBUKTU.

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    1. IL post! Anni fa ero in contatto con un gruppo che faceva cose simili qui da noi. Ricordo l'entusiasmo delle figlie di mio fratello, allora piccolissime, primi anni di scuola. Provo a sentire se se lo ricordano, chissà...

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    2. @ Annarita
      Vedi "chi è del mestiere"!!!
      Non sapevo fosse una strategia già nota e non sapevo si chiamasse Cooperative Learning (grasssie per le dritte). Io so solo che quando metti insieme dei bambini, li fai divertire FACENDO qualcosa di concreto, magari motivandoli ad assumersi piccole responsabilità, a progettare insieme qualcosa, a gioire dei risultati ottenuti... beh, ne esce sempre fuori una bella esperienza formativa che i bambini ricorderanno per lungo tempo.

      Come dici bene tu, in fondo non c'è niente di nuovo, quello che davvero conta è praticare queste strategie, impegnarsi... FARE, FARE, FARE.
      E' dura, lo immagino, avere la responsabilità di 25 bambini dai 5 ai 9 anni per una settimana facendo in modo che quella settimana diventi una magnifica esperienza. Ci vuole pazienza, costanza e passione, ma queste cose tu le conosci benissimo, son le cose che tutti i giorni, da insegnante metti in pratica.

      Leggendo cinque dei principi pedagogici messi in pratica da quelli di TIMBUKTU (chiaramente legati all'ambito dell'iniziativa), chiunque abbia buon senso non potrebbe che essere d'accordo. Li riporto perché secondo me, per chi ha a che fare con i bambini, sono punti fermi da cui bisognerebbe partire o almeno su cui riflettere:
      1)
      Il lavoro si fonda sulla collaborazione. Perché questo avvenga bisogna imparare a scambiarsi competenze e informazioni.
      2)
      I bambini devono essere messi nelle condizioni di essere più autonomi possibile e di aiutarsi il più possibile a vicenda a superare le difficoltà, ricorrendo il meno possibile alla richiesta d’aiuto a un adulto.
      3)
      Educare i bambini a una cultura dell’innovazione non vuol dire insegnargli a usare le nuove tecnologie (non hanno bisogno del nostro aiuto per quello), vuol dire insegnargli il gusto dei problemi impossibili, e incoraggiarli a immaginare nuovi mondi e solo allora aiutarli a capire come Google e l’iPad possono aiutarli a costruire questi nuovi mondi.
      4)
      La creatività non nasce solo dalla testa.
      Per sbloccare un processo creativo e far avventurare l’immaginazione in mare aperto, spesso bisogna pensare con tutto: braccia, gambe, mani, piedi.

      5)
      È importante che i bambini facciano esperienza del fallimento. Fallire, riprovare e poi riuscire dà ai bambini un enorme senso di autostima e li rende autonomi. Se gli evitiamo il fallimento e fingiamo che tutto sia sempre ok (anche quando non lo è) perdiamo l’occasione di insegnargli a valutare il risultato del proprio lavoro e quindi a gioirne quando completano un lavoro fatto bene.

      E poi, come ho scritto nel titolo "esperienza fantastica, raccontata splendidamente". Perché è importante anche quello, saper raccontare per chi viene o verrà dopo, e in questo Elena e Francesca sono state bravissime.

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    3. @ juhan
      Con Annarita non si può non parlare dell'aspetto didattico/formativo, a te invece, da programmatore, ... perché, l'idea di fare un app per bambini con i contenuti (testi, immagini, suoni ecc.) dei bambini stessi? Star lì a scrivere codice con dietro al collo una squadra di ragazzini che ti urla: "no, questo lo voglio giallo, qui devi metterci il fumo che esce dal razzo, quel testo lo voglio racchiuso in un fumetto, ci voglio il mio disegno con la luna piena di buchi ...". Chi scampa a questo sarà in grado di seguire ed assistere qualsiasi cliente, anche quello più rompi.
      Non parliamo poi del marketing: app per bambini fatta da bambini.
      Come se la Michelin facesse fare i pneumatici ai piloti di formula 1.

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    4. Panico!
      Tanto io ho smesso (kwasy).

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    5. Chissà perché ;-) le tue parole "E' dura, lo immagino, avere la responsabilità di 25 bambini dai 5 ai 9 anni per una settimana facendo in modo che quella settimana diventi una magnifica esperienza. Ci vuole pazienza, costanza e passione" mi hanno fatto venire in mente la "nostra" Rosalba, che però di quelle settimane ne ha tutta una sfilza in un anno scolastico! certo, a scuola si è imbrigliati dai programmi da svolgere, non si può sempre essere così creativi, ma so che per quanto possibile anche Rosalba inventa sempre nuove esperienze per i suoi ragazzini, dai 6 ai 10 anni...

