La Domus di Tito Tazio
Prima e subito dopo il cosiddetto Ratto, mentre Romolo
spronava i Prischi Romani, fra cui molti rinnegati Sabini, alla rapida
edificazione delle prime rozze mura attorno al Palatino (che infatti dovettero
essere corrette e ricostruite solo un paio di generazioni dopo), Tito Tazio
poteva agevolmente osservare con occhio scettico l’avanzamento dei lavori sul
lato del Foro, dalla terrazza pergolata di vite della domus che poco tempo
prima aveva fatto costruire sulla sella che univa le ultime pendici del
Quirinale alla rupe dell’Arx, per sostituire la obsoleta capanna del Curatore
dei Curiti, riservata ora al Flamine di Quirino.
Qualche decina di metri più in alto e poche centinaia
distante, infatti, inerpicata circa alla stessa altezza dell’Arx su un
cocuzzolo del Quirinale ben spianato, c’era da tempo immemorabile l’Ara di
Quirino, una personificazione Sabina di Marte con il loro fondatore heroonico,
e fino ad allora lì aveva avuto sede sia la capanna sacerdotale sia quella del
Curatore Quirita dei Curiti Sabini sul Septimontium.
Ma Tito Tazio era un Curatore degli interessi di Cures un
po’ particolare, rispetto ai suoi predecessori: sapeva di essere l’Uomo giusto
al momento giusto per portare il Guado finalmente sotto il controllo Sabino.
Però per essere l’Uomo giusto doveva stare anche nel posto giusto al momento
giusto, e quello giusto era giusto nel punto più vicino al Campidoglio, ormai.
La casa di Tito Tazio era la prima o una delle prime vere domus in mattoni intonacati che si
vedesse da quelle parti, slancio di imitazione di stili di vita ormai
incombenti piuttosto che evoluzione delle secolari capanne che formavano il
complesso di villaggi del Septimontium, e lo formeranno per un altro secolo e
mezzo almeno.
È, con la rustica eleganza dei tempi, nient’altro che quel
che dovrà diventare la casa modello dei Romani nel corso dei tempi, ereditata
dai tempi antichi di altri conquistatori-conquistati micenei: un breve androne, un
atrio coperto solo in parte con un portico colonnato attorno alle porte delle
stanze che vi si affacciano, una stanza maggiore a far da pronao ad un
orto-giardino protetto da alte mura in tufo scandite da lisce semicolonne
scolpite, il tetto piatto a terrazza pergolata di vite sostenuta da giovani
olivi.
Una piccola reggia, contrapposta alla umile capanna Regia di
Romolo nell’angolo più lontano del Palatino. Ma un simbolo importante, per i
Sabini come per tutti gli altri incombenti sul Guado.
Dalla Sella Fontinalis – dove ebbe casa anche Caio Mario sei
secoli e mezzo dopo, e che sarebbe stata sfondata per aprire attraverso il Foro
di Traiano un passaggio diretto per il Campo Marzio dopo due secoli e mezzo
ancora – Tito Tazio poteva mostrare, senza ostentare, l’immanenza dei Sabini
sia al Septimontium che agli Etruschi, sull’Arce od oltre il Tevere.
Fu qui che, finalmente, si abboccò con Romolo dopo
l’occupazione simbolica, ma armata, del Campidoglio eccetto l’Arx, e la
scaramuccia nel Foro con la pomposamente definita “battaglia” di Porta Mugonia,
ospite generoso per un avversario – non nemico – battuto ma non vinto.
Romolo aveva delle grandi e buone intenzioni, nei confronti
del Septimontium, questo Tito Tazio non poteva che riconoscerlo, tante quante
il Septimontium ne aveva su di lui, per quanto diverse su diversi punti, che
Romolo non aveva ancora ben chiari.
Doveva infatti capire che l’organizzazione civica era affare
di chi ci viveva anche se si rimetteva a lui come Re, ma l’organizzazione urbana era altra cosa: era un fatto
militare. E anche in questo Romolo era sì un gran soldato, un trascinatore,
forse uno stratega, ma non un tattico.
