sabato 2 maggio 2026

L’inintelligibile intelligenza artificiale

Quando ChatGPT è arrivato al grande pubblico, mi è sembrato un momento di svolta, forse addirittura una rivoluzione. Poi mi sono chiesto piuttosto da quanto i colossi usavano questa tecnologia perché pur non essendo esperto, né competente, supponevo che gli algoritmi usati per gestire social network, motori di ricerca e altri servizi si basassero su principi informatici simili. All'inizio c'era da aspettarsi un entusiasmo esagerato e l’insistenza sull’“intelligenza” artificiale, che in realtà non ha nulla di intelligente: è solo la versione moderna di ELIZA.
 
Conversazione con ELIZA
Immagine presa da Wikipedia.
 
Non mi ha sorpreso, allora, che mentre il grande pubblico come me iniziava a conoscere questi strumenti, si cominciasse a parlare di singolarità tecnologica, di rischi di una civiltà dominata dalle macchine. Ma chiunque si sia cimentato anche solo per pochi minuti con un modello linguistico (LLM) ha potuto rendersi conto che non c’è vera intelligenza, solo una sofisticata simulazione (per approfondire la questione consiglio questo articolo e poi quest'altro); non c’è il rischio che le macchine prendano il controllo, ma si apre comunque un nuovo mondo che ha bisogno di regole. Mi era capitato di leggere un’analisi molto acuta che spiegava come la regolamentazione fosse necessaria non per impedire la fine della civiltà umana — alla Terminator — ma per definire chi è responsabile delle conseguenze dell’uso di queste tecnologie. Devo informarmi meglio su questi argomenti.
 
Per questo mi stupisce che ci siano ancora persone che, pur non sapendo cosa siano i modelli linguistici, ne parlino a sproposito, dimostrando che non basta essere colti e intelligenti per essere informati. Credo che sia in senso lato uno degli effetti previsti all'inizio di Internet dall'economia della coda lunga e di una famosa citazione di Umberto Eco (e forse questo tema meriterebbe di essere approfondito).
 
Ma mi stupisce ancora di più che i media diano spazio a analisi così banali e insulse, che non meriterebbero neppure un posto tra i pesci d’aprile.
 
I modelli di intelligenza artificiale di cui si parla oggi non sono soggetti dotati di anima, opinioni o coscienza. Porre loro domande sulla coscienza, su Dio o sulla cronaca recente è profondamente sbagliato, per due motivi fondamentali:
  • La natura della tecnologia: I modelli linguistici sono strumenti che generano testo statisticamente probabile in base ai dati su cui sono addestrati. Chiedere a un’IA “cosa ne pensi” non produce una riflessione originale, ma una media ponderata di ciò che è stato scritto online su quel tema.
  • L’effetto ELIZA: È il fenomeno psicologico per cui, dialogando con un bot conversazionale, gli si attribuiscono empatia e comprensione, come se avesse emozioni umane. È un’illusione pericolosa, e la cronaca riporta già casi in cui questo effetto ha avuto conseguenze tragiche. Perché, allora, i giornali dovrebbero alimentare questi errori?
Le conversazioni con i modelli linguistici non mostrano segni di umanità: sono solo imitazioni sofisticate. Trattare le loro risposte come “autentiche” alimenta il sensazionalismo e confonde il pubblico, facendogli credere che l’IA sia una sorta di scatola magica invece che uno strumento con regole e limiti precisi.
 
Credo che questo sia uno dei tanti specchietti per le allodole che i media decadenti della nostra epoca usano per sopravvivere, invece di evolversi. Invece di spiegare la complessità dei modelli — i bias, le risposte non veritiere (allucinazioni), i dilemmi sulla privacy e sui diritti d'autore, l’impatto ambientale dei centri di elaborazione dati o le questioni etiche — il giornalismo si riduce a mettere in scena uno spettacolo. Pubblicare un’intervista a un bot è come intervistare il polpo di turno sull’esito di una partita di calcio: un errore metodologico che fa perdere autorevolezza alle testate.
 
Mentre ci concentriamo su quanto l’IA sembri “gentile” o “umana” nei suoi toni preimpostati, ignoriamo i veri temi che richiederebbero studio e competenza. Dovremmo intervistare i ricercatori, analizzare i casi d’uso reali in medicina, giustizia o educazione, ma anche per ciascuno di noi e discutere di regolamentazione. L’intelligenza artificiale non “vuole” diventare padrona del mondo — non ha ambizioni né fame di potere — ma è uno strumento potente nelle mani di chi lo possiede e lo governa. È su questo che l’attenzione pubblica dovrebbe focalizzarsi.
 
Non è più il tempo di trattare l’IA come un fenomeno da baraccone o un interlocutore filosofico. L’intelligenza artificiale è uno strumento, non un individuo. Continuare a umanizzarla non aiuta le persone a capire i cambiamenti in atto, ma contribuisce solo a una cultura dell’ignoranza consapevole.

lunedì 2 marzo 2026

La strada meno battuta

Oggi mentre parlavamo del più e del meno, la mia amica ha sottolineato con "la strada meno battuta" la nostra scelta del percorso da fare per rientrare dalla passeggiata in campagna.
 
Francobollo Robert Frost (1974)
immagine da Wikipedia

Queste semplici parole mi hanno riaperto improvvisamente il vivido ricordo dell'immagine così evocativa della poesia di Robert Frost: "The Road Not Taken" che inizia con l'immagine della strada che si divide in un bosco di autunno. In quel momento, la mia mente era già per un attimo breve e lunghissimo altrove, in quel 'bosco giallo' che poteva essere quello di tante passeggiate del mio passato quando ti perdi a esaminare il sentiero prima che si perda tra i cespugli.

"Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;"

In un bosco autunnale, la strada si divideva in due, e mi spiaceva non poterle percorrere entrambe. Da solo, rimasi a lungo fermo, indeciso, osservando una delle due vie fin dove lo sguardo riusciva a spingersi, fino al punto in cui piegava e scompariva tra il fitto sottobosco.

Credo che la poesia sia molto nota in America, ma qui in Italia non lo è o almeno io non la conoscevo perché non tutti hanno studiato la letteratura americana. Non mi ero neppure accorto che fosse citata ne "L'attimo fuggente" che pure ho visto e rivisto numerose volte. L'ho scoperta qualche anno fa perché mi aveva incuriosito la citazione in un discorso motivazionale per spronare a cercare il cambiamento. Non ricordo dove avevo letto quel discorso, ma era andato a cercare la poesia e quell'immagine mi aveva colpito. Soprattutto quell'indugiare del viaggiatore solitario di fronte al bivio per scegliere poi quella che sembrava meno calpestata e per sfumare il dispiacere di dover scegliere pensare magari di fare l'altra la prossima volta pur sapendo che non ci sarebbe stata un'altra volta. Quando sono andato a fare escursioni in luoghi nuovi, spesso mi è dispiaciuto non poter percorrere tutti i sentieri ma dover sceglierne solo alcuni pensando: "Beh, magari ci torno" ben sapendo che non l'avrei mai fatto. Ma ovviamente la poesia non parla solo di gite in campagna. 
"Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,"
Poi scelsi l’altra, che era altrettanto bella e forse con qualche motivo per preferirla, perché era coperta d’erba e sembrava meno battuta. Anche se, in realtà, il passaggio dei viandanti le aveva rese quasi uguali, consumandole pressappoco allo stesso modo.

