sabato 24 marzo 2012

Anniversario


Oggi, 24 marzo, è l'anniversario del giorno in cui abbiamo visto per la prima volta (e io me ne sono innamorata subito) il nostro piccolo paradiso terrestre, cioè il nostro terreno su in montagna (o collina? si può dire montagna per 600-650 metri sul livello del mare?).
Correva l'anno 1999.... vabbè non correva, andava avanti al suo solito ritmo!
Qui c'è qualche foto di allora



L'albero che spunta dietro il tetto di tegole è in realtà un sambuco, successivamente l'abbiamo tolto. Qui il nostro gatto si mimetizza tra i rami


L'ingresso:

ieri, visto da fuori a dentro
oggi, visto dalla soglia verso l'esterno
Il patio, con l'orrenda tettoia di lamiera che tratteneva l'umidità, con muffa dappertutto:

Così va meglio no?

I peschi all'ingresso:

a sinistra allora, in primo piano pergola bassa di vigna,











a destra oggi, la vigna rialzata sui tubi, una nuova finestrina aperta
E su tutto veglia il Teide.

la casina bianca spicca in mezzo al bosco
Vi saluto con questi fiori.



Fiammiferi

Io ogni tanto do una mano per fare lavori non troppo impegnativi, che non richiedano conoscenze profonde dell'etica e prassi padana. Un'attività che mi vede protagonista, sotto la supervisione della Nonna (che sarebbe la mamma ma adesso si chiama così), è vangare l'orto, per dirne una.


Ma oggi il compito era diverso, produrre acqua calda. OK, so farlo: si prepara la caudera (il pentolone della matrigna di biancaneve, si ce l'abbiamo noi), si mette sul furnét (dai il fornelletto, devo proprio spiegarvi tutto per filo e per segno?), si riempie la caudera d'acqua, si prepara il furnét con un po' di carta e legna secca e in pezzi piccoli e si accende la carta con un brichét. Il fuoco passa dalla carta ai legnetti e quando questi hanno preso bene si può mettere un sük (ceppo, questo era difficile) che dura di più e non ti obbliga a continuare a furgé. Fatto.


Ma mentre lo facevo mi son detto: brichét! Da dove viene questa parola? Molto diversa dall'italiano fiammifero. Che a pensarci su un pochino fiammi- si capisce al volo ma -fero uno deve aver subito l'insegnamento del greco antico da piccolo. Poi una mia collega di Valensa (la nostra, mica quella di Spagna) lo chiamava sulfanel, che almeno si sa da dove viene.

Ecco, il fuoco ha preso bene e allora mi sono fiondato al 'puter e via di Wiki! Si scoprono tante cose, sempre diverse. Per quanto riguarda il fiammifero è un'invenzione troppo recente e le lingue europee non hanno avuto il tempo di mettersi d'accordo. Ognuna per se!

A me piace il francese allumette, ma sono gusti. Per dire gli inglesi usano match e salta fuori questa etimologia

from Old French meiche, from Vulgar Latin micca (compare Catalan metxa, Spanish mecha, Italian miccia), which in turn is probably from Latin myxa, from Ancient Greek  (myxa)

Ma se volete sapere davvero come si dice c'è questo posto qua: Streichholz, sì, lo so benissimo che è in tedesco e non  si capisce niente ma andate in fondo e la tabella è überwunderbar (chissà cosa ho scritto?)

Uh! questo sito è illuminante. E fulminante è un'altra bella parola.


Che poi, tornando al piemuntèis, briquet sarebbe l'accendino e la diavolina, e deriva da brique, brick, mattone insomma.

Ma non finisce mica qui! No, il bello deve ancora venire, ecco a voi


rullo di tamburi pliz! -- no! non con il nostro!

Guardate un po' qua la Mitì Vigliero: Storia dei Fiammiferi: due secoli di fuoco e stragi.

Com'è che Mitì non è nel blogroll? Vuoi vedere che il Tamburo Riparato potrebbe essere ancora più bello? E che non è vero che viviamo nel migliore dei mondi possibili? Panico? No, dai niente panico, c'è scritto anche sulla copertina della Guida.