Ma la tattica è la prima arte della politica in ogni tempo,
più della strategia: un buon tattico è pure un buon politico, uno Stratega è
spesso un tiranno, ma questo forse Tito Tazio l’avrebbe potuto spiegar meglio
se si fosse considerato discendente da Greci Attici, piuttosto che Spartani.
Il Septimontium aveva indubbiamente la necessità di
coagularsi in Roma, per contrapporsi a Veio ma anche perché, per quanto né Tito
Tazio né Romolo lo potessero sapere, in quegli anni il sinecismo – cioè
l’agglomerarsi di diversi villaggi in contrade che cercavano di razionalizzare
antichi dissidi sulla scorta di comuni interessi – era la pratica più comune
per assemblare le nuove Città che avrebbero dovuto combattersi il Mondo nel
mezzo millennio successivo, da una parte all’altra del Mediterraneo. Ma il
sinecismo non poteva essere compiuto semplicemente per atto di volontà, fosse
la volontà di chi fosse, pure degli Dei.
Rex Corrector
Seduto su una comoda sedia di vimini dall’alto, avvolgente
schienale, Tito Tazio si trovava in una situazione intrigante, quella notte in
cui il tramonto rossastro sulle creste dei Monti Sabatini si era inconsapevolmente mutato in
alba dai Monti Albani, e le stelle sopra lui erano scorse nel loro impercettibile
ma inesorabile muoversi fra le foglie di vite e i radi grappoli quasi maturi.
Romolo non gli era umanamente piaciuto quanto gli era
piaciuto Remo, che aveva accolto varie volte in quella stessa casa, addirittura
alla sua inaugurazione avvenuta pochi giorni dopo l’arrivo della banda dei
Remoromulei all’Asylum.
Remo era stato mente costantemente pensante, Romolo era
istinto e azione, scaltro per quanto intelligente, ma con meno profondità del
gemello, per il resto fisicamente, erculeamente identico. Ma diverso era stato
il carisma, tanto complementare che Tito Tazio poteva facilmente immaginare
nella fusione dei loro carismi l’origine e la natura dei loro successi, e
ringraziare gli Dei che ne fosse morto almeno uno, anche se quello sbagliato,
almeno dal suo punto di vista.
Dal punto di vista Sabino, la fondazione della cittadella
sul Guado a Remoria, sull’Aventino, avrebbe spostato il peso dei Latini verso
sud, liberando la pressione sull’Esquilino, e quindi lasciando anche il
Viminale libero all’espansione Sabina. Tutto ciò a protezione della valle
dell’Aniene, e a consolidamento delle piste a diverticolo della via Salaria,
ovviamente.
Perché, Roma o Remoria, era ovvio che la nuova città avrebbe
dovuto nascere Latina. I Latini erano preponderanti in numero rispetto a tutti
gli altri, e si riproducevano con velocità sorprendente ma con altrettanta
velocità sapevano mettere a bonifica nuovi terreni. Le loro Primavere Sacre, il
Ver Sacrum, erano sporadiche quanto imponenti, quando quelle dei villaggi
sparsi fra le valli montane Simbrutine o Tiburtine erano costrette a celebrarsi
per piccoli gruppi ogni cinque o dieci anni, e per questo le loro città erano
più grosse e potenti, per quanto spesso divise e quindi collegate in Leghe
obbligate da patti sacrali, sempre poi regolarmente violati. Erano eccellenti
sia come pastori che allevatori che agricoltori, combattenti valorosi per
quanto indisciplinati – il caratteraccio rissoso era una loro ben nota
connotazione etnica - e le loro festività sacrali augurali più innumerevoli che
presso ogni altra nazione o etnia. Eccetto gli Etruschi, certo.
Gli Etruschi erano l’altro grande problema di Tito Tazio e
dei Sabini per diventare Popolo, oltre che Nazione di dubbia Etnia italica se
credevano veramente di discendere da una delle rare proto colonie Spartane,
gemmati da Taranto.