Anche se non so descrivere il motivo, quel passaggio mi ha provocato un'intima sensazione, molto lontana dall'esortazione al cambiamento del discorso che mi fece scoprire quella poesia. Perché quello che mi colpisce non è la scelta anticonformista, il coraggio di scegliere le cose nuove, ma quella quieta tristezza di dover rinunciare a qualcosa perché non possiamo fare tutto. Il viaggiatore sa bene che le due strade sono uguali, le ha esaminate non tanto per scegliere la meno battuta ma perché deve abbandonarne una delle due, per ricordarsi che se tornerà a quel bivio deve prendere quella che non ha preso oggi. 
"And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back."
E quella mattina entrambe le strade erano lì, uguali, coperte di foglie che nessuno aveva ancora calpestato. E scelsi di lasciare la prima per un altro giorno! Però, sapendo bene come una strada ti porta sempre più lontano, dubitavo che sarei mai riuscito a tornare indietro.

E oggi ho provato di nuovo quella forte emozione e tornato a casa sono tornato a leggere quella poesia e di quella poesia. Ho persino scoperto che Benigni citava Frost nel film che non ho visto Daunbailò (titolo originale Down By Law, 1986), film che si conclude quando i due altri protagonisti si separano a un bivio di due strade quasi uguali.

Down by law (1986)

E questa volta la mia attenzione si è soffermata sull'ultima parte della poesia a cui non avevo dato molto peso, forse perché distrattamente in passato l'avevo collegata alla retorica di abbracciare il cambiamento, e invece non è così. L'autore forse voleva dire che è nella nostra natura raccontare le proprie scelte del passato 'con un sospiro', attribuendo loro una saggezza o un'eroicità che al momento del bivio semplicemente non c'erano? Abbiamo la tendenza a infondere di saggezza scelte che all'epoca furono casuali?

"I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference."

Un giorno, molto tempo da ora, racconterò questa storia con un sospiro. Dirò che in un bosco si dividevano due strade e io, trovandomi davanti a quella scelta, presi quella meno battuta. E fu proprio quella decisione a cambiare ogni cosa, a fare tutta la differenza nella mia vita.

Oggi leggo con un valore ben diverso quell'ultimo verso "And that has made all the difference", solo ora mi sono reso conto che la vera potenza evocativa della poesia non solo non sta nel coraggio di essere originali, ma nella nostra capacità di costruire storie sulle nostre vite. Leggo anche che Frost scrisse questi versi per prendere in giro l'indecisione cronica del suo amico Edward; ma ora a me piace pensare che la vera differenza sta nel modo in cui scegliamo di ricordare e dare senso al nostro cammino; alla fine, che la strada scelta fosse davvero la meno battuta o solo un percorso casuale tra le foglie un po' meno calpestate non è rilevante, questa poesia non è l'incoraggiamento ad abbracciare il cambiamento ma, almeno a me, ricorda che, sebbene non possiamo percorrere ogni sentiero, la bellezza del viaggio sta proprio a percorrere una strada, accogliere tutto ciò che ne consegue e capire che è il percorso fatto che alla fine ci definisce.

mercoledì 25 febbraio 2026

Lavorare alla macchinetta del caffè

Recentemente ho letto di nuovo sulla stampa del dibattito sulla fine dello smart working. Francamente pensavo che fosse ormai una fase superata, nonostante quanto si scriveva nell’immediato post-Covid: questo dimostra soprattutto quanto io sia poco informato. Visto il traffico dell'ora di punta, avevo l’impressione che la questione fosse stata accantonata da tempo e, in special modo negli Stati Uniti, alla luce delle dichiarazioni per esempio di Elon Musk che già nel 2022 aveva spinto per il ritorno in ufficio.

Ciò che mi ha colpito, però, è un aspetto su cui vorrei capire meglio (senza pretendere di aver approfondito davvero l’argomento). Da un lato, mi sembrano evidenti i benefici per gli impiegati: meno tempo perso negli spostamenti, soprattutto nelle ore di punta, e un impatto ambientale potenzialmente positivo. Ho anche letto che l’aumento di produttività con il lavoro remoto non è sempre significativo quanto ci si potrebbe aspettare. Tuttavia, ciò che mi ha sorpreso è la posizione di molti manager, in grande maggioranza fortemente contrari al lavoro a distanza, con motivazioni che appaiono quantomeno discutibili: 

  • «La vera collaborazione nasce davanti alla macchinetta del caffè»,
  •  «Le conversazioni informali nei corridoi generano idee»,
  • «Serve presenza per mentorship e innovazione»

Davvero sono queste le ragioni decisive per imporre a tutti di tornare in ufficio cinque giorni su cinque? 

Non voglio avventurarmi in ipotesi complottistiche o parlare di licenziamenti mascherati. Piuttosto, penso a un dato di fatto: con la globalizzazione/delocalizzazione anche il semplice lavoro di back-office di una media azienda non si svolge più entro le quattro mura di una sola sede. Oggi è normale interagire quotidianamente con sedi, fornitori e consulenti remoti, spesso in fusi orari diversi.

È difficile immaginare che una media/grande impresa abbia tutti i propri collaboratori nello stesso edificio, nello stesso Paese o addirittura nello stesso continente. Di conseguenza, molte organizzazioni si sono già strutturate per gestire gran parte delle attività da remoto, senza dover convocare riunioni in presenza per ogni questione. Per questo, quando un manager sostiene che sia necessario lavorare sempre in ufficio, la posizione mi suona un po’ stonata e ingiustificata. Più che una scelta ideologica, il lavoro distribuito sembra ormai una necessità strutturale: catene di fornitura globali, professionisti che seguono più clienti, team internazionali che non possono semplicemente spostarsi da una sede all’altra.

Pur non avendo esperienza diretta, mi sembra che il lavoro remoto (non necessariamente o esclusivamente da casa) sia già da anni una realtà consolidata, anche per ragioni economiche come la riduzione dei costi immobiliari. Le grandi sedi centralizzate sono sostenibili solo per poche megacorporazioni e in contesti molto specifici (direi americani).

Allo stesso tempo, è evidente che lo smart working possa offrire benefici anche sul piano della sostenibilità (meno pendolarismo, meno traffico, meno emissioni) e su quello sociale e demografico, favorendo categorie come genitori, caregiver o lavoratori più giovani e più anziani. Posso comprendere, però, che molte aziende non avvertono un vantaggio economico diretto e, di conseguenza, non abbiano investito abbastanza per renderlo un modello strutturale, preferendo mantenere paradigmi organizzativi basati sulla presenza e sul controllo visivo.

Ciò nonostante, le motivazioni che oggi sembrano giustificare un ritorno massiccio alla presenza mi danno l’impressione di una certa miopia manageriale: più che guidare il cambiamento, si rischia di rallentare una trasformazione del lavoro che appare non solo possibile, ma sempre più necessaria. Se davvero le obiezioni principali riguardano la perdita di interazioni informali, forse la risposta dovrebbe essere opposta: progettare modelli di lavoro remoto più maturi, affrontando consapevolmente criticità reali come la sicurezza dei dati, l’isolamento, la creatività e la collaborazione asincrona, oltre alla necessità — sempre attuale — di valutare le persone per obiettivi e risultati, non per ore di presenza.

In altre parole, serve formare i dirigenti alla gestione di team distribuiti.

Semplifico sicuramente troppo, ma le dichiarazioni recenti che ho letto, mi danno l'impressione di provenire da organizzazioni ancora legate a modelli novecenteschi, più vicini alla fabbrica del dopoguerra che a un’economia globale e digitale. Pretendere di riportare stabilmente tutti i dipendenti entro quattro mura, per favorire le chiacchiere quotidiane alla macchinetta del caffè, è un po’ come voler tornare dal sistema delle email al fax: tecnicamente possibile, ma economicamente inefficiente e culturalmente regressivo. Il futuro, probabilmente, non è né “tutti in ufficio” né “tutti da casa”: perché già ora il lavoro è, in larga parte, distribuito, organizzato per obiettivi e capace di essere gestito — anche umanamente — a distanza.