Ecco, quando il post era belle che fatto e finito salta fuori un tweet di Nicolas:


ma questa sarebbe tutta un'altra storia. Prossimamente. Forse.
Però, cavoli!




giovedì 22 marzo 2012

Una torta facilissima



C'era una volta, tanti anni fa...
...una perfidanera specializzata nel preparare torte. Con tre figli da nutrire in modo sano, preferivo preparare io stessa, con ingredienti scelti, i dolci da poter loro dare senza preoccupazioni, al posto delle tradizionali “merendine” confezionate. A volte, per sfruttare meglio il calore del forno, ne cuocevo di due tipi diversi, due alla volta (sì, totale 4). Una volta fredde, le chiudevo in apposite scatole di plastica e le congelavo.
Ogni tanto ne portavo anche in ufficio, per far festa coi colleghi... bei tempi!

Una volta, finite le feste natalizie, mi son trovata con frutta secca avanzata, che ormai nessuno desiderava più. Allora mi son decisa a creare una nuova torta (non era la prima volta, quasi tutte quelle che preparavo erano su ricetta mia).


Ed ecco nascere “la torta del cammelliere”! (in famiglia abbiamo sempre ideato nomi fantasiosi per le nostre ricette). Il nome, nella fattispecie, è dato dalla presenza di datteri.
La cosa più simpatica di questa torta è che non occorre misurare nulla, si fa un po' ad occhio, e senza attrezzatura speciale.


Ho utilizzato:
*1 tazza di gherigli di noce, in parte spezzettati con le mani, in parte tritati col tritaprezzemolo.
*2 cucchiai di uvetta senza semi
*10 datteri a pezzetti
*2 cucchiai di miele di castagno (quello scuro, un po' amaro, così aromatico...)
*1 cucchiaio di miele di acacia
*1 cucchiaino da tè di bicarbonato (si vede che dovevo aver finito il lievito per torte...) 
*1 uovo grande
*50 gr di burro, ammorbito in
*2 cucchiai di latte tiepido
*farina quanto basta (circa 6 cucchiai colmi) 
*un po' di cannella in polvere, pimento e semi di coriandolo macinati fini

Ho iniziato col mescolare bene gli ingredienti secchi, ho aggiunto la frutta secca, poi a poco a poco gli ingredienti liquidi, alternando: miele, uovo, latte con burro, mescolando bene ogni volta, fino ad ottenere un impasto abbastanza sodo. Se fosse stato necessario, avrei potuto aggiungere un pochino di latte, o di farina, o di miele di castagno.
Intanto ho scaldato il forno a 180º. Ho versato l'impasto in una tortiera precedentemente imburrata e infarinata, da 20 cm. di diametro. 

Ho cotto la torta per una mezz'ora, controllando col metodo dello stecchino (si infila uno stecchino di legno verso il centro della torta, e se esce pulito, senza impasto appiccicato, la torta è cotta).
Una volta sformata la torta, l'ho appoggiata su una gratella per lasciarla raffreddare.

Se avessimo voluto, avrei potuto poi ornarla a piacere, per esempio con una spolveratina di cannella, o con datteri, o con zucchero al velo sparso con un setaccino. A noi però piaceva così, liscia.


Ieri, memore dei bei vecchi tempi, ho riprovato a prepararla, da tempo mio marito me lo chiedeva. 
Non avevo uvetta, ma a mio marito non piace, non l'avrei usata ugualmente. Non avevo neppure il miele d'acacia, ne ho usato un altro, liquido. Per fortuna mi rimaneva la quantità esatta di miele di castagno (qui non si trova NULLA, dannazione!). E ho dovuto quasi raddoppiare le dosi perché ho una teglia troppo grande, anzi ho dovuto montarle il fondo ad anello per rimpicciolirla un po'.
Questo è il risultato. A mio marito è piaciuta proprio, ora se ne mangerà una fetta a colazione tutte le mattine (una parte l'ho congelata).



Provate a fare questa ricetta, non ha copyright, 
ed è semplicissima da fare e buona da mangiare, così aromatica.


P.S. spero che Juhan ripristini presto le emoticone, visto che il problema di Spiessli non dipendeva da loro


Pubblicità

Sempre da Boldrin & Levine: Against Intellectual Monopoly (vedi post precedente) ecco un altro pezzettino. Riguarda la pubblicità nel settore dei farmaci
A company such as Novartis (a big R&D player, relative to industry’s averages) spends about 33% of sales on promotion, and 19% on R&D. The industry average for R&D/sales seems to be around 16-17%, while according to the CBO [1] report the same percentage was approximately 18% for American pharmaceuticals in 1994; according to PhRMA [2] it was 19% in 2006. The point here is not that the pharmaceutical companies are spending “too little” in R&D – no one has managed (and we doubt anyone could manage) to calculate what the socially optimal amount of pharmaceutical R&D is. The point here is that the top 30 firms spend about twice as much in promotion and advertising as they do in R&D; and the top 30 are where private R&D expenditure is carried out, in the industry.