Diversamente dai Sabini, che erano Umbri infiltrati pian
piano dagli influssi balcanici attraverso i cugini Piceni che davano sull’Adriatico,
gli Etruschi erano divenuti tali nel giro di poche generazioni: da pacifici
allevatori Aborigeni con radici celtiche a bellicosi commercianti, fabbri,
artigiani, architetti, guerrieri che manco i Greci, Spartani micenei o Troiani
preomerici fossero.
Sapevano far tutto, e quel che non sapevano fare
l’imparavano in fretta. All’inizio si erano presentati sulle coste rosse, a
varie ondate, presentandosi come Tirreni, dal nome del loro Re. Poi ne era venuto
un altro, di Re, qualche generazione dopo, in corrispondenza con l’arrivo delle
ondate di esuli Troiani sulle coste delle paludi, ma da nord questo qui, forse
dalle lagune eridanie. E qualche generazione dopo ancora, indissolubilmente
fusi con gli Aborigeni che avevano sempre vissuto attorno ai misteriosi laghi
tellurici, si erano presentati su ogni confine decisi a piegare alla loro
volontà qualsiasi ostacolo.
A Tito Tazio da dove arrivassero gli Etruschi – corruzione
di quell’impossibile termine, Rasna, da pronunciare nei linguaggi italici, con
cui una volta fusi con gli Aborigeni i Tirreni pretendevano di farsi chiamare –
importava un ciufolo. Era dove erano adesso, che lo preoccupava.
Non solo e non tanto su quella rupe che incombeva sopra la
sua domus, se appena abbassava gli occhi dalle stelle, e oltrepassava con lo
sguardo altri pampini, foglie e grappoli. Volendo, dall’Arx li si poteva far
sloggiare quando si voleva, se tutto il Septimontium si fosse accordato per far
ciò. Anche senza il consenso del Concilio del Septimontium al Volcanal,
all’occorrenza. Ma sarebbe stato meglio averlo, per motivi politici che a Cures
non erano ben chiari, ma non erano secondari se non al fatto che Veio era
ormai una città ben fatta, e che si avvicinava tappa dopo tappa, castrum dopo
castrum, sempre più alle Saline, da tempo immemorabile zona franca ancor più
del Guado.
Era al di là del Tevere che stava il problema, e sempre più
vicino. Anzi, ormai quasi sul Gianicolo. E gli Etruschi sul Gianicolo sarebbero
stati un guaio per tutto il Septimontium, Roma o non Roma!
Eppure – e a questo punto Tito Tazio spostò la poltrona di
vimini simile a un leggero trono in posizione da poter vedere in alto, opposta
all’aguzzo sperone dell’Arx, l’Ara di Quirino stagliarsi nella fosforescenza
stellare, perlacea sullo sfondo scuro delle querce del Quirinale – i Latini
avevano deciso di affidare i riti e gli auspici di fondazione della città
cosmopolita agli Etruschi, piuttosto che a riti greci o italici, magari non
propriamente Sabini (erano tempi, Tito Tazio doveva francamente ammetterlo, in
cui le mura ci volevano, tradizioni Spartane o meno), ma possibile che presso
popoli che avevano eretto mura ciclopiche non ci fossero tradizioni che
potessero sostituire ed escludere quei boriosi di Ra-sgn-gna!
Muovendosi a disagio, intorpidito dalla fitta sinuosità
delle fibre del tronetto, Tito Tazio dovette ammettere con se stesso che un
motivo per mantenersi buoni gli Etruschi c’era, ed era il fatto che fossero gli
unici – a parte i Greci, ma i Greci erano ancora lontani – a saper costruire
ponti. Non i ponticelli di tronchi gettati fra i ruscelli del Septimontium o i
torrentelli della Sabina: i ponti ad arcate, di legno se non addirittura in
pietra.
E un ponte sul Tevere, accanto al Guado, sarebbe stato il
punto cruciale dei secoli seguenti, di questo Tito Tazio e praticamente tutti,
lì attorno al Guado, se ne rendevano conto.