Non è che i manager stanno parlando di quelle mansioni che saranno a breve sostituite dall'intelligenza artificiale per cui serve che gli impiegati tornino stabilmente in ufficio per discutere alla macchinetta del caffè su come cambiare modo di lavorare?

martedì 17 febbraio 2026

AUGURI, JUHAN!


 Oggi è il compleanno di Nino - Juhan, il creatore di questo blog.

A parte gli auguri, che gli ho già fatto, non trovo altro modo per festeggiare che dedicargli un post. In realtà l'avevo già scritto tempo fa, l'ho ritrovato casualmente, ho controllato di non averlo già postato, l'ho limato dove occorreva ed eccolo qua.

Come spesso accade, sono un po' polemica... 

*****

Qualche giorno fa su Facebook ebbi uno scambio di idee con uno dei miei "contatti" (non uso la parola "amici" anche se alcuni di loro in effetti li considero tali, e magari non ci siamo mai incontrati in persona).

L'argomento principale era la censura -continua, costante, ossessionante- che Facebook esercita sui post/condivisioni/commenti degli utenti. Accessoriamente si parlava del diritto o meno ad esprimere pubblicamente le proprie opinioni, cosa che secondo Andrea - il mio contatto di cui sopra- non dovrebbe esistere (e quindi, è giusta la censura) per chi esprime opinioni contrarie all'accettazione dei più ("consensus"), anche e soprattutto in ambito scientifico.

Riprendo qui questi temi, per due motivi: il primo è che i post su Facebook necessariamente hanno una dimensione limitata, altrimenti nessuno li leggerebbe. Il secondo è perché da troppo tempo il nostro Tamburo se ne sta qui da solo, derelitto, e mi fa piacere farlo rivivere di tanto in tanto.

Per quanto riguarda la censura mi riservo di scrivere un post, anche con esempi, c'è troppo da dire!

Mi limito qui a confutare la censura basata sul "consensus" generale.

Ora, non voglio strafare ricordando il lungo cammino della "scienza" -tutto di volta in volta supportato dai "DATI" conosciuti all'epoca- dall'indivisibilità dell'atomo alla fisica quantica...

Ma sono abbastanza vecchia da poter ricordare quante volte e quanto è cambiata l'opinione degli "scienziati" in proposito a svariati argomenti più legati alla vita quotidiana delle persone.

Spiccano fra tutti la medicina e a seguire la farmacologia, considerate erroneamente come Scienza, mentre al contrario sono prassi consolidate...fino alla prova contraria! (in altri ambiti verrebbero chiamate mode)

Per esempio, noto che solo recentemente -in termini storici- si è riconosciuta l'importanza dell'igiene nella prevenzione delle malattie infettive, illustri sconosciute fino a poche generazioni fa, mentre per vari millenni vennero attribuite a cause variabili: dal volere degli dei a stregonerie o a cause contingenti ben diverse dai microrganismi patogeni, all'epoca sconosciuti.

Molto più recentemente, al punto che posso farne fede io stessa, all'epoca ero bambina, la medicina ufficiale sosteneva che la pressione sanguigna di una persona sana potesse essere determinata dall'età della stessa (in soldoni, una persona ventenne doveva avere la pressione sistolica non superiore a 120 mmHg, una sessantenne poteva arrivare anche a 150-160, era visto come un normale invecchiamento delle arterie), al giorno d'oggi ti imbottiscono di farmaci se osi avere più di 120!

Una sessantina d'anni fa il più apprezzato pediatra della città dove vivevo -credo fosse anche docente nella locale Università- sosteneva che NON si può avere un'allergia verso un antibiotico... e questo per poco non costa la vita a mio figlio, allergico alla Chemiciclina che probabilmente ora non esiste più (ovviamente cambiammo pediatra e antibiotico, l'Eritromicina non gli procurava allergia). Ma all'epoca le allergie erano poco note...

Così come -sempre la medicina ufficiale- sosteneva che le uova fossero quasi un veleno perché "aumentano il colesterolo" (*). Questa faccenda del colesterolo è stata una della maggiori e più diffuse baggianate, oltre che una bazza per le case farmaceutiche. Studi più recenti dimostrano che innanzi tutto il colesterolo viene prodotto da ogni organismo sano essendo indispensabile al suo funzionamento, in secondo luogo le uova in particolare non hanno alcuna colpa e i medici specialisti più aggiornati affermano che quello che più conta nei confronti del rischio cardiaco è il rapporto tra colesterolo totale e quello HDL (formula di Friedwald) nonché i trigliceridi.

C'è stato un periodo, nei primi decenni dello scorso secolo, in cui le sostanze radioattive venivano considerate dalla medicina - e pubblicizzate tra i consumatori - come molto benefiche per l'organismo! Addirittura erano alla base di creme per il viso, cioccolato, bibite...

 Ricordo al proposito un articolo del famoso chimico Bressanini



Così come per il colesterolo, oggi viene demonizzata la CO2, l'anidride carbonica che emettiamo anche solo vivendo, ovvero respirando, e che viene al contrario utilizzata per il proprio metabolismo dalle piante, qual più qual meno, a cambio della produzione di ossigeno, a noi indispensabile. Anzi, la sua presenza è così importante che se non ci fosse probabilmente non ci sarebbe vita! non dimentichiamo che la biologia terrestre è basata sul Carbonio...

Eppure, sarebbe così semplice regolarizzarne la presenza semplicemente capovolgendone il rapporto, estendendo la presenza di alberi invece di diminuirla con disboscamenti, cementificazione, adesso anche coprendo vaste aree verdi con i pannelli solari (che invece andrebbero installati su tetti e tettoie!).

Ecco, questa della produzione dell'elettricità è una questione assai spinosa, su cui si affrontano almeno due opinioni contrapposte, supportate entrambe dalla scienza ufficiale! Non so se Andrea sarebbe in grado di trovare una quasi coincidenza di pareri in un senso o nell'altro.




(*) la medicina ufficiale in generale ha da sempre avuto scarsissime nozioni di fisiologia (la scienza della chimica applicata alle funzioni vitali dell'organismo vivente - un amico medico una volta mi disse che nel corso di laurea era un esame "complementare", non obbligatorio!) e di dietologia (che studia il metabolismo degli alimenti in funzione della fisiologia). Uso definizioni approssimative, scusate, non sono una "scienziata"...

lunedì 26 gennaio 2026

45!!!

 Lo so, c'è una certa incongruenza tra il numero del titolo e quello delle candeline sulla torta...



Il fatto è che sono passati sì 82 anni dalla mia nascita, ma solo 45 dalla mia seconda nascita.

Mi spiego. Quarantacinque anni fa (come oggi un lunedì) mi sono svegliata, verso le quattro della mattina -per combinazione l'ora della mia nascita- dall'anestesia, con una sete terribile e un dolore forte ma non paragonabile a quello che provavo prima che mi operassero.

Vi racconto tutta la storia, del resto un mio caro amico, ex Tamburista  (*) aveva parlato nel suo blog personale di una grave operazione che aveva subíto per salvargli la vita, posso farlo anch'io, no?

Da qualche giorno stavo proprio male, con dolori via via più forti che non si lenivano neppure con gli antidolorifici che mio cognato medico sollecitamente mi somministrò. Qualche giorno prima avevo abortito, in ospedale, ma nessuno, neppure il mio ginecologo, aveva immaginato che ci fosse dell'altro...

 Fatto sta che mi ricoverarono nuovamente, i dolori aumentavano mentre la pressione sanguigna diminuiva... Le analisi sembravano scartare che fossi tuttora incinta. Era ormai arrivata la domenica, in ospedale erano presenti i vari medici "di guardia", ma il mio medico se n'era giustamente andato a casa. 