[1] CBO [1998], How Increased Competition from Generic Drugs has Affected Prices and Returns in the Pharmaceuticals Industry, Congressional Budget Office. Available at www.cbo.gov/showdoc.cfm?index=655&sequence=0

[2] PhRMA [2007], Pharmaceutical Industry Profile - 2007, Pharmaceutical Research and Manufacturers of America.
Incredibile vero?


O no? Da noi capita che la gente si ferma come ipnotizzata da Punta il Dito con Carlo Conti.
E dopo commenta "non avrei mai immaginato che..." oppure "beh questa era facile, non si può non sapere che..." e simili.
E guai a zappare durante la pubblicità, o peggio, la telepromozione. Che sono fatte incredibilmente male, cioè volevo dire bene.

Ne volete vedere una? ecco:



Ma ce ne sono tante, se siete masochisti fateci una googlata con "telepromozioni carlo conti", o fate un salto qui.



Ma potrebbe essere ancora peggio: avete presente i tre deficienti dei telefonini?


Sì deficienti è riduttivo. Ma piacciono assai. A tanti.
(Visto che non ho citato Alessia Marcuzzi? sono fondamentalmente buono, io).

Aggiornamento: manco a farlo apposta, ecco qua.


mercoledì 21 marzo 2012

Route 128 o che fine hanno fatto i miei 'puters?

Quando io sono entrato nel magico mondo dei computers --allora si chiamavano calcolatori (o cervelli, secondo i giornalisti) elettronici-- tutto quello con cui entravo in contatto veniva dai dintorni di Boston.
Ecco quella che Boldrin e Levine chiamano correttamente Route 128. (Uh! del dinamico duo ne ho parlato qua).

Alcuni nomi Prime, Apollo e Digital.


Lì sono nati Unix, il papà di Linux, il Fortran, il Lisp e il C.
Oggi tutto (quasi) viene dalla California (per quanto riguarda gli Stati Uniti), Giappone, Corea, Cina e (prossimamente) India.

Cos'è successo? Interessantissimissimo quello che scrivono Levine e Boldrin.
Siccome l'edizione italiana è protetta da copyright copio e incollo da quella originale, liberamente disponibile qui.