Le Curie Primigenie
Di cosa si fosse reso conto Romolo del suo ruolo regale,
prima di quella discussione con Tito Tazio, invece è dubbio. Le pressioni sul
povero ragazzo – su entrambi, ma ormai avevano prevalso le pressioni su quello, l'altro ne era rimasto schiacciato –
erano state enormi da quando quell’ambasciata del Septimontium ad Alba Longa
aveva chiesto a Numitore, appena subentrato ad Amulio come Rex Sacrorum dei
Latini, la designazione di un Fondatore per l’ormai impellente cittadella sul
Guado. Naturalmente Numitore era stato ben felice di prendere due piccioni con
una fava, e sdebitarsi liberandosi dei due Gemelli liberatori e della loro
banda ancora accampata fra le casupole attorno al lago. Non potendo designarne
uno piuttosto che l’altro, aveva lasciato l’incombenza alle incerte tradizioni
che dovevano comunque essere fissate dalla fondazione peculiare di ogni nuova
città.
Quindi, già dal breve periodo passato a Gabii per
impratichirsi nei primi gesti rituali – quali cingersi del cinto gabino, una
proto-toga col cappuccio, e condurre bardati di quello un aratro leggero – sondaggi,
istruzioni e ragionamenti avevano scandito le loro giornate, fino a farli
giungere attoniti al rendiconto finale.
Ma, morto Remo, chi s’era illuso che Romolo accettasse per
questo di fare il pupazzo della fazione Latina più bellicosa, s’era dovuto
accorgere che il nuovo Re era già abbastanza bellicoso per conto suo. Se n’era
accorto per primo Acrone di Caenina (l’ultimo dei villaggi del Septimontium
oltre l’Esquilino, quello di popolazione più mista fra Sabini, Equi, Osci,
Ernici e Latini), le cui armi adornavano il santuario di Giove Feretrio fondato
apposta da Romolo per celebrare la sua prima vittoria campale da Re, una
scaramuccia fra un centinaio di uomini in tutto, però risolta da quella
singolar tenzone.
Se n’erano accorti in seguito gli Amntennati, che rispetto a
Caenina erano in posizione decisamente più strategica, incombenti sul primo
bivio della via Salaria prima che scendesse al traghetto sull’Aniene, come se n’erano
accorti tutti i villaggi attraversati dal corteo dubbiamente pacifico del
nuovo, primo, vendicativo Re di Roma, ancora offeso per le polemiche sorte attorno a un
Ratto che, lui personalmente e i suoi consiglieri sacerdotali, ritenevano
perfettamente legittimo.
Era stato a questo punto che Tito Tazio aveva deciso di far
occupare il Campidoglio dalle truppe di Cures.
Fin quando s’era trattato dell’apparente scimmiottamento dei
duelli fra Turno ed Enea che, a quanto pareva e sorprendentemente, accomunavano
Latini ed Etruschi, Tito Tazio aveva seguito con blando interesse le scaramucce
nella valle del Volcanal fra i ragazzi di Romolo e quelli di Acrone, e anche il
preteso duello non era stato altro che un repentino attacco frontale di Romolo,
che aveva sfondato il corpetto di cuoio di Acrone ancor prima che costui avesse
potuto mettersi in guardia con tutte le sue armi.
Ma quando i ragazzi di Roma avevano marciato su Caenina e vi
avevano posto un presidio, e da lì Romolo in testa marciato fino ad Amntennae,
assalendola e occupandola, gli era parso chiaro come Romolo fosse tutt’altro
che un ragazzetto sprovveduto con consiglieri malconsiglianti. Malconsigliati magari
sì, perché Amntennae era un antico avamposto Sabino, e da Cures avevano
strepitato come barbagianni per convincere Tito Tazio ad agire, e liberare gli
Amntennati.
Così, Tito Tazio aveva utilizzato i militi mandati da Cures
per occupare il Campidoglio.