Però la mia  pressione diminuiva (la massima a 70 e ancora in calo, stavo perdendo la conoscenza al punto di non sentire quasi più il dolore e avevo TANTO freddo). Per fortuna il mio medico, preoccupato, tornó in ospedale e si rese conto che si trattava di una gravidanza extrauterina (in aggiunta a quella già interrotta!) con rottura delle tuba interessata e conseguente emorragia interna. Decise di operarmi d'urgenza (grazie ancora, dottor Pellini!). 

Venne chiamato l'anestesista e verso le 7 di sera di quella domenica venni operata. La sala operatoria doveva essere abbastanza affollata, perché oltre al mio ginecologo chirurgo, al medico anestesista e all'infermiera, c'erano per curiosità alcuni dei medici presenti per turno in ospedale: il ginecologo e il chirurgo di guardia, il pediatra di guardia (che non c'entrava nulla ma era parente di mio cognato), mio cognato stesso, chirurgo nello stesso ospedale. Proprio da mio cognato venni a sapere come si era svolta l'operazione (pare che circa un litro e mezzo di sangue si fosse sparso nelle mie viscere, provocando tutto il dolore e l'abbassamento della pressione.)

Così avvenne che nel momento esatto del mio 37º compleanno riaprii gli occhi al mondo, in pratica rinascendo.  Cosi oggi posso festeggiare il mio doppio compleanno: l'82º e il 45º!

E non solo la torta: anche, prima,  un bel polpettone con verdure! Dopo la mattina passata a potare la vigna ci voleva proprio! 

(*) di tutti i Tamburisti che sono passati da questo blog sono rimasta solo io, con lo sporadico e apprezzatissimo intervento del grande .mau. almeno per gli auguri. Perfino Nino, il vero padre del blog, si è ritirato da quasi tutti i social anche per problemi di censura (di questo intendo parlare un giorno o l'altro).


P.S. Abbiamo deciso che una buna parte di questa torta la useremo come base per alcuni tiramisù, al posto dei savoiardi che mio marito non può mangiare e al posto della solita torta al cioccolato speciale bagnata col caffè come siamo soliti fare da tempo


domenica 25 gennaio 2026

Ci sono riuscita? IL PANETTONE parte seconda

 Come dicevo, sono molto testarda.

Perciò ho continuato a cercare una soluzione fattibile per poter produrre un panettone non solo mangiabile ma anche di aspetto decente.

Vista l'impossibilità di trovare in vendita le famose scorzette, ho seguito il consiglio di mio marito e me le sono fatte da me, con le nostre arance  - e per soprappiù anche alcune scorzette di limone mezzo acerbo, sperando che rimanessero verdi, ma in realtà non si nota molto il colore diverso. Vabbe'.

Sono riuscita a trovare finalmente uno stampo della misura giusta, su Amazon. In pratica mi è venuto a costare meno dei famosi stampi di carta, e potrò riutilizzarlo finché sarò in grado di cucinare...

Qualche giorno fa, approfittando di una giornata abbastanza libera da altri lavori, mi sono messa all'opera.

Ho seguito la stessa ricetta dell'altra volta, con più attenzione al momento di aggiungere uvetta e scorzette.

L'impasto è lievitato fin troppo bene, come potete vedere.




Anche il fatto di essere così "nudo"  senza lo stampo di carta dà al mio panettone l'aspetto di un fungo, ma pazienza, almeno non è venuto tutto storto.


L'ho fatto riposare e raffreddare, fuori dal forno spento per evitare che divenisse troppo asciutto, sospeso con spiedini d'acciaio - più resistenti di quelli di legno- dentro una grossa pentola (ho dimenticato di fare la foto).

Nel complesso mi è piaciuto, perfino mio marito ha voluto assaggiarlo.

Certo, tutto un panettone è troppo per me, una metà l'ho affettata e congelata per mangiarlo più avanti quando ne avrò di nuovo voglia. 



Del resto, da domani avrò anche una torta al caffè da smaltire, però per questa mi aiuterà validamente mio marito: apposta per lui l'ho fatta con farina integrale di farro ben setacciata al posto della farina bianca, e l'ho indolcita con xilitolo al posto dello zucchero.

no, non è bruciacchiata, l'ho cosparsa di caffé liofilizzato 








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giovedì 1 gennaio 2026

Auguri a tutti!

 



  BUON  ANNO  NUOVO  A  TUTTI  I  LETTORI






martedì 30 dicembre 2025

STRANO SOGNO

La scorsa notte ho fatto un sogno così curioso che mi è rimasto impresso -cosa infrequente- e vorrei raccontarvelo.

L'inizio non lo ricordo, so solo che ad un certo punto ci eravamo trasferiti in un'altra casa, antica e ampia (più antica e più ampia della nostra attuale), a due piani come la nostra ma con in più un seminterrato con garage e cantine.

La nostra casa è su una discesa verso destra, a sinistra c'è un angolo con strada in salita. La via del sogni invece scendeva verso sinistra, dopo la curva a sinistra scendeva ancora. 

Le stanze erano ampie, la casa era già completamente arredata, con mobili antichi e suppellettili varie (la nostra vera, a parte la cucina,  è ammobiliata tutta Ikea: pratiche librerie Billy, comodi divani Ektorp, eccetera)

Ad un certo punto sentiamo rumore e grida di festa, ci affacciamo e vediamo scendere due camion con il cassone aperto (come due grandi "pick-up") affollati di ragazzini e bambini, vestiti per lo più di rosso e di verde (sì, sogno quasi sempre a colori)  che suonavano per lo più tamburi.

Fin qui tutto normale: spesso, varie volte all'anno tutti gli anni, lungo la strada scendono delle processioni religiose, con tanto di carri che trasportano statue religiose a grandezza più che al naturale e la banda locale, con tutti i tipi di strumenti a fiato, tamburi e grancassa. Il fatto che la casa fosse diversa, fosse diversa la direzione della discesa, fossero diversi i carri fa parte di un sogno "normale".

Uscendo di casa e salendo verso destra, al punto di origine di questa processione "sui generis", la strada ad un certo punto diventava -assurdamente, vista l'avvenuta discesa dei camioncini- una gran scalinata a gradoni alti almeno un metro e profondi almeno due. Mi stavo chiedendo come qualmente la gente (figuriamoci camioncini!) potesse salire e scendere, e mi stavo già inventando la spiegazione (anche quando sogno esigo una certa logica!)  con una  serie di gradini a misura d'uomo che portavano, ad ambo i lati, da un gradone all'altro. Non so come avrei potuto risolvere il mistero dei mezzi motorizzati, ma a quel punto mi svegliai, ma con un ricordo vividissmo della musica.  

Quello che mi ha stupito e per questo lo ricordo è che -in contrasto con il rataplán dei tamburi, la musica era ...lo spiritual o gospel, molto famoso, "Joshua fit the battle of Jericho", che conoscevo fin da bambina nella versione del Golden Gate Quartet e a cui non pensavo più da almeno sessant'anni. 

Forse l'avete sentito anche voi. Ecco le parole nella versione del Quartet:


Anzi, ve la faccio anche sentire nella versione che ricordavo.