You have probably heard of Silicon Valley. Perhaps you
have not heard of Route 128. Yet, Route 128 has been a high
technology district since the 1940s, long before farmers were
displaced from Santa Clara Valley, as Silicon Valley was then
known, to make space for computer firms. In 1965 both Silicon
Valley and Route 128 were centers of technology employment of
equal importance, and with similar potentials and aspirations for
further growth.
Route 128 began the race well ahead. In 1965, total
technology employment in the Route 128 area was roughly
triple that of Silicon Valley. By 1975, Silicon Valley
employment had increased fivefold, but it had not quite
doubled in Route 128, putting Silicon Valley about fifteen
percent ahead in total technology employment. Between
1975 and 1990, the gap substantially widened. Over this
period, Silicon Valley created three times the number of
new technology-related jobs as Route 128. By 1990, Silicon
Valley exported twice the amount of electronic products as
Route 128, a comparison that excludes fields like software
and multimedia, in which Silicon Valley's growth has been
strongest. In 1995, Silicon Valley reported the highest
gains in export sales of any metropolitan area in the United
States, an increase of thirty-five percent over 1994; the
Boston area, which includes Route 128, was not in the top
five.[1]
What explains this radical difference in growth of the two
areas? Certainly both had access to important universities,
instrumental in the computer revolution – Harvard and MIT in the
case of Route 128 and Stanford in the case of Silicon Valley. A
careful analysis by Ronald J. Gilson shows that the only significant
difference between the two areas lay in a small but significant
difference between Massachusetts and California labor laws.
According to Gilson
A postemployment covenant not to compete prevents
knowledge spillover of an employer's proprietary
knowledge not, as does trade secret law, by prohibiting its
disclosure or use, but by blocking the mechanism by which
the spillover occurs: employees leaving to take up
employment with a competitor or to form a competing
start-up. Such a covenant provides that, after the
termination of employment for any reason, the employee
will not compete with the employer in the employer's
existing or contemplated businesses for a designated period
of time--typically one to two years--in a specified
geographical region that corresponds to the market in
which the employer participates. [2]
In Massachusetts
Massachusetts law is generally representative of the
approach taken toward postemployment covenants not to
compete by the great majority of states. United States law
in this area largely derives from English law that
developed the basic pattern of blanket enforcement of
covenants not to compete given by the seller in connection
with the sale of a business, and the application of a rule of
reason to covenants associated with employment.
Covenants not to compete would be enforced against a
departing employee if the covenant's duration and
geographic coverage were no greater than necessary to
protect an employer's legitimate business interest, and not
otherwise contrary to the public interest. This formulation
is commonplace in Massachusetts covenant cases, and
dates to the late nineteenth century. [3]
By way of contrast, in California
California law governing covenants not to compete is both
unusual and radically different from that of Massachusetts.
California Business and Professions Code section 16600
provides that “every contract by which anyone is
restrained from engaging in a lawful profession, trade, or
business of any kind is to that extent void.” The courts have
interpreted section 16600 “as broadly as its language
reads.” ...Indeed, California courts' application of choice
of law rules underscores the seriousness with which they
view section 16600. Even if the employment agreement
which contains a postemployment covenant not to compete
explicitly designates the law of another state, under which
the covenant would be enforceable, as controlling, and
even if that state has contacts with the contract, California
courts nonetheless will apply section 16600 on behalf of
California residents to invalidate the covenant. [4]
Contrary to many business pundits, the reader of this book
will perhaps not be surprised at the beneficial consequences of the
Silicon Valley competitive environment. While Sexanian, in her
otherwise informative book, remarks
The paradox of Silicon Valley was that competition
demanded continuous innovation, which in turn required
cooperation among firms. [5]
We know that there are good economic reasons why it must be so:
competition is the mechanism that breeds innovation, and
sustained competitive innovation, paradoxical as that may sound to
those that do not understand it, often is best implemented via
cooperation among competing firms.
While Route 128 companies spent resources to keep
knowledge secret – inhibiting and preventing the growth of the
high tech industry – in California this was not possible. And so,
Silicon Valley – freed of the millstone of monopolization – grew
by leaps and bounds as employees left to start new firms, rejoined
old firms and generally spread socially useful knowledge far and
wide.
References

[1] Mildly good legal news seem also to be coming from the European courts, which have started to rule against some of the most preposterous requests to treat any form of music downloading as theft, even when intended only for personal use and with no commercial purposes. For the Spanish and Italian court rulings see, for example,
http://www.theregister.co.uk/2006/11/03/spanish_judge_says_dow
nloading_legal/ and http://www.repubblica.it/2006/10/sezioni/cronaca/cassazione-3/lecito-scaricare-file/lecito-scaricare-file.html

[2] The debate between economists and other over slavery is discussed at some length in Levy and Peart [Levy, D.M. and S.J. Peart [2001] The Secret History of the Dismal Science, available online at http://www.econlib.org/library/Columns/LevyPeartdismal.html]. In addition to defending slavery, Dickens was a strong proponent of copyright law, and was extremely incensed that his works could be legally distributed in the U.S. without his permission. Ironically, a limited form of indentured servitude is still allowed in the music and sport industries, where long-term contracts binding the artist or the athlete to a particular studio or team are commonplace.

[3] Gallini, N. and S. Scotchmer [2001], “Intellectual Property: When is it the Best Incentive System?” in Innovation Policy and the Economy, vol 2, ed. Adam Jaffe, Joshua Lerner and Scott Stern, MIT Press: Cambridge

[4] Condon and Sinha [Condon, B. and T. Sinha [2004], “Global Diseases, Global Patents, and Differential Treatment in WTO Law: Criteria for Suspending Patent Obbligations in Developing Countries”, mimeo ITAM, Mexico D.F.; forthcoming in the Journal of International Law and Business.], among other, have studied criteria for suspension of patents in developing countries.