Questo per ottenere due risultati: richiamare di gran carriera Romolo e i suoi da Amntennae, e intanto aver per una buona volta avuto la scusa per occupare il Campidoglio, anche se non tutto. Amntennae era sacro ai Sabini quanto il Campidoglio ai Latini, il problema come al solito era l’Arx Etrusca, che traguardava il Monte Sacro subito oltre l’Aniene, anche quello di dubbia attribuzione. Erano i confini del gioco, erano – Tito Tazio poteva immaginarlo e comprenderlo – i termini del Templum all’interno del quale Romolo aveva posto il Pomerium della sua Urbs. Quali fossero gli altri, poteva immaginare anche quelli, ma al momento non erano impellenti, come potevano ben immaginarsi a Cures.
Questo per ottenere due risultati: richiamare di gran carriera Romolo e i suoi da Amntennae, e intanto aver per una buona volta avuto la scusa per occupare il Campidoglio, anche se non tutto. Amntennae era sacro ai Sabini quanto il Campidoglio ai Latini, il problema come al solito era l’Arx Etrusca, che traguardava il Monte Sacro subito oltre l’Aniene, anche quello di dubbia attribuzione. Erano i confini del gioco, erano – Tito Tazio poteva immaginarlo e comprenderlo – i termini del Templum all’interno del quale Romolo aveva posto il Pomerium della sua Urbs. Quali fossero gli altri, poteva immaginare anche quelli, ma al momento non erano impellenti, come potevano ben immaginarsi a Cures.
Però, prima o poi lo sarebbero diventati, ed era per ciò che
aveva voluto dare una prova di forza sul campo a Romolo, con la rissa scatenata
in mezzo a un branco di giovenche in transito verso la Velia, la disordinata
fuga dei giovani Romani su per la Via Sacra, l’intervento di Romolo finalmente
uscito dal convulso di vacche a riorganizzare i suoi presso un antico sacello
funerario, poi riconsacrato a Giove Statore, per farli confluire ordinatamente
entro la Porta Mugonia.
Poi, a notte fatta, una figura furtiva era uscita da una
posterla poco a valle della Porta Romanula, aveva costeggiato le radici del
Campidoglio per i più rapidi dei ripidi sentieri un tempo segnati da capre, ora
le primitive strade sovrastanti il Foro ancora transitorio per gli armenti,
aveva sorpassato l’irregolare cavea del Volcanal per inerpicarsi sul sentiero a
mezza costa che sarebbe dovuto diventare il Clivo Argentario.
Tito Tazio non si aspettava niente di meno che un Romolo
furente, anche se non se lo aspettava in persona. Tuttavia, dovette ammettere
di trovar facile smorzare quella furia comunque contenuta: si trattava di
parlargli da soldato, fra soldati.
Perché il Re, per esser Re sempre, doveva esser Re Soldato
quando necessario, cioè sempre! E questa era la tradizione Spartana che,
mancando a Romolo, mancava a Roma! E nel ammettere questo, piuttosto che strangolarlo sul posto, Romolo sorprese una
volta di più Tito Tazio, che era già un po' sbronzo.
Se Sabini e Latini avessero potuto un giorno davvero
fondersi in un unico Popolo, avevano concordato con un intero cratere di vino che i Greci dell'Aventino garantivano a Tito Tazio per Falerno, per chi ce ne sarebbe stato abbastanza di Mondo
allora! Roma! Ma quale Roma? Con gli Ernici, e gli Equi, e gli Osci, e i Volsci,
magari pure i Marrucini e i Peligni, o gli Etruschi, magari…? No! Sabini e Latini, o
Latini e Sabini, ma in purezza!
Questa era la confusa visione di fusione di Tito Tazio, se non degli Anziani di Cures, che non ne sapevano niente e ne sarebbero stati di gran lunga ben contrariati.
Questa era la confusa visione di fusione di Tito Tazio, se non degli Anziani di Cures, che non ne sapevano niente e ne sarebbero stati di gran lunga ben contrariati.
Non furono comunque quelli i principali argomenti della lunga
nottata di discussione con Romolo. C’erano anche i fatti pratici.