Non è da stupirsi invece che io ricordi bene brani di musica da quando ero bambina. In particolare, mi è sempre piaciuto il jazz in senso lato. Figuratevi che all'età di tre anni andavo matta, come si ricordava in famiglia, del brano "Harlem nocturno", nella versione dell'orchestra Angelini, con un bell' assolo (o si scrive "a solo"?) di tromba. (*)

Avrei potuto semplicemente darvi il link del filmato su Youtube, ma rileggendo vecchi post mi sono accorta che parecchi link non portavano più a nulla: moltissime cose in questi anni sono state cancellate sia da Google (ricordate quando una ricerca restituiva una trentina di pagine di risposte?) sia da Youtube - e non solo gli articoli  sulle malefatte di Big Pharma eccetera linkati polemicamente da me, ma perfino brani musicali che abbellivano i post "scientifici" del nostro collaboratore Leonardo. Così ho deciso che almeno in questa ultima fase della partecipazione al Tamburo - quasi sicuramente gli ultimi sprazzi di vita anche per il nostro Tamburo - avrei postato solo foto, immagini e filmati sicuramente non cancellabili. 

(*) Aggiornamento di oggi 30 dicembre: mi è venuta voglia di cercare su Youtube questo brano, contrariamente al mio scetticismo l'ho trovato! esattamente la versione del 78 giri della mia famiglia (con i suoi bravi fruscii) !!! e ascoltandolo mi sono accorta che l'assolo è di sax tenore... del resto a 3 anni, che ne sapevo di strumenti musicali? 


giovedì 25 dicembre 2025

IL PANETTONE

 Come promesso, racconto del mio terzo tentativo di panettone.

L'anno scorso, delusa da anni di panettoni "cartonacei", fabbricati d'estate per poi essere spediti in tutto il mondo per essere messi in vendita...ai primi di novembre, appena finita la manfrina di Halloween (!) , ho deciso di imparare a fare da me. È tipico del mio carattere, cerco sempre di arrangiarmi da sola prima di arrendermi e chiedere aiuto ad altri o rinunciare. E del resto col pane mi era riuscito magnificamente.

Pertanto l'anno scorso ci ho provato due volte, la prima volta con una ricetta decisamente sbagliata (prometteva un risultato veloce, ma quando c'è di mezzo la lievitatura occorre non avere fretta).

Il secondo tentativo era andato decisamente meglio, con una buona ricetta, tutto il tempo necessario e quasi tutto l'occorrente a disposizione. 

Dico quasi perché non sono riuscita a trovare neppure questa seconda volta il cedro candito, né uno stampo di carta speciale, quello di color marron  che tutti conosciamo. 

 Avevo pensato di sopperire alla mancanza del cedro con un candito di altra frutta, di un sospetto color verde brillante, rivelatosi artificiale: tutti i pezzetti li ho poi tolti dal panettone a mano a mano che lo mangiavo, erano veri "corpi estranei".

Anche questa seconda volta lo "stampo" arrangiato da me con carta forno (seguendo un consiglio sul web) mi aveva tradito, il panettone era risultato sbilenco perché durante la seconda lievitazione lo stampo aveva leggermente ceduto. Vabbe', il sapore e la testura soffice e spugnosa erano ottimi.


Quest'anno, avendo ancora a disposizione una parte sufficiente della scorzetta candita (ho rinunciato addirittura al cedro) ho deciso di riprovare. Infatti, sono famosa per essere testarda e non darmi mai per vinta. 

Lo "stampo", sempre con carta forno, l'ho preparato in anticipo, con maggior cura e più resistente dell'altra volta: ho piegato due fogli in modo che avessero un'altezza totale di circa 12 centimetri a doppio strato, la parte eccedente l'ho ritagliata per formare il fondo, ho unito i due fogli per raggiungere la circonferenza richiesta, ho aggiunto un ulteriore cerchio di carta forno sul fondo, il tutto l'ho sistemato dentro a uno stampo di metallo regolabile (di quelli per cheese cake).



Al momento opportuno  ci ho inserito  la sfera di pasta già lievitata e arricchita da uvetta e canditi, per poi farla lievitare al tepore dentro il forno. Questa volta è andata meglio, grazie al supporto del cerchio di metallo l'impasto lievitando si è inclinato di poco... 

Qui avrei già dovuto accorgermi che i canditi non erano ben distribuiti...









Mentre il forno si riscaldava ho poi tolto il cerchio metallico, senza maneggiare il panettone crudo perché non crollasse, e ho inserito nel forno caldo la teglia su cui si ergeva il panettone in fieri.




La cottura è proceduta abbastanza bene, forse a una temperatura leggermente superiore al dovuto (nessun forno è proprio perfetto, il mio poi ha la rotella che segna i gradi di 50 in 50, non è facile azzeccare il punto giusto). Una volta sfornato, come da ricetta  l'ho infilzato verso il fondo su spiedini di legno e l'ho messo capovolto dentro una pentola, sospeso, a passare la notte.



Come già avevo notato faceva un po' un lieve effetto "torre di Pisa", ma solo un po'. 

Quello che invece mi ha deluso è stato l'interno, al taglio: innanzi tutto, seguendo pedissequamente la ricetta su Youtube (la volta precedente sono andata più "a sensazione") non avevo distribuito abbastanza uniformemente uvette e scorzette, inoltre  l'impasto era troppo asciutto, non manteneva la giusta umidità: anche questo colpa mia, non solo forse il forno era leggermente troppo caldo (ma non più di 5º in eccesso) ma successivamente, non avendo altro spazio al momento in cucina, il riposo a testa in giù l'ho fatto fare dentro lo stesso forno, ormai spento e tiepido, sì, ma forse l'aria era troppo secca. 

Comunque sia, ce lo siamo mangiato con accompagnamento di sidra asturiana (di cui vi parlerò un'altra volta).


Ma non demordo! Ora mi metterò alla ricerca di altre scorzette (il negozio -italiano- in cui l'avevo comprate non c'è più), rinuncio al cedro. In realtà su Amazon troverei le une e l'altro, ma a prezzi sconvolgenti + il trasporto al di fuori dell'abbonamento "prime". Mio marito suggerisce di candire da me le scorzette (tanti anni fa lo facevo ogni tanto).  Vedremo, semmai metterò più "zeste" * e solo uvetta. 

Finora gli stampi, sempre su Amazon, li avevo trovati carissimi (fino a 6 euro l'unità + trasporto), in pacchetti da 10 che non riuscirei a usare in tutta la mia ormai breve vita, ma adesso -passato Natale- sembra che il prezzo sia calato, vedrò se riesco a ottenerli, non sono legata particolarmente a una data definita.

Eventualmente vi racconterò com'è andata.



* zeste = bucce fresche di arance e limoni non trattati, grattugiate (solo la parte esterna, senza parte bianca amara),

martedì 23 dicembre 2025

Bianco Natale


Quest'anno, noi sì, possiamo dire di avere un bianco Natale. Ha nevicato su quel bestione del Teide (in realtà aveva nevicato un pochino già prima, già sparita), così oltre allo spettacolo abbiamo l'acqua assicurata per i prossimi anni. 
 Insomma, abbiamo un enorme "albero di Natale" (la stellina l'ho aggiunta io)
Allora, vi faccio frettolosamente tanti auguri di Buon Natale e soprattutto un felice Anno Nuovo.

Perché mai "frettolosamente"? perché sto riprovando quest'anno, nella stessa data, a fare con le mie mani il panettone! L'anno scorso non mi era riuscito bene, qui non si trovano gli appositi stampi di carta e avevo dovuto arrabattarmi a fare uno stampo con la carta da forno, ma spostando il panettone al forno si era un po' (tanto) abbattuto di lato, quello che in genovese si dice "strosciato". Quest'anno mi sono organizzata un po' meglio, poi vi racconterò, spero che il risultato sia migliore.

lunedì 7 luglio 2025

come sempre in ritardo

buon giorno dopo il compleanno, Tamburo!

sabato 10 maggio 2025

Se i Savoia avessero conquistato Ginevra

Qualche anno fa, mi sono imbattuto in un interessante post di storia alternativa in francese, di cui vi riporto qua sotto una mia traduzione. Mi piace la storia regionale e trovo stimolanti i racconti ucronici ma devo ammettere che non sapevo nulla de “L'Escalade”, la celebrazione che si tiene il 12 dicembre a Ginevra per commemorare la vittoria contro l'attacco del Ducato di Savoia alla città nel 1602.