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  3. @Juhan: se riuscissi a recuperare "i ricordi" delle tue nipoti, sarebbe una bella testimonianza. "Il post" che significa? Che caldeggi un post da parte mia sull'argomento?

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    1. Adesso Barbara e Alice sono in vacanza; appena tornano tento di coinvolgerle a scrivere loro un post. Chissà, se sono di buon'umore, ...

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    2. Bravo Juhan! Vedrai che riuscirai a convincerle. Sarei molto interessata a conoscere la loro testimonianza, a distanza di tempo. Noi insegnanti siamo una categoria di persone curiose, nel senso buono del termine. A me personalmente torna utile raccogliere pareri e testimonianze per migliorare la mia azione educativa.

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    3. Chiesto a Barbara; ricorda solo vagamente. Chiesto a Alice: sì, m'era piaciuto, allora facevo terza elementare, però parto domani per le ferie (di nuovo?) e non so cosa potrei scrivere e quando.
      Non sono richieste che si possono fare a ventenni; ne riparliamo tra un vent'anni o giù di lì. Ci saranno anche i figli, con ricordi freschissimi da confrontare con quelli delle mamme.

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    4. Comprensibilissimo, hai ragione. Lasciamo stare i ventenni, allora. Tra un ventennio faranno il loro personale confronto...se ne avranno voglia.

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  4. @Marco: è indiscutibilmente dura avere la responsabilità di 25 bambini dai 5 ai 9 anni, ma lo è anche avere a che fare con tre classi di 25-27 ragazzi ciascuna, dagli 11 ai 14 anni per tutto l'anno, te lo assicuro.

    A parte la responsabilità, che è imprescindibile nel nostro mestiere di educatori, è fondamentale stimolare la curiosità dei ragazzi e mantenerla viva, facendoli sentire parte di un vero gruppo che collabora per un fine comune. Il "learning by doing" è una strategia pedagogica sempre valida, direi oggi più che mai.

    Concordo circa la condivisione delle esperienze e sul "saperle" raccontare a beneficio di coloro che sono interessati.

    Tu che mi segui da tempo, sai benissimo che cerco sempre di condividere i percorsi sperimentali e le Unità di apprendimento che svolgo a scuola con i miei ragazzi perché credo fermamente nel valore della condivisione. Non posso quindi che apprezzare enormemente l'attività del team di TIMBUKTU, cui rivolgo i miei complimenti.

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    1. Il parallelismo con la scuola mi è venuto naturale e parlando di responsabilità e difficoltà, conosco bene le tue in particolare perché ormai ti seguo da 3 anni e quelle dei docenti in generale; infatti nel mio commento avevo scritto "son le cose che tutti i giorni, da insegnante metti in pratica" pensando anche e soprattutto a quei principi di pedagogia/didattica/formazione che ogni giorno mettete in pratica in modo concreto.
      Anzi, ti dico di più, rispetto al racconto di questa esperienza, voi avete secondo me due svantaggi non indifferenti:
      1) come dici giustamente tu, l'insegnamento non dura una settimana ma circa nove mesi e l'età degli studenti influisce solo sulla "diversità" dei problemi con cui scontrarsi. Per ogni età ci sono responsabilità ed approcci formativi "diversi", ma nessuno è migliore o peggiore per il lavoro del docente. Forse solo dalle superiori in su cambia qualcosa, forse lì le responsabilità sono minori. Ma questo sarebbe un discorso lungo.
      2) invece, la difficoltà maggiore che vedo sta nel fatto che in esperienze extrascolastiche come questa, i bambini (e anche qualche genitore purtroppo) pensano (giustamente) di andare in vacanza, di andare a divertirsi, non hanno l'assillo di dover "per forza" imparare qualcosa. Per la scuola non è così. Il primo pensiero del bambino è quello che sta andando ad imparare qualcosa, che dovrà studiare e togliere del tempo al divertimento. E' un approccio mentale che pone il bambino in una sorta di condizione di "difesa" perché è una cosa che non sente naturale e ancora non è in grado di capirne l'importanza per il futuro. Si alzano piccoli muri che voi docenti dovete essere bravi a buttar giù un po' per volta fino a raggiungere un reale stato di confidenza e condivisione con il ragazzo.

      Insomma, per voi il compito è ben più arduo. Spero di essere riuscito a spiegarmi.

      PS:
      poi ci sono docenti e docenti...
      ma anche questo è un altro discorso luuungo che non è il caso di prendere qui.

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