“Non sei TU che devi far le Leggi: tu le emani. Ci pensano
poi fra quella marmaglia del Volcanal a concepirle, per tener puliti i fossi e
drenate le strade e pulite le are ei boschetti sacri agli Dei, ma senza di te non saprebbero come
affermarle una per una e una per tutti.”
“Emanate a MIO nome, però!”
“Hai paura che ti rimanga eventualmente un’infamia, o più?
Un fosso mal tracciato, una strada franata? Un balzello troppo alto? Dovrai
abituartici…”
“E l’amministrazione della Giustizia?”
“Supremo appello. O vuoi accollarti tutti i fossi e tutte le
strade franate e i furti e gli abigeati e gli assassini non giustificati, o
forse sì…”
“No! No! Ci pensino pure e mi facciano sapere, ho capito,
valuterò. Col tuo aiuto, se è questo che mi offri. Ma se vuoi co-regnare, sai
che questo non è potere mio. Forse è l’unica cosa che ho veramente capito di
quel che mi han messo a fare: regno, ma non governo…”
Con Remo, Tito Tazio dovette ammettere fra sé, ci sarebbe
voluto molto più tempo e argomentazioni per arrivare allo stesso risultato. Era
ovvio che non poteva co-regnare, Tito Tazio voleva governare. E sul come, aveva
idee chiare ma che non poteva ovviamente chiarire a Romolo, solo palesargliele.
Dove Remo non l’avrebbe impegnato tanto, era sull’organizzazione
dell’Esercito, questo era certo.
Inizialmente, Romolo non pareva aver colto il punto, ancora
indispettito dalla figuraccia dei suoi su cui non era sorto ancora il nuovo
sole, o forse disorientato dall’approccio un po’ ambiguo che Tito Tazio trovava
del resto inevitabile.
“Va benissimo la disciplina! Non è questo che contesto. Servirebbe
pure a me. Però mi metti altra carne nel piatto: è l’organizzazione delle
Tribù, che sono queste tribù?”
“Da un punto di vista civico, niente. – aveva spiegato con
pazienza Tito Tazio – Il Septimontium è già suddiviso da qualche generazione in
Covirie familiari allargate a tutti i villaggi, che agiscono più o meno in
concordia per le questioni che riguardano i luoghi di interesse comune, come
l’uso delle fonti per attingere l’acqua o lavare i panni, o la turnazione dei
boschi cedui, degli sfalci comuni e relativo pascolo, la riparazione delle
piste e dei sentieri, la manutenzione dei ponticelli a monte e a valle della
mezza dozzina di torrenti che confluiscono nello Spinon, la loro pulizia e via
e via.
Da circa tre generazioni, il Consilio del Volcanal si è
accordato per far nominare alle Covirie del Septimontium un comitato curatore
unico per tutta il corso dello Spinon dalla sorgente alla base della Sella
Fontinalis fino allo sbocco nel Velabro, e questo caro il mio Romolo, è il vero
dono che Volcanal e Septimontium hanno portato alla tua Roma.”
Romolo l’aveva seguito con sempre più disorientato
interesse, perché se sapeva delle Covirie, quell’ultima cosa gli risultava
invece evidentemente nuova, ma non l’aveva interrotto con domande inutili,
questo Tito Tazio doveva riconoscerglielo.
“I Comizia delle Covirie per lo Spinon si riuniscono
abitualmente in quella insenatura del Campidoglio subito sopra e subito sotto le
prime due rampe del clivo Capitolino: avrai forse notato ogni tanto un portico
temporaneo, con un sacco di questuanti attorno. Ma non spesso, perché i
Curatores Spinon sono nominati un po’ a casaccio, eletti o scelti in numero di
due per ogni Coviria, e non fanno altro che alternarsi per classificare le
richieste d’intervento, e nel frattempo litigano come farebbero a casa.”