Nel post si raccontano le conseguenze di un esito favorevole al Ducato di Savoia dell'attacco, immaginando la nascita di un regno sabaudo neutrale a cavallo delle Alpi e della nascita di un regno d'Italia unificato sotto la dinastia dei Borboni.

Cosa ne pensate di queste ipotesi storiche? Eravate a conoscenza de “L'Escalade”?

Ginevra e il regno di Savoia, una ucronia

La notte tra l’11 e il 12 dicembre 1602, ombre indaffarate ai piedi delle mura di Ginevra mettono assieme delle scale che poi vengono erette. L'avanguardia della forza di invasione organizzata da  Carlo Emanuele I, Duca di Savoia, scala le mura della città addormentata e senza ostacoli giunge alla Porte Neuve, che ilpetardo fa saltare. Mentre la guarnigione di Ginevra si sveglia a malapena, 2.000 mercenari partono all’assalto della città, che viene messa al sacco; le autorità di Ginevra, civili e religiose, sono impiccate; solo Beza, per l’età avanzata, sfugge a questo destino, ma muore in carcere poco dopo.

Savoia ride, Ginevra piange

Per Ginevra, è l'inizio di unagenerazione di lacrime: il calvinismo è vietato, il cattolicesimo reintrodotto a forza e in città si insedia un nuovo vescovo. I protestanti si incontrano in segreto, soprattutto in campagna o nei fienili nella borgata di Carouge. Invece, per Carlo Emanuele I, è finalmente la consacrazione! Entra a Ginevra il giorno di Natale 1602 e vuole farne la sua capitale; nel 1603 la corte Savoia si prepara - ancora una volta - a spostarsi.

Il problema è che la città è nell'estremo nord dei possedimenti dei Savoia e, inoltre, è minacciata da due  potenti nemici: la Francia di Enrico IV e i Bernesi, entrambi alleati di Ginevra protestante. Il duca di Savoia, pertanto, fa appello al suo alleato, Filippo III di Spagna, a cui fa comprendere l'importanza strategica e politica di Ginevra. Con l'aiuto di truppe spagnole (in realtà provenivano dal Milanese, spesso ancheveterani della conquista di Ginevra), la Savoia prende il Pays de Gex e si scontra con le truppe francesi, mentre i bernesi hanno molto da fare per gestire un duplice attacco a est e ad ovest del Lago di Ginevra (con, se non l’aiuto, almeno la buona volontà dei Vallesani).

Non è una sorpresa che il conflitto acquista, nelle parole del Duca e dei suoi prossimi, una connotazione religiosa molto forte ed è sostenuto, più o meno apertamente, dalle potenze cattoliche: il Papa benedice le truppe, i nobili francesi infelici (che un tempo avevano sostenuto la Lega) sono lieti di ostacolare un re così poco cattolico e anche i Friborghesi, alleati tradizionali di Ginevra, mantengono una neutralità imbarazzata. L'assassinio di Enrico IV nel 1610 porta un po’ di sollievo alla Savoia, che arriva a firmare nel 1623 una tregua con Berna, che gli cede (restituisce sarebbe più esatto) una grande parte di Vaud e Chablais.

Ma Carlo Emanuele deve fare concessioni ai protestanti e concedere loro tolleranza, vale a dire il diritto di culto. Il duca accetta con riluttanza e, in pratica, il cattolicesimo rimane la religione di Stato. Questa tolleranza comunque avrà l’effetto di calmare l'ardore rivoluzionario di un certo numero di Ginevrini (e Vodesi) e, in una certa misura, di rilanciare l'industria e il commercio della capitale. Al rigore del Calvinismo subentrano i fasti della corte dei Savoia, che fa costruire un palazzo sulle alture di Champels.

Impatti in Europa

In Europa, la rinascita della Savoia non è priva di conseguenze: attraverso la nazione alpina, in Europa cresce l'influenza spagnola (e del papa). Maurizio di Nassau, durante la guerra nei Paesi Bassi, non può fare di meglio che contenere le truppe spagnole e le Province Unite sono costrette ad accettare una pace difficile con confini ristretti e la rinuncia a gran parte dei loro sogni di colonie oltre mare. Da parte sua, la Francia, sotto la reggenza di Maria de' Medici e Luigi XIII, preferisce negoziare con questo potente vicino.

Ma per la Savoia, le cose si complicano con la morte di Carlo-Emanuele. Suo figlio, Vittorio Amedeo I deve gestire i rapporti turbolenti con il cognato, il re di Francia e muore dopo solo otto anni di governo, lasciando il trono a Francesco-Giacinto, di cinque anni che morirà dopo un anno di regno. Questo è un periodo di disordini per il Ducato, che vede ridursi alcuni dei suoi possedimenti in particolare nella Bresse e nel Delfinato.

Il regno di Carlo Emanuele II lascia a Ginevra un'impressione migliore rispetto a quello del suo predecessore omonimo. Protettore delle arti e delle lettere, il nuovo Duca decide di sviluppare la capitale e ha avviato una serie di grandi lavori, che culmineranno con la demolizione di parte delle fortificazioni e la costruzione dei quartieri della Terrassière, della Corraterie e delle Eaux Vives.

Per un secolo, la Savoia consolida il suo prestigio politico, diplomatico e culturale, al punto da eclissare talvolta la Francia, che è alternativamente alleata o rivale. Quando Vittorio Amedeo II ottiene la corona di Sicilia, a seguito della Guerra di Successione Spagnola (durante la quale Ginevra ha conosciuto una breve occupazione francese), contempla per un momento un’influenza mediterranea, ma negozia con l’imperatore Carlo VI la creazione del suo regno.

All’apice della sua potenza, il Regno di Savoia si estende da Nizza a Yverdon e da Bourg-en-Bresse ad Asti: un territorio ampio ma inospitale, che dipende molto dal transito tra la Francia e le città confederate a nord o il Piemonte a est. Soprattutto, il suo grande problema è una certa debolezza militare che di fatto lo rende quasi vassallo della Francia. Ginevra, capitale indiscussa del regno, conosce uno sviluppo economico e urbano che spinge la città a espandersi oltre le mura, la cui utilità viene sempre più messa in discussione. Un porto lacustre di grande capacità viene creato alla Jonction, a completamento del Canale di Entreroches e della sistemazione del Rodano tra Seyssel e Ginevra.

Savoia, nazione neutrale

Questo apice ha breve durata: il periodo rivoluzionario porta costanti problemi con le forze della Convenzione a Parigi e con le tensioni interne. Vittorio Amedeo III è costretto a cedere il trono a un governo rivoluzionario sostenuto da un savoiardo esiliato in Francia, Napoleone Bonaparte. La Savoia viene annessa alla Francia e recupera la propria indipendenza solo con la Restaurazione.

Grazie all’ambasciata estremamente attiva del futuro re Carlo Felice al Congresso di Vienna, assistito dal marchese Charles Pictet de Cartigny, la Savoia riottiene i suoi territori e anche di più: diventa, insieme alla Confederazione Elvetica (formata attorno alle città di Friburgo, Berna e Zurigo e agli stati alpini) e alla futura Belgio, uno Stato neutrale, una zona cuscinetto tra le ambizioni francesi e il resto dell’Europa.