[5] Schankerman and Pakes [Schankerman, M. and A. Pakes [1986], “Estimates of the Value of Patent Rights in European Countries During the Post-1950 Period,” Economic Journal, vol. 96, no. 384, 1052-1077.] have studied patent returns in various European countries. Using their data, Kingston [Kingston, W. [2001], “Meeting Nelson’s Concerns about Intellectual Property.” Paper presented at a Conference in Aalborg, June 12-15, 2001. Available at http://www.druid.dk/conferences/nw/] estimates the subsidies that would be required to replace the current patent system (p. 18)
Schankerman and Pakes reported that for patents in Britain, France and Germany, the returns appear to be only a small fraction of the domestic R&D expenditure of the business enterprises. The means of the discounted sum of rewards from patent age 5 were about $7,000 in Britain and France and $19,000 in Germany. The value of patents as a proportion of total national R&D expenditure was 0.057 in France, 0.068 in Britain and 0.056 in Germany (1986, pp. 1068, 1074). Schankerman subsequently estimated that a subsidy to R&D of 15%-35% would be enough to provide an equivalent incentive to patents (1988, p. 95).

Ecco! Niente più 'puters a Boston, guardate come Manu Cornet (uno parecchio ganzo, lavora da google) tratta la cosa.



C'è da dire che San Francisco (e tutta la Silicon Valley) è altrettanto bella e interessante di Boston.

Diversa ma bella uguale.



martedì 20 marzo 2012

Morte di una violetta africana



giugno 2011 - 3ª rifioritura

Oggi sono triste perche la mia Saintpaulia è morta. Me l'aveva regalata una amica un anno e mezzo fa, e per questo le ero particolarmente affezionata. In questo tempo ero riuscita a farla star bene, al punto che è rifiorita 6 volte (dopo la lunga prima fioritura, in atto quando è arrivata). Le avevo cambiato due volte il vaso, con l'aggiunta di terriccio appropriato.

La mantenevo, come le piaceva, in un luogo luminoso ma senza sole diretto. L'annaffiavo, come richiedeva, solo quando il terriccio in superficie appariva un po' secco al tatto, con acqua piovana e immergendo il vasetto, lasciando che succhiasse quanto le occorreva. Il vasetto aveva un sostegno sottostante, perché l'eventuale acqua superflua, ristagnando nel sottovaso, non facesse marcire le radici.

fine settembre, 5ª rifioritura, con orchidea
Tutto inutile.


1 novembre - 6ª rifioritura
Quando sono andata in Italia 3 giorni, ai primi di novembre, ho dovuto lasciare il micio alle cure di un caro amico vicino, che veniva in casa due volte al giorno a cibarlo. Purtroppo si tratta di una persona esageratamente servizievole (tra l'altro rimpinza il gatto in modo scandaloso...). Evidentemente ha pensato bene di “curare” anche le piante (ne ho tante fuori, in casa tenevo solo la violetta e una orchidea, anche questa regalatami da una amica). Purtroppo, la sua versione di curare le piante non coincide con la mia. Sicuramente ha bagnato a dismisura entrambe le piante, che fino ad allora stavano benone (anche l'orchidea aveva cacciato due nuovi germogli...).
Due giorni dopo il mio ritorno, saggiando il terriccio con le dita, con orrore ho scoperto che era fradicio! E sicuramente deve aver usato l'acqua del rubinetto, non quella piovana, e certo avrà annaffiato la violetta dall'alto, non con il sistema corretto.

l'orchidea oggi




Fatto sta che da allora entrambe le piante hanno iniziato a deperire, la violetta prima e l'orchidea poi. Per tutto il mese di novembre e fino a fine dicembre ho evitato di bagnare la violetta: era ancora inzuppata! Poi con cautela, con il metodo giusto e aggiungendo un po' di fertilizzante liquido, ho provato a farla guarire, ma ho notato che sopravviveva a stento. Intanto anche uno dei germogli dell'orchidea ha iniziato a marcire alla base, poi è iniziato un ingiallimento della parte più vecchia, ora ormai dispero di salvarla.

Nel frattempo la mia cara violetta, che da mesi ormai non fioriva più, l'altro giorno ha prodotto un altro timido fiorellino, che non è riuscita a far aprire. Ho già notato in altre piante (alberi da frutto) questo tentativo estremo di sopravvivere con l'emissione di fiori, subito prima della morte.
Oggi ho espiantato con molta cura la mia violetta, e come immaginavo ho trovato le radici marcite e addirittura separate dal fusticino.

Che pena assistere così all'agonia di un essere vivente!