“Ci sono duecentoquarantasette Covirie, nel Septimontium,
quasi cinquecento curatores dovrebbero fare un bel lavoro di pulizia, lungo lo
Spinon dalla fonte Fontinalis in giù…” aveva allora commentato sarcastico
Romolo, cui era ben noto lo stato della valle verso il Velabro.
“Appunto – aveva annuito Tito Tazio stirando un sorriso
soddisfatto – e del resto anche la maggior parte delle riunioni del Volcanal
finiscono in dispute quando non in vere e proprie risse. Giusto che son troppo
vecchi per farsi del male davvero!”
Si erano fatti una sana, cordiale risata, poi Tito Tazio era
venuto repentinamente al punto.
“Roma, a mio avviso, serve proprio a ribaltare la situazione
dello Spinon e dintorni. Il Volcanal rimanga pure quel che è: una ciotola di
chiacchieroni. La mia proposta è che le Covirie Familiari vengano riassemblate
in Curie territoriali, e queste ben meno di cento. Trenta per l’esattezza, sulla
base di una equa ripartizione in numero di uomini validi ai campi, e quindi
alle armi, non necessariamente legati da vincoli familiari. Poi riunite e
suddivise in quelle tre Tribù territoriali, non necessariamente legate da
vincoli etnici. I capi delle Tribù nomineranno i capi delle Curie, i quali
potranno a loro volta nominare dei Decurioni per reclutare i cento uomini che
ogni Curia dovrà designare per allestire l’Esercito ogni volta ce ne sia
bisogno, per guerra o per esercitazione. Più trecento cavalieri, e quelli sarà
più complesso reclutarli.”
A questo punto, Romolo era naturalmente, ovviamente
frastornato.
“Cosa c’entra l’Esercito con i Curatores Spinon adesso?”
“C’entra. Utilizzeremo i Comitia Spinon per i banchi di leva,
perché non mi fido dei lavativi che le Covirie a preminenza Equa, Osca o
Ernica, possono mandare a valle. Per cui, non solo la riforma delle Curie dovrà
prevedere un adeguato bilanciamento con i Latini e con i Sabini, ma li voglio
per prima cosa vedere ripulire l’intera valle dello Spinon, i nostri futuri
soldati. Non certo i tuoi, che vedo sapersi comunque ben comportare, quando ben
guidati, sia beninteso!”
Per un attimo, nella espressione smarrita di Romolo, Tito
Tazio intravide la ricerca istintiva degli occhi del gemello, la battuta
salvifica che non poteva più venire a risposta della velenosa insinuazione a
doppio taglio sulla battaglia di Porta Mugonia. Poi, nella istintiva, grezza
saggezza che non gli si poteva negare, Romolo aveva glissato, anche su quel voglio e su quel nostri che avrebbero potuto voler dire troppe cose.
“Ai miei manca la disciplina che manca a tutti i Latini,
anche se non sono tutti Latini. Equi, Osci ed Ernici, e anche i Volsci, son
comunque buoni combattenti come tutti gli altri, perché volontari.”
Tito Tazio non aveva trascurato l’enfasi messa da Romolo su
quel perché, ma glissò a sua volta.
“Disgraziatamente, difficilmente quelli che ci proverranno
dalle Curie saranno altrettanto entusiasti. Dovranno essere in grado di armarsi
a spese proprie, insomma un bel peso per le famiglie o i villaggi. Dovranno
lasciare i loro affari, campi, famiglie e amici, per svariati mesi di
addestramenti, scontri, quando non vere e proprie guerre…”
“Ma di quanti stiamo parlando?” l’aveva interrotto per la
prima volta Romolo, esasperato.
“Circa tremila. Più trecento muniti di cavallo. Che lo
sappiano cavalcare, naturalmente.”
“È un numero assolutamente ragionevole, per quel che ne so
io degli abitanti del Septimontium.”
Romolo era ancora evidentemente arrabbiato, ma l’idea di
tremila uomini schierati, lui che non ne aveva comandati mai più di trecento,
palpabilmente lo stava affascinando.
“È un decimo scarso della popolazione totale del
Septimontium, effettivamente. Un quinto di quella maschile, un quarto di quella
effettivamente valida.”