Nel corso del XIX secolo, il Regno di Savoia vive, a causa delle rivoluzioni del 1830 e del 1848 (senza contare l’insurrezione fazysta del 1846, che darà alla città di Ginevra un proprio governo), diverse trasformazioni e diventa una monarchia costituzionale. Ma conosce una crisi importante quando i patrioti italiani vogliono che il re Vittorio Emanuele II salga sul trono d’Italia. Desideroso di sostenere le pretese di Napoleone III, il re si astiene tuttavia da qualsiasi intervento diretto e, dopo una lunga e sanguinosa guerra civile, è Francesco II di Napoli, con il sostegno dell’Austria, a diventare re d’Italia.

L’ultimo terzo del secolo è segnato da questa lacerazione, tra 
francesiaustriaci, questi ultimi soprattutto presenti nella parte transalpina del paese. Il bilinguismo nazionale viene ripetutamente messo in discussione durante scontri politici in Parlamento e in alcuni comuni, in particolare quelli di Nizza e Torino. Sfinito da questi intrighi politici, Vittorio Emanuele II muore nel 1878 e spetta al giovane Umberto I il compito di ricompattare un regno sempre più diviso. Ci vorranno però quasi vent’anni prima che una costituzione, basata su un sistema federale simile a quello belga, riesca a pacificare il paese.

È anche in questi anni che il paese trova, attraverso il turismo, il modo di valorizzare finalmente il proprio patrimonio alpino. Gli anni 1870-1920 offrono l’occasione per avviare grandi opere di sviluppo, in particolare la costruzione di strade e linee ferroviarie in tutto il paese.

Le due guerre mondiali

Anche se la Prima Guerra Mondiale si svolge lontano dalle terre della Savoia, il Regno non sfugge ai disordini: numerosi movimenti sociali di ispirazione marxista scuotono le sue città. Lo sfarzo della corte contrasta bruscamente con la condizione del mondo contadino, che fatica a entrare nel XX secolo, mentre gli ambienti operai di Ginevra, Grenoble o Torino e i circoli repubblicani fanno sentire la loro voce.

Il re Vittorio Emanuele III utilizza sia la forza che la negoziazione per reprimere i rivoluzionari più agitati e trattare con i moderati una nuova costituzione che, sotto la copertura di riforme amministrative, istituisce un regime molto conservatore. Il fatto è che il re è un convinto anticomunista e questa costituzione del 1919 è fortemente ispirata dai movimenti nazionalisti italiani, che porteranno poi Mussolini al potere.

Tutto il periodo tra le due guerre è segnato da una tentazione fascista, con un Partito Nazionale Savoiese e le sue 
camicie verdi, che ottiene quasi il 30% dei voti alle elezioni del 1931, ma le sue esplosioni di violenza sono molto mal viste dalla popolazione. La figura del re rimane molto popolare in Savoia e agisce da pacificatore: nonostante la crisi economica degli anni Trenta e i movimenti sociali che agitano i suoi due potenti vicini, le forze democratiche mantengono la maggioranza in Parlamento.

La Seconda Guerra Mondiale rappresenta una sfida molto più grande per la neutralità del paese: la sconfitta francese del febbraio 1941 pone la Savoia tra due nazioni fasciste alleate, che fanno entrambe pressioni affinché il Regno si unisca a loro. Il re esita, il Parlamento e l’opinione pubblica si dividono sulla questione e, a complicare ulteriormente le cose, si pone anche il problema dei militari francesi internati nel territorio del Regno, in particolare l’intera flotta francese rifugiatasi nel porto di Nizza.

Fortunatamente, la Germania è più preoccupata da ciò che accade a est e l’Italia fascista sa – per dolorosa esperienza, dopo la sua sfortunata avventura nei Balcani – di non essere in grado di affrontare da sola una nazione alpina. Prendendo tempo, il Regno riesce a evitare il peggio, ma Vittorio Emanuele III, ormai esausto, abdica in favore del figlio Umberto II nel 1943. L’Italia tenta allora di approfittare di quello che percepisce come un momento di debolezza e lancia un attacco.

Non è una buona idea: nel mese successivo, gli Alleati sbarcano in Sicilia, mentre le forze italiane faticano ad avanzare in Savoia. Ma se l’esercito savoiese resiste, le città e le industrie soffrono sotto i bombardamenti italiani e tedeschi. Nell’aprile del 1944, mentre Ginevra è minacciata da un corpo d’armata tedesco, il re decide di rompere la neutralità e annuncia che la Savoia si unisce agli Alleati; i porti del Mediterraneo, a cominciare da Nizza, vengono aperti alle truppe inglesi, americane e francesi, che recuperano la loro flotta neutralizzata (o ciò che ne rimane, dopo i siluramenti italiani).

La decisione di Umberto II è ancora oggi molto controversa, in quanto ha comportato ulteriori distruzioni per il paese (Losanna e Ginevra subiscono pesanti bombardamenti prima che l’aviazione americana possa difendere il territorio), ma la maggior parte degli storici militari concorda sul fatto che sia stata la scelta meno peggiore. Gli si rimprovera soprattutto di aver preparato questo cambio di alleanza da tempo (probabilmente già al momento della dichiarazione di guerra dell’Italia, forse anche prima) e, soprattutto, di aver preso la decisione senza informare il Parlamento.

In ogni caso, lo sbarco alleato in Savoia permette di attirare una forte concentrazione di truppe tedesche a sud, aprendo la strada alle operazioni anfibie in Normandia e accelerando la caduta dell’Italia fascista. Il 30 aprile 1945, la bandiera americana sventola sulle rovine del Reichstag, battendo per un soffio le truppe sovietiche, e una settimana dopo, la guerra in Europa è ufficialmente finita.

Ricostruzione e neutralità attiva

Con gran dispiacere degli americani, che avrebbero voluto installarvi alcune basi, il re non tarda a congedare le forze alleate stazionate sul suo territorio, non senza averle ringraziate, con altisonanti discorsi di amicizia indissolubile e riconoscenza eterna. Umberto II, a differenza di suo padre, ha una chiara idea di ciò che vuole per il suo regno e non sono né gli Stati Uniti né l'Unione Sovietica.

Presente alla conferenza di San Francisco, il re sogna una Savoia al centro di una nuova diplomazia mondiale e non esita a proporre la sua capitale come sede della nuova Organizzazione delle Nazioni Unite. Nonostante un ampio supporto da parte della maggior parte delle nazioni europee, è alla fine New York ad essere scelta, ma molte delle nuove organizzazioni di quello che diventerà il
sistema onusiano” si stabiliranno a Ginevra, in una frenesia di costruzione per sostituire i quartieri industriali di Sécheron distrutti durante la guerra.

In realtà, è tutto l'arco del Lago di Ginevra a beneficiarne, mentre le industrie tendono a migrare verso sud e il Mediterraneo. Se il modello consente una rapida ricostruzione del paese, mette in evidenza, già dagli anni '60, una frattura sociale geografica, con un nord del regno più ricco di professioni liberali e scuole superiori, e un sud proletarizzato. Ci vorrà il regno di Vittorio Emanuele IV, a partire dal 1976, per l'implementazione di una riforma territoriale di vasta portata, che va di pari passo con una decentralizzazione del paese.

Il secondo asse diplomatico della Savoia, sin dai primi anni '50, è la costruzione europea. Il regno è uno dei membri fondatori della Comunità europea del carbone e dell'acciaio e sostiene senza riserve tutte le iniziative per instaurare un'unione politica, fino ai trattati di Nizza e Lisbona.

Ora, dopo quattrocentodieci anni

Nel 2008, Vittorio Emanuele IV abdica per motivi di salute e suo figlio, Emanuele Filiberto I (40 anni nel 2012), sale al trono. La Savoia è membro dell’Unione Europea e la sua moneta è l’euro; indebolita dalla crisi economica che scuote l’Europa dal 2008, la sua situazione economica appare migliore rispetto a quella dei paesi vicini, principalmente grazie a una politica di bilancio definita prudente”, se non addirittura timorosa.