“Il che significa, che ruotando la leva, nel giro di qualche
anno potrebbero essere addestrati tutti quanti dodici, tredici, quindicimila…”
E qui, Tito Tazio dovette riconoscere il suo confratello
soldato, ancor prima che guerriero, cosa quest’ultima che Tito Tazio non era.
Ad Curiae Veteres
Mentre Apollo saettava fastidiosamente dal Monte Cavo,
stiracchiandosi incancrenito sulla sua sedia Tito Tazio doveva riconoscere che
Romolo l’aveva costretto, una volta allargatisi sul piano pratico, a scendere a
qualche compromesso che a Cures avrebbero difficilmente compreso.
La nomina dei tre Tribuni avrebbe forse provocato qualche
altro scambio di idee per quello dei Luceres, ma un qualche personaggio stimato
da entrambi lo si sarebbe trovato – non certo Equo, Osco, Ernico o Volsco,
tutti pelandroni – e la nomina dei Curiones e relativi Decuriones sarebbe
passata al vaglio di entrambi, oltre che del Volcanal per conoscenza.
Con l’assemblamento delle Curie e quindi delle Tribù per
suddivisione di contiguità piuttosto che per etnia, la Tribù dei Titienses non
sarebbe stata di puri Sabini ma anche con Curie Osce ed Eque, e la predominanza
Sabina nella Tribù dei Luceres era alquanto dubbia, rispetto alla controparte
Latina. È vero che Romolo aveva accondisceso con fin troppa facilità ad
ammettere una quantità spropositata di Curie Sabine del Colle Oppio nella Tribù
dei Ramnes, ma un prurito diverso dagli altri gli diceva che quell’unica
Etrusca del vicus Tuscus, ne avrebbe bilanciate da sola anche di più.
In effetti, la proposta avanzata e poi sospesa, più che
ritirata da Romolo, di creare una quarta Tribù di Suburrani con gli affluenti
da tutta Italia che per un qualsiasi motivo passassero per il Guado e
decidessero di fermarsi lì, aveva quasi fatto venire un attacco isterico a Tito
Tazio, che già vedeva manipoli di Etruschi insediarsi pian piano oltre lo
Spinon con denari e gioielli e riempire l’Esercito di giovani Ra-sgn-gna!
E tuttavia, era un giovane scaltro ma ragionevole, quel
Romolo, Tito Tazio doveva ammetterlo, anche quando aveva insistentemente chiesto
il distaccamento del luogo di riunione dei Comizi Curiati da quello
tradizionale dei Comitia Spinon al portico degli Dei Consenti, presto liberato
anche dalla loro ormai inutile presenza, l'aveva fatto con garbo. Se l’era preso vicino a casa, sulla
Velia, pazienza: vorrebbe incombere su di loro, potrebbe farcela pure. Intanto,
è lui ad incombere su Romolo, o così pensa di sé Tito Tazio, Curatore Curita degli interessi di Cures Sabina.
Senza forzare ciò che la Legge ormai aveva prescritto, Tito
Tazio avrebbe fatto da co-reggente a Romolo fin quando ritenuto necessario
dagli Dei, pensò di sé decidendo infine di combattere il formicolio e alzarsi
barcollando, nella piena luce del mattino rifranta dalle foglie di vite e dai
grappoli polposi del pergolato.
Cioè quindi acciorché percui, quando il primo dei due avesse deciso che l’altro non
gli serviva più, o gli fosse ormai d’ostacolo, considerò serenamente avviandosi
verso la scala che portava al pozzo scavato ad attingere alla vena della fonte
Fontinalis – e quindi sacro, per quanto lui volesse solo farsene versare due
secchiate in faccia – al centro buio del peristilio a colonne di legno stuccate con
i loro bei capitelli dorici.
Che quanto era costato, e di lagne, a Cures far
venire scalpellini da Taranto piuttosto che assoldare quelli Etruschi di Veio, per la Domus di Tito Tazio…
Interessante.
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