La Germania, controllata per tre quarti dagli Alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha meglio digerito la sua riunificazione con il residuo stato dell’Est nel 1990. Quasi esclusivamente fiamminga (la parte francofona è stata annessa alla Francia nel 1815), Belgio e Paesi Bassi hanno finito per fondersi nel 1948, mantenendo solo il nome 
Nederland (Nééerlandes) in francese. La Confederazione Elvetica è composta quasi esclusivamente da cantoni germanofoni, oltre al Giura, una parte del Vallese e il Ticino.

 

mercoledì 25 dicembre 2024

ANCORA UNA VOLTA, UN ANNO IN PIÙ: AUGURI!!!


A dire il vero non ci speravo di arrivare ad augurare anche quest'anno, ai Tamburisti residui (se ci sono) e a tutti quanti un buon Natale - possibilmente tranquilli in famiglia - e un felice Anno Nuovo (arriverà finalmente un anno felice?)
 
 Be', come si dice qui: HASTA AQUÍ HEMOS LLEGADO... 

 TANTI AUGURI A TUTTI!

sabato 6 luglio 2024

Buon compleanno, Tamburo!

 



Non una torta ma un misero pasticcino... visto che nessun altro tamburista ricorda e festeggia il 13º compleanno del (a suo tempo glorioso) Tamburo Riparato, festeggio io sola con questa monoporzione...


  TANTI AUGURI, TAMBURO RIPARATO!


    








mercoledì 8 maggio 2024

"AMERICA"

 


Non riesco a capire come gli U.S.A. possano permettersi di chiamare se stessi "l'America" per antonomasia e che il resto del mondo li assecondi con questa definizione.

Per meglio dire, capisco benissimo che loro lo facciano, con la consueta tracotanza che li contraddistingue e la prepotenza di chi si sente padrone del mondo.

Quello che non capisco è che, a parte un po' di "mugugni" nelle nazioni americane non facenti parte delle colonie U.S.A., tutti gli altri accettino servilmente tale definizione. Certo, buona parte degli stati americani è in realtà una colonia U.S.A., con tanto di governi scelti e imposti da loro, magari tramite una rivoluzione "colorata" eterodiretta (come quelle che sono state realizzate negli stati ex-U.R.S.S. e come quella che si sta avviando in Georgia) e il ribaltamento del governo legittimo, ma gli stati tuttora "sovrani" potrebbero per lo meno obiettare, correggendo pubblicamente la stampa e l'informazione TV tutte le volte che il termine viene impiegato in modo così platealmente colonialista.

L'Europa ovviamente non obietta nulla e da decenni ha per lo più assimilato questa definizione (fino a poco tempo fa a dire il vero i giornali spagnoli parlavano di EE.UU. ovvero Estados Unidos, ma credo che anche qui ci si stia piegando al "padrone", soprattutto adesso con il governo succube perché bisognoso di appoggio esterno per reggersi).

Del resto, l'Europa già da tempo si sente collettivamente riunita nel termine N.A.T.O. che poi non sono altro che gli U.S.A. con il loro corollario di stati-colonia che corrispondono a quello che un tempo erano i "vassalli" rispetto al "Re", anche se alcuni si comportano più da "servi della gleba". Insomma si sente a suo agio come "back yard" degli statunitensi, che infatti in buona parte la vedono (e si comportano quando vi fanno turismo) come una immensa Disneyland al servizio del loro divertimento... 

da: Cartografica Visceglia, con le mie aggiunte

Ma cosa accadrebbe se a un tratto (per fare un esempio) la Cina iniziasse a autodefinirisi e a farsi definire dai media "l'Asia"? Il rapporto proporzionale è simile... Ma non credo che nazioni come l'India accetterebbero questa sminuizione senza proteste ufficiali! penso neppure il Giappone -che del resto è ormai un satellite degli U.S.A.... E una buona fetta dell'Asia del resto appartiene alla Russia, che si estende dall'Europa fino alle coste del Pacifico, e che pur essendo in buoni rapporti con la Cina non credo che lascerebbe passare un tale affronto...

Chiaramente le stesse obiezioni le farebbero gli stati africani se (sempre come esempio) il Marocco si definisse e venisse definito "Africa" per antonomasia: con che diritto?


sabato 23 dicembre 2023

Auguri a tutti!

 




Auguro a tutti, Tamburisti e lettori occasionali, un felice Natale e uno splendido Anno Nuovo




sabato 21 ottobre 2023

Inesorabilmente vecchia!

 

Non so se succede solo a me.

D'accordo, tutti noi siamo bersagliati da "pubblicità mirata", per esempio, partendo dalla mia età, mi hanno spesso, sempre più spesso, presentato un profluvio di pubblicità di pannoloni per incontinenti (!), assicurazioni di sepoltura, case di riposo, sedie a rotelle/tricicli/scooter a motore per disabili...


Però da qualche tempo -1 o 2 mesi- Facebook (oltre alla solita irritante presentazione ripetuta fino alla nausea nella settimana degli unici 5-10 post degli amici che mi consente, bontà sua, di vedere e che più o meno ogni settimana cambia con altri 5-10 ripetuti tutti i giorni fino alla nausea) mi presenta anche un altro tipo di post, non proveniente dagli amici né pubblicitario.

Si tratta di un filone (se posso chiamarlo così) unico ma con tre diverse sfaccettature.

La prima in ordine di apparizione è stata quella di sconosciuti personaggi centenari che festeggiano il compleanno con una magnifica torta di alta pasticceria, che orgogliosamente affermano essere opera loro: tutti (TUTTI) questi personaggi, a loro dire, si sono iniziati all'arte della pasticceria alla tenera età di 5 (CINQUE) anni. TUTTI, nessuno per esempio a sei anni.

Terminata questa ondata, durata all'incirca un mese, è iniziata, e tuttora di tanto in tanto rispunta, quella dei compleanni di altrettanto sconosciuti centenari/ultracentenari, spesso accompagnati nel festeggiamento da parenti ancora più vecchi.

Variante sul tema. In questo caso i parenti sono più "giovani". 



L'ultima ondata in ordine di apparizione è quella dei divi: giornalmente mi si presentano glorificazioni di attori o cantanti attempati, dai 65-70 anni circa in su, fino ai novantenni come Clint Eastwood, Sofia Loren o Michel Caine. 


Intendiamoci, sono personaggi simpatici (Jamie Lee Curtis, Bette Midler, Meryl Streep, Cher, Harrison Ford, Pierce Brosnan, Paul Simon, solo per citarne alcuni) delle cui interpretazioni ho goduto e godo tuttora (ho una collezione di almeno 600 titoli di film), a volte vengono presentati con la foto da giovane e quella più o meno attuale ed è interessante vedere come chi meno ha subito la chirurgia plastica sia chi si conserva più piacente.


Poi addirittura mi hanno presentato un misto tra il secondo e il terzo tipo: attrice centenaria - con tanto di prima e dopo!




Però mi chiedo: per quale motivo questo diluvio di vecchi?

Li presentano solo a me e ad altri quasi ottantenni o è un fenomeno diffuso anche tra i più giovani?

È un "memento mori"? "Mo me lo segno" (cit.)



Non vi preoccupate, solleciti angeli custodi di Facebook, so perfettamente di essere vecchia, non occorre che me lo ricordiate. Intanto però, se me lo consentite, continuerò a vivere come ho sempre fatto, assaporando ogni momento buono e anche quelli meno buoni.


AGGIORNAMENTO 1 novembre: stanno ricominciando i pasticceri cinquenni!